
Per Lippmann la comunicazione democratica avviene attraverso il medium della visione, nel senso che un ordine democratico è possibile solo quando le masse riescono a costruire rappresentazioni visuali che si approssimano alla verità. Ma se per Lippmann questa eventualità è fuori dal possibile, la metafora della visione ha importanti implicazioni per la democrazia: enfatizzando la visione, infatti, il processo democratico per Lippmann diventa qualcosa a cui i cittadini non partecipano attivamente, ma che al massimo possono osservare passivamente – essi diventano spettatori piuttosto che partecipanti.
Se Lippmann accentua la metafora della visione quando espone il ruolo del pubblico in una democrazia, Dewey invece enfatizza il medium della parola, dell’udire e del parlare. Egli argomenta che l’atto della comunicazione è proprio un’attività e la differenza tra vedere e parlare coincide con la differenza tra spettatore e partecipante.
385- I moralisti hanno sempre insistito sul fatto che il bene è universale, oggettivo e non privato. Ma troppo spesso essi , come Platone, si sono accontentati di un’universalità metafisica o come Kant di un’universalità logica. L’universalizzazione oggi significa socializzazione, estensione dell’area e della serie di coloro che partecipano al bene. Il crescente riconoscimento che i beni esistono e persistono solo col comunicarsi e che l’associazione è il mezzo di questa partecipazione, sta alla base del sentimento moderno di umanità e di democrazia. La tendenza a trattare l’organizzazione come un fine a sé è responsabile di tutte quelle esagerate dottrine che subordinano gli individui alla società. La società è il processo di associazione indirizzato in modo che esperienze , idee, emozioni, valori, sono trasmesse e rese comuni. Ma, la società è una molteplicità di associazioni , non un’organizzazione singola. [319 Dewey sui limiti del liberalismo come atomismo anti-umano]. [313 organizzazione = continuità e adattamento] [“Una società consiste di un certo numero di individui tenuti insieme dal fatto di lavorare in una stessa direzione in uno spirito comune, e di perseguire mire comuni.”]
Dewey sostiene il conflitto tra due metodi: la ricostruzione di situazioni problematiche contro il perfezionamento dei concetti generali. Da una parte c’è la logica dei concetti generali, vale a dire la dialettica delle relazioni reciproche tra i significati dei concetti [Cfr. la maestria di Hegel], dall’altra c’è la logica della ricerca per l’illuminazione di un gruppo, di un individuo, di una istituzione [377- per Dewey l’individualità non è data, ma è creata sotto l’influenza delle vite associate -> le istituzioni servono a creare gli individui e non a fare qualcosa per loro]. La conoscenza per Dewey non è fondamentalmente spettacolo, ma la conoscenza è potere (di trasformare il mondo): non è conoscenza contemplativa ma pratica sperimentale. [Dewey nota l’ostilità del pensiero politico tedesco al libero esperimento e fa osservazioni sullo stile di pensiero tragico dei tedeschi notando i danni che vengono prodotti sia dall’empirismo scettico-distruttore, sia dal razionalismo sintetico-dogmatico. La scienza “razionalizzata è il contrario della vera scienza. 250 Il pessimismo per Dewey è una dottrina paralizzante. Per Dewey l’idealismo è colpevole di aver trascurato che il pensiero e la conoscenza sono storie: il Dewey muove dal sentimento vivace dell’antitesi tra l’intuizione antica della vita e la moderna].
288- Per Dewey bisogna ricostruire la filosofia, liberando la concezione di Bacone per cui la conoscenza è potere. Per Dewey i sensi e l’esperienza perdono il significato di ingresso nella conoscenza, come era per i Greci, per assumere quello di stimolo all’azione. LA SENSAZIONE COME ROTTURA DELLA ROUTINE, infatti un tono o un colore continuo non viene avvertito. Quando l’esperienza cessò di essere empirica e divenne sperimentale avvenne qualcosa di importanza decisiva: la nascita dell’esperienza auto-regolativa in senso costruttivo. IL PENSIERO COME METODO PER RICOSTRUIRE L’ESPERIENZA DA’ ALL’OSSERVAZIONE DEI FATTI IL VALORE DI UN PASSO INDISPENSABILE PER DEFINIRE IL PROBLEMA, LOCALIZZARE IL PERTURBAMENTO, FISSARE UN SENSO DEFINITO E NON MERAMENTE EMOTIVO DI CIO’ CHE E’ LA DIFFICOLTA’ E DEL PUNTO IN CUI RISIEDE. [“Noi pensiamo soltanto quando affrontiamo un problema.”, “Possiamo avere dei fatti senza pensare ma non possiamo avere del pensiero senza dei fatti.”] La nuova logica o metodo della scoperta non è solo l’opposto del metodo della dimostrazione, ma deve anche servire a proteggere la mente contro se stessa.
