La grande riforma del mondo (1899)

Prefazione di Lelio Basso

23-Il valore dello scritto di Rosa Luxemburg non è tanto legato alla polemica contingente e parecchie delle sue affermazioni possono essere state smentite dai fatti, parecchi dei suoi giudizi contraddetti dalla realtà. Il valore essenziale di questo scritto è nel metodo e il metodo è tuttora valido, anzi più importante oggi che la pratica dell’opportunismo , battezzato come ‘realismo politico’ o anche ‘politica delle cose’ ha devastato pressoché tutto il movimento operaio occidentale. Conseguenza logica dell’impostazione di Rosa Luxemburg era, come si vedrà, che il revisionismo e l’opportunismo sono una manifestazione del pensiero e della politica borghesi e che, come tali, non possono avere cittadinanza in seno alla socialdemocrazia. Perciò nella prima edizione dello scritto si chiedeva l’esclusione di Bernstein dal partito [Congresso di Hannover 1899] (…) Quando uscì la seconda edizione del libro , la domanda di esclusione di Bernstein dal partito non avrebbe più potuto proporsi: il revisionismo aveva di fatto conquistato il partito.

PARTE PRIMA

31- Il metodo opportunistico

32-Secondo Bernstein un crollo generale del capitalismo diventa sempre più improbabile a mano a mano che esso si sviluppa, perché da un lato il capitalismo dimostra una sempre maggior capacità di adattamento e dell’altro la produzione si differenzia sempre più. La capacità di adattamento del capitalismo si manifesta secondo Bernstein in primo luogo nella scomparsa delle crisi generali , grazie allo sviluppo del sistema creditizio, delle organizzazioni imprenditoriali e delle comunicazioni, come pure del servizio informazioni; in secondo luogo nella tenace sopravvivenza del ceto medio in seguito alla costante differenziazione delle branche di produzione e all’ascesa di larghi strati del proletariato nel ceto medio, in terzo luogo infine nel miglioramento della situazione economica e politica del proletariato in seguito alla lotta sindacale / Ne deriva per la lotta pratica della socialdemocrazia, il concetto generale che essa non debba indirizzare la propria attività alla conquista del potere politico, ma nel miglioramento della situazione della classe operaia e all’instaurazione del socialismo non attraverso una crisi sociale e politica, bensì estendendo progressivamente il controllo sociale ed attuando gradualmente il principio della cooperazione /33- Ciò che Bernstein ha messo in discussione non è la rapidità dello sviluppo, ma il corso stesso dello sviluppo della società capitalista e conseguentemente il passaggio all’ordinamento socialista (…) La base scientifica del socialismo infatti si appoggia notoriamente su tre risultati dello sviluppo capitalistico: anzitutto la crescente ANARCHIA dell’economia capitalista che porta inevitabilmente alla sua scomparsa; In secondo luogo sulla progressiva SOCIALIZZAZIONE del processo produttivo, che crea le condizioni positive del nuovo ordine sociale; e in terzo luogo sulla CRESCENTE ORGANIZZAZIONE E COSCIENZA DI CLASSE del proletariato che costituisce il fattore attivo del rivolgimento immanente /34- E’ il primo di questi pilastri che Bernstein elimina (…) 35- Ma basta riflettere un momento per dimostrare che questo è un sofisma. In che consiste l’importanza dei fenomeni indicati da Bernstein come mezzi capitalistici di adattamento: i cartelli, il credito, il perfezionamento dei mezzi di comunicazione, l’elevamento della classe operaia ecc.? Evidentemente nel fatto che essi eliminano o di fatto attenuano le contraddizioni interne dell’economia capitalista impedendone lo sviluppo e l’inasprimento. Così la eliminazione delle crisi significa la soppressione del contrasto tra produzione e scambio su base capitalistica, il miglioramento delle condizioni della classe operaia, in parte come tale, in parte in quanto entra a far parte del ceto medio, significa un’attenuazione del contrasto tra capitale e lavoro. Ora, se i cartelli, il credito, i sindacati ecc. sopprimono le contraddizioni capitalistiche, e quindi salvano dalla rovina il sistema capitalistico, conservano il capitalismo -e perciò appunto Bernstein li chiama mezzi di adattamento– come possono rappresentare al tempo stesso ‘premesse e, in parte, addirittura prodromi’ del socialismo? Evidentemente solo nel senso che essi esprimono più nettamente il carattere sociale della produzione. Ma in quanto la conservano nella sua forma CAPITALISTICA, essi al contrario rendono in pari misura vano il passaggio di questa produzione socializzata alla forma socialista/ 37 [Dilemma:] o il revisionismo ha ragione, a proposito dello sviluppo capitalistico, e allora la trasformazione socialista della società non è più che un’utopia, o il socialismo non è un’utopia, ma allora la teoria dei ‘mezzi di adattamento’ non può essere sostenibile That is the question, questo è il problema /

