Il libro rispetto al quale i saggi di Montaigne sono un semplice commento (1554)

XIII-Paolo Flores d’Arcais ‘Tirannia è dunque il potere, non appena sia separato e contrapposto a un’eguaglianza tale che «ci riconosca scambievolmente tutti come compagni o meglio fratelli», «tutti naturalmente liberi perché tutti uguali» teniamolo a mente, perché è il punto cruciale: ogni analisi o invettiva che La Boetie proponga intorno al tiranno vale per ogni potere o dominio difforme da una convivenza in cui «ciascuno sa che parteciperà in maniera uguale agli svantaggi della sconfitta o ai vantaggi della vittoria.

XXIII- Paolo Flores d’Arcais, Il sovrano e il dissidente, Garzanti, Milano, 2004

7- Due uomini e anche dieci possono sono temerne uno; Ma se 1000 o un milione di uomini ma se 1000 città non si difendono contro uno solo, non si tratta di codardia: questa non arriva a tanto così come il valore non implica che uno solo espugni una fortezza, attacchi un esercito o conquisti un regno. E allora che vizio mostruoso è mai questo, che non merita più il nome di codardia, per il quale non c’è una parola abbastanza offensiva, che la natura disconosce di aver creato e che la lingua si rifiuta di nominare? (Abiezione? Mancanza di dignità?)

10- Questo Tiranno solo non v’è  neanche bisogno di combatterlo, non v’è bisogno di distruggerlo; egli viene meno da solo a patto che il paese non acconsenta alla propria servitù. Non è necessario strappargli alcunché, basta solo non dargli nulla. Non occorre che il paese si dia pena di far qualcosa per sé, a patto che non faccia nulla contro di sé. Son dunque gli stessi popoli che si fanno dominare, dato che, col solo smettere di servire sarebbero liberi. E’ il popolo che si fa servo, che si taglia la gola, che, potendo scegliere se essere servo o libero, abbandona la libertà e si sottomette al giogo: è il popolo che acconsente al suo male o addirittura lo provoca. Se gli costasse qualcosa riconquistare la libertà non lo spingerei affatto, benché riacquistare i propri diritti naturali e, per così dire, tornare a essere da bestia uomo, sia ciò che dovrebbe star di più a cuore. E tuttavia non pretendo in essa una così grande audacia, ammetto che preferisca una certa sicurezza di vivere miseramente piuttosto che una speranza dubbia di vivere a proprio agio.

12- Oh popoli insensati, poveri e infelici, nazioni tenacemente persistenti nel vostro male e incapaci di vedere il vostro bene! Vi lasciate sottrarre sotto i vostri occhi il meglio del vostro reddito, saccheggiare i vostri campi, devastare le vostre case e privarle degli antichi mobili di famiglia; vivete in modo tale che non potete più vantare alcuna proprietà veramente vostra; e date l’impressione che vi considerereste già molto fortunati se vi si lasciassero solo la metà dei vostri beni, delle vostre famiglie, delle vostre vite. E tutti questi danni, questi guai, questa rovina vi derivano non già dai nemici bensì certamente proprio dal nemico, da colui che voi stessi rendete così potente, per il quale andate in guerra con tanto coraggio, per la cui grandezza non esitate affatto ad affrontare la morte. Colui che vi domina così tanto ha solo due occhi, due mani, un corpo, non ha niente di diverso da quanto ha il più piccolo uomo del grande infinito numero delle vostre città, eccetto il vantaggio che voi gli fornite per distruggervi.

19- Vi sono tre tipi di tiranni, gli uni ottengono il regno per investitura popolare gli altri in virtù della forza delle armi, gli ultimi per diritto di successione. Quelli che l’hanno acquisito per diritto di guerra, si comportano in modo da rendere evidente (come si dice) che si trovano in terra di conquista. Quelli che nascono re non sono in genere migliori; infatti, essendo nati e cresciuti all’interno della tirannia, assorbono col latte materno la natura del tiranno e trattano i popoli che gli sono soggetti come loro servi ereditati; secondo la loro inclinazione naturale, avari o prodighi che siano, si comportano col regno come farebbero con la propria eredità. Colui che ha tenuto il potere dal popolo mi sembra dover essere più tollerabile, e lo sarebbe pure, come credo, se, da quando si vede innalzato al di sopra degli altri, lusingato da quel che si chiama la grandezza, non si risolvesse a rimanervi ben attaccato: generalmente costui si propone di trasmettere ai suoi figli la potenza che il popolo gli ha conferito. E dal momento in cui sono si sono formati questa opinione, è mostruoso vedere di quanto superino in ogni tipo di vizi, e anche in crudeltà, gli altri tiranni, perché non scorgono altro mezzo per garantire la nuova tirannide che accrescere la servitù e allontanare i loro sudditi dalla libertà, tanto da fargliela completamente dimenticare, benché il suo ricordo sia fresco.

