
95- La sua natura lo porta ad amare la messe e non il lavoro. Gli impegni mondani divoreranno il suo tempo e il tempo è il solo capitale di coloro che non hanno altro patrimonio che l’intelligenza; a lui piace brillare, il mondo acuirà i suoi desideri che nessun tesoro potrà soddisfare , spenderà denaro e non ne guadagnerà; in breve voi l’avete abituato a credersi grande, ma prima di riconoscere una superiorità qualsiasi il mondo esige successi strepitosi.
101- [sulla storia della carta e della stampa]
143- Un uomo deve studiare bene una donna prima di lasciarle vedere come nascono e si formano le sue emozioni e i suoi pensieri. Una amante tenera e appassionata sorride delle bambinate e le compatisce; ma se ha un po’ di vanità non perdona al suo amante di essersi mostrato infantile, vano e meschino.
157- La sofferenza ingrandisce tutto.
158- Osservando le graziose inezie di cui non sospettava l’esistenza, Luciano [Chardon, nipote per parte di madre dell’ultimo conte di Rubenpré] scoperse il mondo delle futilità necessarie e rabbrividì al pensiero che occorreva un capitale enorme per esercitare il mestiere di bel ragazzo!
168-Luciano era stordito da ciò che si chiama il tratto, la parola e soprattutto la disinvoltura dell’eloquio e dalla scioltezza dei modi. Il lusso, che al mattino lo aveva stupito nelle cose, lo ritrovava ora nelle idee. Si domandava per quale misterioso processo quelle persone riuscivano a trovare a bruciapelo delle osservazioni acute, delle risposte che egli non avrebbe potuto concepire che dopo lunga meditazione. E poi quegli uomini di mondo erano disinvolti non solo nel linguaggio , ma lo erano anche negli abiti : non avevano indosso nulla di nuovo e nulla di vecchio. Il loro lusso era quello di ieri e sarebbe stato quello di domani. Luciano capì di aver l’aria di un uomo che si era vestito bene per la prima volta in vita sua.
217- Ma a voi, dove vi ha portato il lavoro? –disse ridendo Luciano./ “Quando si parte da Parigi per l’Italia non si trova Roma a metà strada” disse Giuseppe Bridau “ Tu vorresti la pappa bell’e cotta”.
234- Non esiste una sola persona che conosca l’orribile odissea attraverso la quale si arriva a ciò che bisogna chiamare, a seconda dei talenti, l’infatuazione, la moda, la reputazione, la rinomanza, la celebrità, il favore pubblico, tutti gradini che portano alla gloria e che non la sostituiscono mai. Questo fenomeno morale, così brillante si compone di mille accidenti che variano con tanta rapidità che non si dà il caso di due uomini giunti per la medesima via. Canalis e Natha costituiscono due esempi dissimili e che non si ripeteranno. D’Arthez che si sfianca a lavorare diventerà celebre in un altro modo. Questa reputazione tanto desiderata è quasi sempre una prostituta. Sì, per le basse opere della letteratura essa rappresenta la povera ragazza che trema di freddo agli angoli dei portoni; per la letteratura di secondo piano è la prostituta che esce dalle case di tolleranza del giornalismo, e alla quale io servo da magnaccia; per la letteratura fortunata è la brillante cortigiana insolente, che ha una casa arredata, che paga le tasse allo stato, riceve i grandi signori, li tratta e li maltratta, ha servitori in livrea, una carrozza e può permettersi di fare attendere i creditori assetati.
