
28- Montaigne è un magistrato; ha ricevuto una formazione da giurista ed è molto sensibile all’ambiguità dei testi, di tutti i testi: non solo giuridici, ma anche letterari, filosofici, teologici. Tutti sono soggetti a interpretazione e confutazione, cosa che lungi dall’avvicinarsi al loro significato, ce ne allontana sempre di più. Non facciamo altro che interporre fra noi e i testi strati di chiose [che Rabelais paragona agli escrementi: faeces literarum] che rendono la loro verità sempre più inaccessibile. Montaigne lo sottolinea nell’Apologia di Raymond Sebond: “Il nostro linguaggio, come ogni altra cosa, ha le sue debolezze e i suoi difetti. Le ragioni dei disordini che turbano il mondo sono perlopiù di natura grammaticale. I nostri processi nascono solo e soltanto dalle controversie sull’interpretazione delle leggi: e la maggior parte delle guerre dall’incapacità di dare compiuta espressione alle convenzioni e ai trattati fra i principi. Quanti dissidi e quanto importanti, hanno avuto origine, nel mondo, dal dubbio sul significato di una semplice sillaba, Hoc”.
52- “Scrivo il mio libro per poche persone e per pochi anni. Se avessi scelto un argomento destinato a durare , avrei dovuto affidarlo a una lingua più salda. [il latino] Considerato il continuo mutamento che la nostra ha subito fino a questo momento, chi può sperare che la sua forma presente sarà ancora in uso fra cinquant’anni? La nostra lingua ci scivola ogni giorno dalle mani, e dacché sono in vita è cambiata per metà. Noi sosteniamo che adesso è perfetta. Ma lo stesso dice ogni epoca della propria”.
66- Montaigne diffida della medicina più che di qualsiasi altra cosa. Assimila i riformatori ai medici, che provocano la morte del malato con il pretesto di volerlo curare./ “L’umanità non è in grado di guarire se stessa. E’ così insofferente dei mali che la affliggono, che mira a liberarsene, quale che sia il prezzo da pagare. Migliaia di esempi mostrano che guarisce per lo più a sue spese. Liberarsi dal male contingente non equivale a guarire, se non migliorano le condizioni generali”(…)/Le malattie sono il nostro stato naturale. Occorre imparare a conviverci senza illudersi di poterle sradicare. Il bersaglio polemico di Montaigne sono gli agitatori, tutti quegli apprendisti stregoni che promettono alla gente un domani migliore. Scegliendo di non prendere le parti né degli Ugonotti né della Lega Cattolica , Montaigne, che non è un dogmatico ma un giurista, un politico mette la stabilità dello Stato e lo Stato di diritto al di sopra delle dispute dottrinali. Questo fa di lui un legittimista, se non addirittura un immobilista. Gli umanisti non sono ancora degli illuministi, e Montaigne non è un moderno.
69- Montaigne paragona la conversazione al gioco della pallacorda, dunque a una tenzone, a uno scontro in cui uno vince e un altro perde, in cui i due interlocutori sono avversari, rivali. Quindi non inganniamoci: non si tratta di adeguarsi all’altro, ma piuttosto di reagire a ogni sua mossa. Nel capitolo Dell’arte di conversare Montaigne ammette di avere qualche difficoltà a dare ragione all’interlocutore. Ma affinché lo scambio riesca bene , come nel gioco della pallacorda, ciascuno deve metterci del suo./ Montaigne oscilla dunque tra due diverse concezioni della parola , come scambio o come duello. Ma alla fine è la fiducia ad avere la meglio, basti pensare alla nobile massima che si legge nel capitolo Dell’utile e dell’onesto: ”Un parlar franco apre la via a un altro parlare e lo tira fuori come fanno il vino e l’amore”.
95- Nel capitolo Su alcuni versi di Virgilio, nel terzo libro dei Saggi, là dove rimpiange il vigore della sua giovinezza, Montaigne parla della propria sessualità con una disinvoltura che oggi può apparire sorprendente. Nondimeno sente la necessità di giustificarsi , il che dimostra che nel lasciarsi andare a certe confidenze è perfettamente consapevole di infrangere un tabù./ “Ma veniamo al mio tema: che avrà mai fatto alla gente l’atto sessuale , tanto naturale, necessario e legittimo, perché nessuno si arrischi a parlarne senza provare vergogna, escludendolo così da ogni ragionamento serio e costumato? Pronunciamo senza timore parole come uccidere, rubare, tradire, di questo invece non osiamo mai parlare se non a mezza bocca. Ciò significa che meno parole profferiamo su tale soggetto tanto più ci sentiamo incoraggiati a ingigantirlo nei nostri pensieri? E’ vero infatti che le parole meno usate, meno scritte e meglio taciute, sono le meglio note e le più familiari a tutti noi. Ogni epoca e ogni popolo le conosce come il pane. Sono impresse in ciascuno di noi, senza essere tuttavia mai espresse né a voce né per iscritto.”
130- Credere di poter sviscerare un argomento non è che un’illusione. Quando scrive, Montaigne scorazza liberamente e affronta ogni cosa da angolature secondarie. Non si prende mai troppo sul serio, non ambisce a nulla di definitivo, segue l’ispirazione del momento, se capita contraddicendosi, o sospendendo il giudizio se la materia è indocile o indecidibile, come la stregoneria./ L’aggiunta si conclude con un elogio dell’ignoranza: “il tratto che più mi caratterizza”. Ma attenzione, l’ignoranza di cui parla , che è la lezione ultima dei Saggi, non è l’ignoranza incolta, ‘la stupidità e l’ignoranza’ di chi rifiuta il sapere, di chi non ha mai cercato di attingere alla conoscenza, bensì la dotta ignoranza, quella che ha attraversato tutti i saperi e si è resa conto che erano solo parziali. Non c’è niente di peggio al mondo dei demi-savants, come li chiamerà Pascal, coloro che credono di sapere. L’ignoranza di cui Montaigne fa l’elogio è quella di Socrate, che sa di non sapere; è ‘il massimo grado di perfezione e di difficoltà’, che coincide con ‘la pura e primitiva impronta e ignoranza naturale’.
133- Montaigne è perfettamente consapevole dell’originalità e dell’audacia del proprio metodo: quelli che si esaminano solo mentalmente e oralmente, o di tanto in tanto, non vanno molto lontani nella conoscenza di sé , che è poi la conoscenza dell’uomo. Montaigne sa che scrivere, scriversi, lo ha cambiato, sia in sé sia in relazione agli altri. “Veramente per il fatto che un tal uomo abbia scritto, il piacere di vivere su questa terra è aumentato” dirà Nietzsche.
LA TORRE DI MONTAIGNE. LE SENTENZE SCRITTE SULLE TRAVI DELLA BIBLIOTECA.
34- Conservare la misura, rispettare il limite e seguire la natura.
Fango e cenere, di che ti vanti?
Guai a voi che passate per saggi ai vostri propri occhi.
47- Esamino
Avendo come guida l’uso e i sensi.
Con ragionamento alternativo