30- il Gran Turco si è reso ben conto del fatto che i libri e l’istruzione più di ogni altra cosa danno agli uomini il sentimento e l’intelligenza di riconoscere se stessi e di odiar la tirannide: sento dire che nelle sue terre non ci sono sapienti ed egli non ne richiede. Orbene, in genere, per quanto sia grande il numero di coloro che sono rimasti fedeli alla libertà, il loro zelo e l’attaccamento che essi hanno per la libertà restano inefficaci, dato che non si conoscono tra loro. Il tiranno toglie loro la libertà d’agire, di parlare e quasi di pensare: nelle loro fantasticherie essi restano del tutto isolati. Perciò Momo, il Dio burlone, non celiava più di tanto quando rimproverava Vulcano, artefice dell’uomo di non aver messo a quest’ultimo una finestrina sul cuore, affinché attraverso di essa si potessero vedere i suoi pensieri. Si racconta che quando Bruto e Cassio intrapresero la liberazione di Roma, o per meglio dire del mondo intero, non vollero che Cicerone, sommo amante del bene comune, fosse della partita, ritenendo il suo cuore troppo debole per un’impresa sì ardita: essi si fidavano della sua buona volontà ma non erano affatto certi del suo coraggio. E tuttavia chi vorrà discutere gli eventi del passato e consultare gli antichi annali si convincerà che quasi tutti coloro che, vedendo il proprio paese in difficoltà in cattive mani, si diedero da fare per liberarlo con buone intenzioni e senza infingimenti, ne vennero facilmente a capo, e che da parte sua, la stessa libertà venne loro in aiuto.

34-. Così diceva, credo, Scipione l’Africano: è meglio salvare la vita a un cittadino che uccidere 100 nemici. Senza dubbio, però, è assodato che il tiranno non crede che il suo potere sia assicurato fin quando non è riuscito ad avere sotto di sé tutti uomini senza valore. Perciò gli si diranno A buon diritto le parole con cui un personaggio di Terenzio, Trasone, si vanta ad aver rimproverato un domatore di elefanti: «ti dai tutte quelle arie perché comandi a delle bestie».

35- codesta astuzia dei tiranni nell’udire i propri sudditi si manifestò nel modo più chiaro nel comportamento che tenne Ciro verso gli abitanti della Lidia, dopo essersi impadronito della loro capitale Sardi e dopo la resa e la cattura del loro ricchissimo re Creso. Venne a sapere che gli abitanti di Sardi si erano ribellati: sarebbe riuscito subito a ricondurli all’obbedienza, ma non volendo saccheggiare una città così bella, né preoccuparsi di porre un esercito a presidiarla, concepì un espediente straordinario per assicurarsene il possesso: fece aprire bordelli, taverne e sale da gioco, e fece pubblicare un’ordinanza che autorizzava i cittadini a servirsene. Fu così soddisfatto di questa specie di guarnigione che in seguito non fu mai più necessario neanche un colpo di spada contro gli abitanti della Lidia. Quei poveri infelici si divertirono a inventare ogni tipo di giochi tanto che in latino deriva da Lidia la parola la parola «ludi», che corrisponde a ciò che da noi si chiama «passatempi». Certo, non tutti i tiranni dichiarano ufficialmente di voler effeminare i propri sudditi, ma in realtà quello che Ciro ordinò a tutte lettere, la maggioranza degli altri l’ha fatto di nascosto. (…) Per la verità, la plebaglia che nelle città è sempre la più numerosa, è naturalmente portata a diffidare di chi l’ama e a fidarsi di chi li inganna.

39- I sovrani assiri, e dopo di loro anche quelli della Media, cercavano nei limiti del possibile di non comparire mai in pubblico, in modo da suscitare nel popolino il dubbio che essi fossero qualcosa di superiore agli uomini, e lasciarlo in questa illusione, dal momento che la gente, che è ben contenta di fantasticare sulle cose che non può giudicare direttamente. In tal modo tante nazioni, che furono per lungo tempo sotto sotto la dominazione dell’Assiria, si abituarono a servire nel mistero, e servivano tanto più volentieri quanto più ignoravano il loro padrone, quasi non sapendo se davvero ne avevano uno, e temevano una persona in cui credevano senza averla mai vista.