258- “Non è affar mio procedere allo spoglio delle elucubrazioni di quelli di voi che si mettono in letteratura perché non riescono ad essere né capitalisti, né calzolai, né caporali, né domestici, né amministratori, né uscieri! SI ENTRA SOLO CON UNA REPUTAZIONE FATTA! Diventate celebri e vi troverete fiumi d’oro. In due anni ho creato con le mie mani tre grandi uomini e ne ho fatto tre ingrati! ” (…) “Ma signore, se tutti gli editori parlassero come voi, chi pubblicherebbe le opere prime?” disse Luciano (…) “Questo non mi riguarda” disse Dauriat gettando un’occhiata assassina sul bel Luciano che lo guardò con aria cortese “Io non mi diverto a pubblicare un libro, a rischiare duemila franchi per guadagnarne duemila; io faccio delle speculazioni nel campo della letteratura (…)
262- “Dauriat è un furbo che vende un milione e mezzo o un milione e seicentomila franchi di libri l’anno: è una specie di ministro della letteratura. (…) la sua avidità, grande quanto quella di Barbet, lavora all’ingrosso. Dauriat ha maniera, è generoso ma non è vanesio: quanto alla sua intelligenza , è fatta di tutto ciò che sente dire intorno a sé; la sua bottega è un luogo eccellente da frequentare. Vi si può discorrere con le persone più illustri del tempo. Un giovanotto, mio caro, impara di più passando un ora colà che non impallidendo sui libri per dieci anni. Vi si discutono gli articoli, vi si abbozzano dei soggetti, ci si lega con le persone celebri o influenti che possono essere utili. Oggi per riuscire è necessario avere delle relazioni. Il caso è tutto lo vedete. La cosa più pericolosa è avere dell’intelligenza e rimanersene soli nel proprio angolo.(…)”
269- La vita letteraria , che per due mesi era stata così povera, così spoglia ai suoi occhi, così orribile nella camera di Lousteau, così umile e insieme così insolente alle Galeries de Bois, si presentava con strane magnificenze e sotto aspetti singolari. Quella mescolanza di alti e di bassi, di compromessi con la coscienza, di superiorità e di vigliaccherie, di tradimenti e di piaceri, di grandezze e di servitù, lo lasciava stupito, come un uomo che osservi uno spettacolo incredibile.
296- “L’influenza e il potere del giornalismo non sono che all’inizio –disse Finot- il giornalismo è nell’infanzia ma crescerà. Tutto, di qui a dieci anni, sarà di pubblico dominio. Il pensiero chiarirà tutto. Esso… -Esso sciuperà tutto –disse Blondet interrompendo Finot. E’ una battuta –disse Claudio Vignon. Il pensiero farà dei re – disse Lousteau. E rovinerà le monarchie – disse il diplomatico. Perciò –fece Blondet- se la stampa non esistesse bisognerebbe invenarla; ma c’è e noi ne viviamo. Voi ne morrete- disse il diplomatico – non vi rendete conto che la superiorità delle masse, supponendo che voi le illuminiate, renderà sempre più difficile la grandezza individuale; che, seminando la ragione nel cuore delle masse inferiori, voi raccoglierete la rivolta e che voi ne sarete le prime vittime? Che cosa rompe la gente a Parigi quando c’è una sommossa? I fanali – disse Nathan- ma noi siamo troppo modesti per aver paura, ne usciremo solo un po’ incrinati. Siete un popolo troppo spiritoso per permettere a un governo quale che sia di funzionare – disse il ministro. Senza di ciò ricomincereste con la penna a conquistare quell’Europa che la vostra spada non ha saputo mantenere. I giornali sono un male – disse Claudio Vignon.
299- Il popolo ipocrita e senza generosità –riprese Vignon- bandirà dal suo seno il talento, come Atene ha bandito Aristide. Vedremo i giornali diretti dapprima da uomini d’onore, cadere più tardi in mano ai più mediocri che avranno la pazienza e la vigliaccheria che mancano ai begli ingegni, o in mano ai droghieri che avranno il denaro per comprarsi delle penne. Ma queste sono cose che già vediamo. Fra dieci anni il primo ragazzino uscito di collegio si crederà un grand’uomo, monterà sulle colonne dei giornali per schiaffeggiare i suoi antenati, li tirerà per i piedi per prendere il loro posto. Napoleone aveva ragione a mettere la museruola alla stampa.(…) I giornalisti arrivati saranno sostituiti da giornalisti affamati e poveri. La piaga è incurabile, sarà sempre più maligna, sempre più fastidiosa; e più il male sarà grande più sarà tollerato , fino al giorno in cui la confusione entrerà nei giornali a causa del loro grande numero, come a Babilonia. Tutti sappiamo che i giornali andranno più lontano dei re in fatto di ingratitudine, più lontano del più sporco commercio in fatto di speculazioni e di calcoli, che divoreranno le nostre intelligenze per vendere tutte le mattine il loro distillato cerebrale a trentasei gradi; ma noi continueremo tutti a scriverci , come coloro che sfruttano una miniera di mercurio sapendo che ne moriranno.
309- Lavorare! Non è forse la morte per le anime avide di godimenti? Ed è così con questa facilità che gli scrittori precipitano nel ‘dolce far nient’ , nei godimenti della buona tavola, nelle delizie della vita lussuosa delle attrici e delle donne facili.