Per Dewey ci sono due specie di prodotti mentali [mente=possesso di significati]: credenze (tradizionali, autoritarie ed emotive) di fronte a conoscenze (empiriche). Per D. ci sono due specie di idee: da una parte le fantasie, tessute di memoria emotiva (con funzione di fuga e rifugio), dall’altra le anticipazioni di qualcosa da venire (situazioni in sviluppo). Le idee possono essere organizzate logicamente invece che emotivamente o drammaticamente. 260- per esempio Dewey si domanda che cos’è la tradizione e risponde che la tradizione è memoria collettiva, (cioè la memoria per esempio di marinai, tessitori, massaie, operai). Bisogna però distinguere le idee come sogno e memoria (quelle per cui la metallurgia, attraverso l’idea di fuoco dà origine ai racconti sui serpenti), da quelle come mestiere e pensiero che nascono intorno a industria, arte e mestieri, che costituiscono la saggezza della stirpe. GLI UOMINI –DICE D.- SONO GOVERNATI Più DALLA MEMORIA CHE DAL PENSIERO.
La convinzione più profonda di Dewey è che il metodo scientifico sia in sé portatore di democrazia (vs. conformismo e solipsismo). Per Dewey il metodo della democrazia =metodo dell’intelligenza organizzata. Per Dewey l’origine dell’intelligenza è nella cooperazione sociale: il progresso storico è per lui più un risultato della cooperazione che della lotta tra le classi [“È certamente segno di uno spirito indisciplinato scartare le idee feconde e ampie della minoranza e trattare i loro contributi come non necessari alla soluzione dei problemi.”]. LA SCUOLA PER DEWEY COME “SCUOLA ATTIVA” [“L’istruzione non è la preparazione alla vita, l’istruzione è la vita stessa.”, “L’istruzione è la continua riorganizzazione o ricostruzione dell’esperienza.”]
Per Dewey gli uomini sono creature assetate di ordine, stabilità, sicurezza.
111- Morale (i giudizi morali hanno un carattere sperimentale) = crescere= educazione= vuol dire imparare il significato di ciò che si sta facendo e impiegare tale significato nell’azione = passaggio dal peggio al meglio= MIGLIORISMO
[Psicologia] la dialettica di impulso e ragione , forze antagonistiche e complementari, suscitano e controllano il comportamento. Il pensiero è congenito con l’impulso [emotivo?] ogniqualvolta l’abitudine venga impedita. Ma se non viene alimentato muore rapidamente e l’abitudine e l’istinto continuano la loro guerra civile. l’ideale della ragione è soffermarsi a pensare.-> RIFLESSIONE (=”SOFFERMARSI A PENSARE”)= ELEMENTO VITALE DELL’ESPERIENZA INTELLIGENTE (≠SPECULAZIONE) = LENTO METTERE IN ORDINE. Se il controllo della condotta si risolve in un conflitto di desideri , senza la possibilità che i desideri siano determinati in base a opinioni scientificamente sicure, allora l’alternativa pratica è la lotta e il conflitto tra le forze irrazionali per controllare i desideri.
Dewey ebbe una fede convinta nella natura attiva e intelligente del pubblico. Le abitudini per D. avevano due fondamentali caratteristiche: erano acquisite socialmente e quindi erano totalmente alterabili. D. così poneva la responsabilità dell’”eclisse del pubblico” non nel pubblico dei cittadini stessi, ma nelle abitudini culturali e nei costumi che crescevano sulla base di un processo politico passivamente rappresentativo invece che partecipativo. In aggiunta D. fu critico circa il modo in cui i valori e le abitudini della scienza potessero essere appropriati per le intenzioni del capitalismo industriale. Questo modo di pensare fu particolarmente disturbante per D. perché egli vide nella scienza un potenziale per il bene pubblico e non per il bene privato. D. cercò di democratizzare l’abilità di pensare scientificamente (criticamente)poiché per lui questa abilità fu un’abitudine potenzialmente trasformativa “capace di esercitare la più rivoluzionaria influenza sulle altre abitudini”. Sebbene D. vide l’abitudine e la riflessività come due livelli dell’azione umana, egli non cercò di separarli completamente. La riflessività, egli scrisse, è “lo sforzo doloroso di abitudini disturbate che si riadattano da sole (…) La reale opposizione non è tra ragione e abitudine, ma tra la routine, o abitudine in intelligente, e le abitudini intelligenti.