44- Ma arrivo ora a un punto che costituisce a mio avviso la molla il segreto della dominazione, il sostegno e il fondamento della tirannide. Chi pensa che le alabarde, le sentinelle i posti di guardia difendano il tiranno, a mio giudizio si sbaglia di grosso. Credo che egli se ne serva più per il cerimoniale e come spauracchio che non per la fiducia che vi ripone. Gli arcieri vietano l’ingresso al palazzo a chi è malvestito e privo di mezzi, non già a individui ben armati e intraprendenti. (…) Non sono gli squadroni a cavallo, non sono le schiere dei fanti, non sono le armi che difendono il tiranno: non lo si griderà subito ma senza dubbio è così. Sono sempre quattro o 5 che mantengono il tiranno vi; 4 5 che gli tengono in schiavitù tutto il paese; È sempre stato così: 5 o sei individui sono ascoltati dal tiranno, o perché si sono fatti avanti da soli, o perché sono stati chiamati da lui come complici delle sue crudeltà, compagni dei suoi piaceri, ruffiani delle sue dissolutezze e soci delle sue ruberie. Quei sei consigliano così bene il capo da far pesare sulla società non solo le sue malvagità ma anche le loro, quei sei hanno poi sotto di loro altri 600 approfittatori che si comportano nei loro riguardi così come essi stessi fanno col tiranno. Quei 600 ne hanno sotto di loro 6000 ai quali fanno far carriera, ai quali fanno avere il governo delle province o il controllo del denaro, affinché essi diano libero corso alla loro avarizia e crudeltà, e le realizzino al momento opportuno, compiendo peraltro tali malefatte da non poter durare senza la loro protezione, sfuggendo grazie a loro alle leggi e alla pena. Dopo costoro ne viene una lunga schiera virgola e chi vorrà divertirsi a sbrogliare questa rete vedrà che non sono 6000, ma 100.000, ma milioni che grazie a questa corda sono attaccati al tiranno, e si mantengono a essa, come secondo Omero Giove si vanta di poter tirare a sé tutti gli dèi dando uno strattone a una catena.

46- Insomma, grazie a favori o vantaggi, a guadagni o imbrogli che si realizzano con i tiranni, alla fin fine quelli cui la tirannide sembra vantaggiosa quasi equivalgono a quelli che preferirebbero la libertà. (…) quando un re si è dichiarato tiranno tutto il peggio, tutta la feccia del Regno, non dico la folla degli imbroglioni e degli avanzi di galera che non hanno alcun peso nella vita pubblica, ma coloro che sono rosi da sfrenata ambizione e da non comune avidità, si raccolgono intorno a lui e lo sostengono per aver parte al bottino e comportarsi a loro volta da tirannelli sotto il grande tiranno. Così fanno i grandi ladri e i famosi pirati; alcuni attraversano il paese, altri pedinano i viaggiatori, questi tendono imboscate, quelli stanno in agguato, altri ancora fanno massacri, altri saccheggiano; E benché vi siano tra loro delle gerarchie, e gli uni siano solo gregari, gli altri capi del gruppo, non ve n’è uno che alla fine non prenda parte, se non al bottino principale, almeno al risultato del saccheggio. (…) In tal modo il tiranno sottomette i sudditi gli uni per mezzo degli altri ed è difeso da quegli stessi da cui se avessero un qualche valore dovrebbe guardarsi: come si dice per spaccare la legna ci vogliono sempre cunei di legno.

48- Il contadino e l’artigiano per quanto siano asserviti, dopo aver fatto ciò che gli è stato detto, sono liberi. Ma quelli che coi loro intrighi mendicano il favore del tiranno gli sono sempre sotto gli occhi: non basta che facciano quel che gli dice, ma devono pensare come lui vuole e spesso per soddisfarlo precedere addirittura i suoi pensieri non basta. Non basta che lo che obbediscano, devono compiacerlo (…) E questo vuol dire vivere felici? si chiama questo vivere? C’è al mondo qualcosa di peggiore, non dico per un uomo coraggioso, per un uomo virtuoso, ma per chiunque abbia un buon buon senso o almeno aspetto d’uomo? Quale condizione più miserabile del vivere così (…)?

51- E invero quale amicizia si può sperare da colui che ha il cuore così indurito da odiare il suo regno, mentre quest’ultimo non fa altro che obbedirgli, da colui che non sapendo amare neanche se stesso si impoverisce e distrugge il suo impero?

53- Senza dubbio, perciò, il tiranno non è mai amato e non ama. L’amicizia è un nome sacro, una cosa santa: esiste solo tra uomini dabbene e nasce solo da una reciproca stima. Non si mantiene con benefici ma con la buona vita. Un amico si fida dell’altro solo in quanto ne conosce l’integrità: le garanzie che ne ha sono la sua buona indole, la fiducia e la costanza. Non può esservi amicizia dove c’è crudeltà, dove c’è mancanza di lealtà, dove c’è ingiustizia. Infatti, se malvagi si riuniscono, non c’è compagnia ma complotto. Non si amano scambievolmente ma hanno ciascuno paura dell’altro: non sono già amici ma complici.

54- Questi miserabili vedono brillare i tesori del tiranno e ammirano abbagliati raggi del suo fasto e attratti da questo splendore gli si avvicinano e non si rendono conto che si mettono in una fiamma che non può mancare di consumarli. In tal modo il satiro curioso, secondo le antiche favole, vedendo brillare il fuoco trovato da prometeo, lo trovo così bello che andò a baciarlo e si bruciò. In tal modo la farfalla che, nella speranza di godere di qualche piacere, si mette nel fuoco perché è brilla, prova l’altra sua virtù quella che brucia come dice il poeta toscano. (…)Com’è possibile, allora che si trovi qualcuno che, fra tali pericoli e con così poca sicurezza ambisca all’infelice incarico di servire con così grande affanno un padrone tanto pericoloso: che tormento che martirio e questo, mio Dio!

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