310 Ettore Merlin, il più pericoloso di tutti i giornalisti (…) dotato di molto spirito e di poca volontà, ma che sostituiva la volontà con quell’istinto che conduce gli arrivati là dove splendono l’oro e il potere.
321- “Faresti dannare i santi” disse Luciano./ “Non si dannano i demoni” rispose Lousteau./ Il tono leggero, brillante del suo nuovo amico, il modo in cui trattava la vita, i suoi paradossi mescolati alle massime del machiavellismo parigino, agivano su Luciano a sua insaputa. In teoria il poeta riconosceva il pericolo di questi pensieri, ma in pratica li trovava utili.
332- Chiamiamo CANARD, una notizia che ha l’aria di essere vera ma che invece inventiamo per colorire la cronaca di Parigi quando è scialba. Il canard è una trovata di Franklin, che ha inventato il parafulmine, il canard e la repubblica. Quel giornalista ingannò (…) gli enciclopedisti con i suoi canard d’oltremare./333– Il giornale tiene per vero tutto ciò che è probabile. Noi partiamo di là – disse Lousteau./ La giustizia non procede in modo diverso –disse Vernou.
339 [Come si scrive un articolo culturale]/ 346 [affissi e annunci come strumenti di comunicazione tra pubblico ed editori]
354- Giano è il mito della critica e il simbolo del genio.
359- L’epigramma è lo spirito dell’odio, dell’odio che è l’erede di tutte le malvagie passioni dell’uomo, così come l’amore polarizza tutte le sue buone qualità. Perciò non v’è uomo che non sia spiritoso quando si vendica, per la ragione che non ve n’è uno al quale l’amore non dia delle gioie.
565- Nei paesi divorati da quel senso d’insubordinazione sociale che si nasconde sotto la parola UGUAGLIANZA, il trionfo è uno di quei miracoli che non si verificano, come del resto certi altri miracoli, senza la cooperazione di abili macchinisti. Su dieci ovazioni ottenute dai viventi in seno alla patria , ve ne sono nove le cui cause sono estranee al personaggio glorificato. Il trionfo di Voltaire sulle tavole del Theatre-Francais, non era forse quello della filosofia del suo secolo? In Francia si può trionfare solo quando tutti trionfano insieme al trionfatore.
570- All’inizio di una nuova gestione, si tratti di una prefettura , di una dinastia o di un’industria – disse l’ex console generale alla sua amica – la gente è pronta a fare dei favori; ma quando comincia a rendersi conto di quali siano gli inconvenienti di questi favori, allora diventa di ghiaccio. Oggi Luisa farà per Petit-Claud dei passi che, fra tre mesi, non farebbe più nemmeno a vostro marito.
600 . [sulla teoria giornalistica delle MALATTIE DI FAMIGLIA]
603- E’ stato scritto assai poco sul suicidio: poco in relazione alla gravità dell’argomento. Forse è una malattia che sfugge all’osservazione. Il suicidio è l’effetto di un sentimento che chiameremo , se vi piace, STIMA DI SE’ STESSI, per non confonderlo con la parola ONORE. Il giorno in cui l’uomo giunge a disprezzarsi, il giorno in cui si vede disprezzato, nel momento in cui la realtà della vita contrasta con le sue speranze, egli si uccide rendendo così omaggio alla società davanti alla quale non vuole apparire nudo di ogni sua virtù e di ogni suo splendore. Checché se ne dica, fra gli atei (bisogna escludere il cristiano dal suicidio) solo i vigliacchi accettano una vita disonorata. Vi sono suicidi di tre specie: Innanzitutto il suicidio che è l’ultimo eccesso di una lunga malattia e che rientra senz’altro nel campo della patologia; poi il suicidio per disperazione e, infine, il suicidio per ragionamento. Luciano voleva uccidersi per disperazione e per ragionamento, i due tipi di suicidio su cui si può cambiare idea, perché solo il suicidio patologico è irrevocabile: ma spesso le tre cause si trovano riunite, come nel caso di Giangiacomo Rousseau.
629- [Ciò che gli italiani chiamano una COMBINAZIONE] Per loro, questa parola significa qualcosa di indefinibile in cui si ritrovano un po’ di perfidia mescolata al diritto, la tempestività di una frode consentita, un’astuzia quasi legittima e ben congegnata ; secondo loro, la notte di San Bartolomeo fu una combinazione politica.