Nonostante la posizione dominante che l’elitismo democratico mantiene correntemente nella sociologia empirica , la sua antitesi teoretica – la teoria democratica partecipativa- è lontana dall’essere morta [nonostante le barriere che le organizzazioni corporative su larga scala possono imporre alla possibilità di comunicazione autonoma o azione riflessiva.
In relazione a Lippmann e al suo elitismo democratico, l’orientamento normativo della teoria partecipativa di D. lo conduce ad argomentare che gli esseri umani possono e dovrebbero essere attivamente impegnati nel loro proprio autogoverno.
Quali sono le barriere socio-strutturali che rendono i modelli partecipativi della democrazia meno praticabili in una società capitalistica avanzata caratterizzata da organizzazioni su larga scala, altamente centralizzate?
Habermas per esempio delinea quattro spazi strutturali connessi al capitalismo avanzato che sono altamente dannosi per la comunicazione democratica:
- la manipolazione da parte delle strutture dei mass media:
- le culture degli esperti che estraniano i cittadini da ogni connessione col processo democratico formale del prendere decisioni;
- la massiccia burocratizzazione e razionalizzazione che risulta dal sorgere di organizzazioni aziendali;
- l’incremento della dipendenza economica dal consumismo.
La critica di Mouffe ad Habermas sottolinea il fallimento di quest’ultimo nel realizzare che il conflitto è più che un ostacolo empirico per un pubblico a sopravvivere. Il conflitto con la sua abilità a comprendere e a confrontarsi con relazioni di potere ineguali costituisce una base essenziale per relazioni democratiche. Senza di esso, argomenta Mouffe, il consenso è destinato nelle società liberal-democratiche a essere una “espressione di egemonia e una cristallizzazione delle relazioni di potere”.
Riassumendo, le categorie habermasiane di azione politica pubblica, di dibattito critico razionale, appaiono sostanzialmente suscettibili di manipolazione a livello strutturale risultando dalle distorsioni della comunicazione, esse così contribuiscono alla crisi della sfera pubblica piuttosto che presentare un modo per combatterla. I teorici sociali che si occupano di democrazia partecipativa e devono costruire sui contributi empirici di Habermas , devono dunque considerare nuovi modi di teorizzare l’azione umana dentro la sfera pubblica che ultimamente vanno al di là di Habermas per piazzare al centro del modello gli elementi chiave del conflitto, del dissenso e dell’inchiesta critica. Per far questo bisogna ritornare a Dewey, da cui pure Habermas era partito.
Dewey scrive che “l’eliminazione del conflitto è un ideale senza speranza e auto-contraddittorio”. Quando parliamo di conflitto nella teoria di D. non intendiamo né la dialettica di Hegel, né le relazioni di classe di Marx, ma piuttosto quel fenomeno micro-sociologico generalmente emergente che D. chiama “situazione problematica”. Le situazioni problematiche sorgono continuamente attraverso la pratica e sono corollari positivi di una vita partecipativa e socialmente impegnata; il conflitto costruttivo, in altre parole, esiste dentro l’azione , piuttosto che nel dibattito razionale e conduce gli attori individuali a usare processi di giudizio attivi e riflessivi per correggere e superare la discordia.
Per riassumere la teoria politica deweyana dell’azione illumina:
- il ruolo centrale e necessario che il conflitto e il dissenso hanno dentro un ordine sociale partecipativo;
- la funzione cruciale e dinamica dell’inchiesta riflessiva, basata sulla curiosità, sulla pensosità e sulla tolleranza delle nuove idee;
- le contingenze [casualità?] storiche, politiche e socio-strutturali dell’azione umana.
La tecnologia – dice Benkler- ora rende possibile l’ottenimento di decentralizzazione e democratizzazione permettendo a piccoli gruppi di componenti e di individui di diventare utenti (=partecipanti nella produzione del loro ambiente informativo) piuttosto che farli meglio servire come individui concepiti come consumatori passivi, regolando l’azione concentrata dei mass media. A sua volta la regolazione strutturale dei mass media deve focalizzare sull’abilitare un’ampia diffusione di capacità – vale a dire di azione critica e riflessiva- per produrre e disseminare informazione.
Libri da leggere di Dewey:
- Democrazia ed educazione, Nuova Italia
- Le fonti di una scienza dell’Educazione, Nuova Italia
- Come pensiamo, Nuova Italia
- Esperienza ed educazione, Nuova Italia