39- Adattamento del capitalismo

39- I mezzi più importanti, che secondo Bernstein determinano l’adattamento dell’economia capitalistica, sono il sistema creditizio, il miglioramento dei mezzi di comunicazione e le organizzazioni imprenditoriali.

48- La supposizione che la produzione capitalistica possa ‘adattarsi’ al commercio, parte da una di queste due premesse: o che il mercato mondiale aumenti illimitatamente e all’infinito o al contrario che le forze produttive vengano ostacolate nella loro crescita, in modo da non oltrepassare i limiti del mercato. La prima è fisicamente impossibile, all’altra si oppone il fatto che ad ogni passo avvengono trasformazioni tecniche in tutti i campi della produzione, le quali svegliano ogni giorno nuove forze produttive (…) Sarebbe un comprendere del tutto falsamente lo sviluppo della grande industria se ci si aspettasse che le medie industrie debbano SCOMPARIRE gradualmente dalla scena. Nell’andamento generale dell’evoluzione capitalistica, proprio secondo l’assunto di Marx, i piccoli capitali rappresentano la parte dei pionieri nella rivoluzione tecnica, da due punti di vista e cioè tanto in rapporto a nuovi metodi di produzione nelle branche antiche e consolidate, ben radicate, quanto in rapporto alla creazione di nuove branche di produzione non ancora sfruttate dai grandi capitali.

51- Instaurazione del socialismo per mezzo di riforme

52- La regolazione della produzione [da esercitarsi da parte dei sindacati] può essere intesa soltanto in due modi: l’ingerenza nel processo produttivo e la determinazione della produzione stessa. Di quale natura può essere l’influenza dei sindacati in questi due problemi? 53- È chiaro che, per quanto riguarda la tecnica della produzione, l’interesse del capitalista coincide in determinati limiti col progresso e lo sviluppo dell’economia capitalista. È la necessità sua propria che lo sprona a miglioramenti tecnici. La posizione del singolo lavoratore è invece esattamente opposta: ogni trasformazione tecnica contrasta con gli interessi del lavoratore toccato direttamente e peggiora la sua situazione immediata deprezzando la forza lavoro e rendendo il lavoro stesso sempre più intensivo, monotono, penoso. Nella misura in cui il sindacato può ingerirsi nel lato tecnico della produzione, può agire evidentemente solo in quest’ultimo senso, cioè nel senso dei singoli gruppi di operai direttamente interessati, e quindi avversare le innovazioni. In questo caso, però, esso non agisce nell’interesse della classe operaia nel suo complesso e della sua emancipazione, il quale coincide piuttosto col progresso tecnico, cioè con l’interesse del singolo capitalista, ma tutt’al contrario agisce nel senso della reazione. E in realtà noi troviamo un’aspirazione a influire sugli aspetti tecnici della produzione non nel futuro (…) ma nel passato del movimento sindacale. Essa contrassegna la fase più antica del tradunionismo inglese (fino al decennio 1860-1870), in cui esso si riannodava ancora a tradizioni medievali-corporative. (…) L’aspirazione dei sindacati a fissare i limiti della produzione e i prezzi delle merci è un fenomeno di data recentissima. [Tuttavia, queste agitazioni equivalgono alle prime] A che cosa si riduce necessariamente la parte attiva dei sindacati nello stabilire l’ampiezza e i prezzi della produzione delle merci? A un cartello degli operai con gli imprenditori contro i consumatori e addirittura con l’impiego di misure coercitive contro gli imprenditori concorrenti che non sono in nulla da meno dei metodi delle regolari unioni di imprenditori / 55- Ma anche nei limiti reali della sua azione il movimento sindacale non va incontro, come presuppone la teoria dell’adattamento del capitale, a un’estensione illimitata. (…) Non andiamo incontro a un vittorioso spiegamento di forze ma a crescenti difficoltà del movimento sindacale. Una volta che lo sviluppo dell’industria abbia raggiunto il culmine e che per il capitale nel mercato mondiale cominci la ‘curva discendente’ la lotta sindacale diventa doppiamente difficile (…) Per necessità esso si riduce sempre più alla semplice difesa dei risultati già ottenuti, ed anche questa diventa sempre più difficile. Contropartita di questo corso generale delle cose deve essere un nuovo vigore della lotta di classe POLITICA e socialista. 56- [Dalla RIFORMA SOCIALE] ci si ripromette che ‘dando la mano alle coalizioni sindacali operaie, detti alla classe capitalistica le condizioni alle quali soltanto sia consentito impiegare la forza lavoro’. Nel senso della riforma sociale così concepita Bernstein chiama la legislazione di fabbrica un pezzo di ‘controllo sociale’ e -come tale- un pezzo di socialismo. (…) [Ma] lo stato odierno non è una ‘società’ nel senso della ‘classe operaia in ascesa’, ma il rappresentante della società CAPITALISTICA, cioè uno Stato di classe. Perciò anche la riforma sociale da esso adottata non è una realizzazione del ‘controllo sociale’, ma un controllo dell’ORGANIZZAZIONE DI CLASSE DEL CAPITALE SUL PROCESSO PRODUTTIVO DEL CAPITALE. Qui, cioè negli interessi del capitale, la riforma sociale trova anche i suoi limiti. (…) 58- Lo schema storico dell’evoluzione del capitalista (…) ‘da proprietario a semplice gerente’ appare così un capovolgimento dell’evoluzione reale, che al contrario conduce da proprietario e gerente a semplice proprietario. Succede così (…) come dice Goethe: ’Ciò che possiede, lo vede come in lontananza, e ciò che è scomparso diviene per lui una realtà’/ E come il suo schema storico dal punto di vista economico ritorna indietro dalla moderna società per azioni alla manifattura o persino alle botteghe artigiane, così dal punto di vista giuridico vuol riportare il mondo capitalistico nel guscio d’uovo dell’economia feudale.  (…) Ciò che funziona oggi da ‘controllo sociale’ -la protezione degli operai, la sorveglianza sulle società per azioni ecc.- in realtà non ha nulla a che fare con una compartecipazione al diritto di proprietà, con una ‘superproprietà’. Esso si manifesta non come limitazione della proprietà capitalistica, ma al contrario come sua difesa. Oppure, per esprimerci in termini economici, esso non rappresenta un attentato allo SFRUTTAMENTO capitalistico, ma una REGOLAMENTAZIONE, un ordinamento di questo sfruttamento.

61- Politica doganale e militarismo

61- La seconda premessa dell’instaurazione graduale del socialismo secondo Bernstein è l’evoluzione dello Stato a società. (…) Con la vittoria politica della borghesia, lo Stato è diventato uno Stato capitalistico. (…)62- Se esso [Stato], nell’interesse dell’evoluzione sociale assume diverse funzioni di interesse generale, lo fa esclusivamente e fintantoché questi interessi [capitalisti] e l’evoluzione sociale coincidono con gli interessi della classe dominante. [Noi pensiamo che questo periodo armonico si sia già concluso] e ciò si manifesta nei due fenomeni più importanti della vita sociale odierna: la POLITICA DOGANALE e il MILITARISMO. Nella storia del capitalismo entrambi questi fenomeni -politica doganale e militarismo- hanno avuto una funzione indispensabile e pertanto progressista e rivoluzionaria. Senza la protezione doganale sarebbe stato quasi impossibile il sorgere della grande industria nei singoli paesi. Ma oggi le cose stanno diversamente. Oggi il dazio protettivo non serve a permettere lo sviluppo di industrie giovani, ma a mantenere artificialmente forme di produzione antiquate. Dal punto di vista dello SVILUPPO CAPITALISTICO, cioè dal punto di vista dell’economia MONDIALE, oggi è completamente indifferente se la Germania esporta più merci in Inghilterra o l’Inghilterra in Germania. Dal punto di vista dello stesso sviluppo, il negro ha dunque compiuto il suo lavoro e potrebbe andarsene. Anzi, dovrebbe andarsene. Per la reciproca dipendenza attuale di diversi rami dell’industria i dazi protettivi imposti su alcune merci devono rincarare la produzione di altre merci all’interno, e quindi inceppare nuovamente l’industria. Ma non così dal punto di vista degli interessi della CLASSE CAPITALISTICA. L’industria non ha bisogno della protezione doganale per svilupparsi, bensì l’imprenditore per difendere il suo smercio. E ciò significa che oggi i dazi non hanno più la funzione di mezzi protettivi di una produzione capitalistica in fase ascendente di fronte a una più matura, ma di mezzi di lotta di un gruppo capitalistico nazionale contro un altro. Inoltre, i dazi non sono più necessari come mezzi protettivi dell’industria, per creare e conquistare un mercato interno, bensì come mezzi indispensabili per la cartellizzazione dell’industria, cioè per la lotta del produttore capitalista contro la società consumatrice. Infine, ciò che mette in rilievo nel modo più evidente il carattere specifico dell’odierna politica doganale è il fatto che ora dappertutto non è l’industria, ma l’agricoltura che svolge la funzione determinante in materia di dazi, cioè che la politica doganale è divenuta addirittura un mezzo per PLASMARE ED ESPRIMERE INTERESSI FEUDALI IN FORMA CAPITALISTICA. La stessa trasformazione si è verificata per il militarismo. Se noi consideriamo la storia, non come avrebbe potuto o avrebbe dovuto essere, ma come fu in realtà, dobbiamo constatare che la guerra fu il fattore necessario dell’evoluzione capitalistica. Gli Stati Uniti nel Nordamerica e la Germania, l’Italia e gli stati balcanici, la Russia e la Polonia, devono tutte alle guerre, fossero esse vittoriose o no, le premesse e l’impulso all’evoluzione capitalistica. Finché esistettero paesi di cui bisognava superare il frazionamento interno o l’isolamento di un’economia naturale , anche il militarismo ebbe una funzione rivoluzionaria in senso capitalistico. (…) Ma dal punto di vista della classe capitalistica le cose stanno diversamente. Per essa oggi il militarismo è divenuto oggi indispensabile sotto tre aspetti: primo, come ‘mezzo di lotta’ per gli interessi ‘nazionali’ concorrenti contro altri gruppi nazionali; secondo, come principale modo di impiegare tanto il capitale finanziario quanto quello industriale e , terzo, come strumento di dominio di classe all’interno di fronte al popolo lavoratore- interessi tutti che non hanno niente a che fare col progresso del modo di produzione capitalistico in sé. (…) 65- Nel prospettato disaccordo tra lo sviluppo sociale e gli interessi della classe dominante, lo Stato si mette dalla parte di quest’ultima. Lo Stato, come la borghesia, si mette con la sua politica IN CONTRASTO con lo sviluppo sociale , PERDE sempre più il suo carattere di rappresentante di tutta la società e in egual misura diventa sempre più un mero STATO DI CLASSE. (…) 66- Ora, le forme democratiche della vita politica sono indubbiamente un fenomeno che esprime al massimo grado lo sviluppo dello stato a società e correlativamente segna una tappa nella trasformazione socialista. Ma nel moderno parlamentarismo viene tanto più crudamente in luce il dissidio nell’essenza dello Stato capitalistico, che abbiamo descritto. E’ vero che, formalmente, il parlamentarismo deve servire ad esprimere nell’organizzazione statale gli interessi di tutta la società. Ma dall’altro esso è espressione soltanto della società capitalistica, cioè di una società nella quale sono preponderanni gli interessi capitalistici. E questo si manifesta in modo evidente nel fatto che non appena la democrazia tende a smentire il suo carattere classista ed a trasformarsi in strumento dei reali interessi del popolo, le stesse forme democratiche vengono sacrificate dalla borghesia e dalla sua rappresentanza statale. (…) L’idea di Fourier, di trasformare col sistema dei falansteri tutta l’acqua marina della terra in limonata, era molto fantastica. Ma l’idea di Bernstein, di trasformare il mare dell’amarezza capitalistica, con l’aggiunta di qualche bottiglia di limonata socialriformista, in un mare di dolcezza socialista è soltanto più balorda, ma per nulla meno fantastica.

69- Conseguenze pratiche e carattere generale del revisionismo

70-Secondo la concezione usuale del partito, il proletariato, attraverso la lotta sindacale e politica, arriva a convincersi dell’impossibilità di cambiare fondamentalmente la propria situazione per mezzo di questa lotta e della conseguente imprescindibile necessità di arrivare infine alla conquista del potere politico, nella concezione di Bernstein invece si parte dalla premessa dell’impossibilità di conquistare il potere politico, per concludere all’instaurazione dell’ordinamento socialista unicamente per mezzo della lotta sindacale e politica / Il carattere socialista della lotta parlamentare e sindacale sta dunque, secondo la concezione di Bernstein, nel suo presunto effetto di socializzazione graduale dell’economia capitalistica. Ma quest’effetto. come abbiamo cercato di dimostrare- è in realtà pura immaginazione.

75- In una parola il presupposto generale della teoria di Bernstein è un ARRESTO DELLO SVILUPPO CAPITALISTICO [= utopia reazionaria] (…) Nel suo modo di pensare meccanico, denunciato da tutta la teoria dell’adattamento [che non tiene in conto la caduta costante del tasso di profitto] Bernstein trascura completamente l’ineluttabilità tanto delle crisi quanto dei nuovi impieghi periodicamente ricorrenti di piccoli e medi capitali, per cui a costante rinascita del piccolo capitale sembra a lui segnp dell’arresto capitalistico e non, com’è in realtà, del normale sviluppo capitalistico.

PARTE SECONDA

83- Lo sviluppo economico e il socialismo

86 [Per Bernstein tutto il mondo formicola di capitalisti] Nel suo trust di filati cucirini inglesi non vede la fusione di 12.300 persone in UN capitalista, ma 12.300 capitalisti completi .(…) Mentre Bernstein trasferisce il concetto di capitalista dai rapporti di produzione ai rapporti di proprietà, e parla di ‘uomini invece che di imprenditori’, trasferisce anche la questione del socialismo dal campo dei rapporti di produzione al campo dei rapporti di ricchezza, del rapporto tra capitale e lavoro, al rapporto tra ricco e povero. [Da Marx a Weitling, autore del Vangelo di un povero peccatore] /90 [Dalla teoria del valore all’astrazione dell’utilità di Bohm- Jevons]

95- Sindacati, cooperative e democrazia politica

97- Se le condizioni di esistenza delle cooperative di produzione nell’odierna società sono legate alle cooperative di consumo , ne deriva come ulteriore conseguenza che nel caso più favorevole le cooperative di produzione sono destinate al piccolo smercio locale e a pochi prodotti di necessità immediata, preferibilmente generi alimentari. Tutti i rami più importanti della produzione capitalistica: l’industria tessile, carbonifera, metallurgica, petrolifera, come pure la fabbricazione di macchine, locomotive, navi sono escluse a priori dalla cooperativa di consumo e quindi anche da quella di produzione. A prescindere, dunque dal loro carattere ibrido, le cooperative di produzione non possono essere considerate come una riforma sociale generale. Già per il fatto che la loro attuazione generale presuppone anzitutto la soppressione del mercato mondiale e la dissoluzione dell’economia mondiale in piccoli gruppi locali di produzione e di scambio, e quindi essenzialmente un ritorno dall’economia mercantile del capitalismo sviluppato a quella medievale.

107- Dal fatto che il liberalismo borghese, impaurito dal nascente movimento operaio e dai suoi scopi finali, ha esalato la sua anima, deriva questa sola conseguenza: che oggi il movimento operaio socialista è e può essere l’UNICO punto di appoggio della democrazia, e che non i destini del movimento socialista sono legati alla democrazia borghes, piuttosto i destini dello sviluppo democratico sono legati al movimento socialista. La democrazia non diventa più vitale nella misura in cui la classe operaia rinuncia alla lotta per la sua emancipazione, ma al contrario nella misura in cui il movimento socialista diventa abbastanza forte per contrastare le conseguenze reazionarie della politica mondiale e della diserzione borghese. Perciò chi desideri il rafforzamento della democrazia deve desiderare anche il rafforzamento e non l’indebolimento del movimento socialista, perché con la cessazione degli sforzi socialisti anche il movimento operaio e la democrazia vengono a cessare

109- La conquista del potere politico

112- Cosa distingue la società borghese dalle precedenti società classiste, antiche e medievali? Proprio la circostanza che il predominio di una classe POGGIA non su ‘diritti legittimamente acquisiti’, ma su effettivi rapporti economici, che il salariato non è un rapporto giuridico ma un rapporto puramente economico. Non potrà trovarsi in tutto il nostro sistema giuridico una formula di legge che definisca l’attuale dominio di classe. Se si trovano tracce di una tale formula, esse sono semplicemente residui del regime feudale come il regolamento della servitù / E allora come abolire la schiavitù del salario ‘per via legale, gradatamente, quando si è visto che di essa le leggi non fanno cenno?

115- Giacché tutta l’evoluzione capitalista si svolge in tal guisa per contraddizioni [esercito di popolo vs militarismo; stato popolare vs parlamentarismo borghese], bisogna per estrarre il nocciolo della società socialista dall’involucro capitalistico che gli si oppone, aver anche per questo motivo ricorso alla conquista del potere da parte del proletariato e alla soppressione totale del regime capitalistico.

118- In realtà tutto il nostro programma si ridurrebbe a un miserabile foglio di carta straccia , se non fosse in condizione di servirci per OGNI eventualità e in OGNI momento della lotta , e servirci grazie alla sua APPLICAZIONE, non alla sua non-applicazione. (…) Dietro l’affermazione che il programma socialista potrebbe completamente fallire in qualsiasi momento del potere politico del proletariato e non dare indicazione alcuna per la sua attuazione, si nasconde inconsciamente l’altra affermazione: IL PROGRAMMA SOCIALISTA SAREBBE SEMPRE E ASSOLUTAMENTE IRREALIZZABILE.

123- Il crollo

126- Bernstein non vuole sentir parlare di una ‘scienza di partito’, o più esattamente di una scienza di classe e nemmeno di un liberalismo di classe, di una morale di classe. Egli si immagina di rappresentare una scienza astratta, universalmente umana, un liberalismo astratto, una morale astratta. Ma dal momento che la società reale è costituita di classi, che hanno interessi, aspirazioni, idee diametralmente opposte tra di loro, una scienza genericamente umana nei problemi sociali, un liberalismo astratto, una morale astratta sono per il momento una fantasia, un’illusione. Quella che per Bernstein è la sua scienza, la sua democrazia, la sua morale, genericamente umane, non sono altro che scienza, democrazia, morale dominanti cioè borghesi./ Infattim quando rinnega il sistema economico marxista per giurare sulle dottrine di Brentano, Bohm-Jevons, Say, Julius Wolf, che altro fa se non scambiare il fondamento scientifico dell’emancipazione operaia con l’apologetica della borghesia? Quando parla di carattere universalmente umano del liberalismo e trasforma il socialismo in una sua sottospecie, che altro fa se non togliere al socialismo il suo carattere classista, cioè il contenuto storico, quindi in generale ogni contenuto, e viceversa elevare a rappresentante degli interessi genericamente umani la portatrice storica del liberalismo, cioè la borghesia? (…) 127- Quando si batte per l’idealismo e la morale , ma si scaglia nello stesso tempo contro l’unica fonte di rinascita morale del proletariato, contro la lotta rivoluzionaria di classe, che altro fa in fin dei conti se non predicare alla classe operaia la quintessenza della morale borghese: la riconciliazione con l’ordinamento costituito e il rinvio di ogni speranza nell’aldilà del mondo delle idee morali?

128- Ma ormai per Bernstein neppure la parola ‘borghese’ è una espressione classista, ma un concetto sociologico. Questo significa soltanto che egli (…) ha scambiato oltre alla scienza , alla politica, alla morale, al modo di pensare, anche il linguaggio storico del proletariato con quello della borghesia. Intendendo indifferentemente per ‘cittadino’ il borghese come il proletario, cioè l’uomo in generale, egli identifica in realtà l’uomo in generale col borghese, la società umana con la società borghese.

129- L’opportunismo in teoria e in pratica

133- L’unione della grande massa popolare con uno scopo che va al di là di tutto l’attuale ordinamento, della lotta quotidiana con la grande riforma del mondo, questo è il grande problema socialdemocratico, il quale deve quindi operare procedendo per tutto il corso del suo sviluppo fra due scogli: fra l’abbandono del carattere di massa e l’abbandono dello scopo finale, fra il ricadere nella setta e precipitare nel movimento riformista borghese, fra anarchismo e opportunismo. / La dottrina marxista ha certo già da mezzo secolo provveduto il suo arsenale teorico di armi annientatrici tanto contro l’uno tanto contro l’altro estremo. Ma proprio perché il nostro movimento è un movimento di masse e i pericoli che lo minacciano scaturiscono non dal cervello degli uomini ma dalle condizioni sociali, le deviazioni anarchiche e opportunistiche non potevano essere eliminate una volta per tutte e a priori dalla teoria marxista, ma devono essere superate dal movimento stesso dopo che si sono incarnate nell’azione pratica, beninteso soltanto con le armi fornite da Marx. Il pericolo minore, l’anarchismo, la socialdemocrazia l’ha già superato (…). Quello maggiore, l’idropisia opportunistica, lo sta superando attualmente.

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