
21- Il copista come autore
21- Nel racconto saggistico Pierre Menard, autore del «Chisciotte» Borges ha ricostruito una situazione mentale del tutto confacente a quella del copista. Scrive infatti il Menard inventato da Borges: «Io ho contratto l’obbligo misterioso di ricostruire letteralmente la sua opera spontanea. Il mio gioco solitario [gioco filologico?]è governato da due leggi antitetiche. La prima mi permette varianti di tipo formale o psicologico; la seconda mi impone di abolire ogni variante in favore del testo ‘originale’» (…) Borges ha definito le due facce dell’ambiguo mestiere del copista. Menard vuole riscrivere il Don Chisciotte, ma alla fine lo ricopia. «Il metodo che immaginò da principio era realmente semplice. Conoscere bene lo spagnolo, recuperare la fede cattolica, guerreggiare contro i Mori o contro il Turco, dimenticare la storia d’Europa tra il 1602 e il 1918 [corsivo di Canfora], essere [corsivo di Canfora] Miguel de Cervantes». Borges non manca di notare, seguitando nella sua invenzione, che ad ispirare Menard era stato quel «frammento filologico di Novalis- numero 2005 dell’edizione di Dresda- che abbozza il tema dell’identificazione totale con un determinato autore ». E però subito vi oppone un contrappeso, autoironico e indica, come ulteriore e opposta fonte di ispirazione,«uno di quei libri parassitari che ambientano Cristo in un boulevard». / E’ la stessa difficoltà che si spalanca come un baratro davanti al traduttore. Come la traduzione riempie i «vuoti» del testo (o i «silenzi del testo» secondo una bella immagine di Ortega y Gasset) –ogni traduttore li avverte soggettivamente-, così il copista integra, credendo di perfezionarlo, un testo in cui è perfettamente identificato: appunto perché copista. Di solito diciamo che «interpola», [interpolazióne s. f. [dal lat. interpolatio –onis; v. interpolare2]. – 1. a. Nella critica dei testi, qualunque consapevole alterazione del testo, frequente nei classici e dovuta alla tendenza dell’amanuense a semplificare o banalizzare la sintassi o il lessico del suo autore, e nelle cronache medievali al desiderio di inserire dati ritenuti interessanti o comunque pertinenti. In senso più ristretto, l’aggiunta di elementi originariamente estranei (spiegazioni o note o aggiunte intenzionali marginali), introdotti da successivi amanuensi nel corpo del testo. Nelle scienze giuridiche, qualsiasi alterazione, consistente in aggiunte, omissioni o sostituzioni, subìta dai testi giuridici da parte sia di commissioni legislative sia di commentatori e interpreti; di particolare importanza per la storia del diritto romano quelle apportate alle fonti giuridiche classiche dai compilatori del Corpus iuris civilis di Giustiniano. b. In senso concr., la parola o la frase interpolata nel testo: riconoscere, espungere le i.; un manoscritto pieno di evidenti i.; il passo non è autentico, è certo un’interpolazione.-> https://www.treccani.it/enciclopedia/interpolazione_(Enciclopedia-Italiana)%5Dma così banalizziamo o sviliamo quel delicato e inquietante accadimento che è l’intervento originale del copista. E anzi siamo portati a sospettarlo anche quando non c’è: appunto perché noi stesso lo faremmo, ove copisti. / 25- Il copista (…) deve essere considerato innanzi tutto come lettore, anzi come l’unico vero lettore del testo. Giacché la sola lettura che porti ad una piena appropriazione del testo è l’atto della copiatura: la sola via di appropriazione del testo consiste nel copiarlo. Perciò non si copia qualunque testo. E perciò anche la diffusione della fotocopiatura, o di altre analoghe forme compendiarie di riproduzione meccanica, si è rivelata come il principale ostacolo e il principale antidoto alla lettura. Con le fotocopie siamo purtroppo diventati non più che lettori potenziali: sappiamo che potremmo leggere in qualunque momento ciò che abbiamo fulmineamente riprodotto in un attimo.(…) 26- Il passaggio subito successivo è che, appunto, con la totale appropriazione che così si determina, nasce -nel lettore copista- la spinta a intervenire: tipica, e quasi obbligata, reazione di è entrato nel testo. E’ così che il copista, proprio perché copiava, è diventato protagonista attivo del testo. Ci si potrebbe perciò spingere a sostenere che il plagiario non è dunque che un copista che ha perso la nozione di sé, e si sente ormai autore di quel testo che ha tanto approfonditamente letto perché lo ha copiato. Non è superfluo ricordare che i plagi erano molto più frequenti quando le copie si facevano a mano (e forse torneranno frequenti ora che la scrittura è diventata virtuale e si può «tagliare» e «incollare» in appena qualche secondo). E meglio si comprende anche perché negli sconcertanti cataloghi di plagiari forniti da Quérard nelle Supercheries littéraires dévoilées [Inganni letterari smascherati]figurano nomi quali quelli di Richard Simon, Rousseau, Voltaire ecc. Osservò Charles Nodier in un libro classico sull’argomento quale le Questions de littérature légale che il fenomeno del plagio deve essere intrecciato con quello della copia nel momento in cui il materiale da copiare per la prima volta fu particolarmente abbondante (…) 28- Tendenzialmente il copista non si rassegna a scrivere qualcosa che gli sembra non dare senso, o non dare quello che ha lui , trascinato dalla compenetrazione col testo, appare come il senso più desiderabile in quel punto. Peraltro egli non di rado sa che, prima di lui, altri uomini, fallaci come lui sa di essere (e spesso lo proclama drammaticamente in qualche subscriptio), hanno scritto, a loro volta, il medesimo testo che lui ora sta riscrivendo. Tanto più gli sembra ovvio intervenire in omaggio alla sua idea, che lo insidia e lo sorregge ad ogni passo, in ogni momento, di senso «migliore». / Quasi tutti gli errori sono errori concettuali: anche quelli che vengono sommariamente classificati come sviste e lapsus. Naturalmente tutto dipende dalle categorie mentali e dalla cultura o alfabetizzazione del copista, nonché da quante cognizioni egli ha indispensabili a evitare le insidie di un testo colto o difficile. /33- [Deduzione palmare:] quando la distanza tra autografo e copia (o copie) superstiti è incomparabilmente più piccola che nel caso di Catulo o addirittura di Eschilo, per non parlare di Omero, il tasso di deformazioni scende radicalmente a quantità incomparabilmente più piccole. I copisti bizantini che hanno copiato testi bizantini di cinquanta o anche cento anni addietro rispetto al loro tempo erano davvero «uguali» agli autori che copiavano e non dovevano fare gli sforzi di Pierre Menard. 34- Di fatto sono due filologie diverse, per usare un’espressione fin troppo sommaria: quella che tratta di manoscritti che tramandano testi di 1500-2000 anni prima, e quella che tratta manoscritti nati nella stesso «civiltà», ma sarebbe più corretto dire nella stessa «realtà» dell’autore.
35- Un modesto surrogato: l’archetipo
45 La distanza tra noi e l’archetipo (o se vogliamo tra l’archetipo e la tradizione superstite) è cosa assai più modesta o meno significante che non l’abisso tempestosissimo che separa a sua volta quel povero archetipo dall’originale. «Abisso », per adoperare questa immagine forse troppo pittoresca, che corrisponde ad un lunghissimo tragitto nel corso del quale la trasmissione non era stata, probabilmente, quasi affatto«verticale» (…) (Cicerone che prega Attico di far inseguire esemplari dei suoi scritti per apportarvi correzioni che fatalmente si saranno potute fare solo in una parte degli esemplari ormai circolanti) ci rendiamo conto che la cosiddetta CONTAMINAZIONE o TRASMISSIONE «ORIZZONTALE» è stata a lungo, in antico, il fenomeno prevalente. E ciò nel corso dei non pochi secoli, nei quali di quei testi vi era una ricchissima messe , tra biblioteche pubbliche, grandi e piccole, e biblioteche di privati, ed esemplari di scuola, e copie di librai. Quando tutto divenne più raro, qualcuno di questi esemplari ebbe discendenza. Chi e perché non lo sapremo mai. Ma è diverso se fu il quaderno di uno scolaro, o la copia personale frettolosa di un curioso o l’esemplare di un dotto o un sontuoso e magari non sempre corretteo esemplare di lusso.
49- Grandezze e miserie della tradizione ‘indiretta’
51- [Tradizione ‘indiretta’ =] una ramificazione della tradizione manoscritta [ o diretta?] ben più antica di quella attestata dai testimoni medievali. Nei luoghi in cui la tradizione «indiretta» è presente, l’archetipo precipita al livello di semplice portatore di varianti. [Esempi di tradizione ‘indiretta’ : la citazione, 63- la traduzione (per es. Esiodo che traduceva da modelli mesopotamici), traduzioni in greco di autori stranieri, ci sono poi le letterature di traduzione come la letteratura latina o la letteratura araba), la parafrasi, la riscrittura creativa, gli appunti privati]. (…) 64- La TRADIZIONE è essenzialmente o TRADUZIONE o COPIA. L’una e l’altra, in maniera complementare, intervengono nella constitutio textus, ma il loro significato supera di gran lunga il fine dell’edizione: esse sono la storia , sono azioni costitutive della storia della civiltà scritta. (…) La traduzione parola per parola [là dove il traduttore non comprende bene] di un passo che non si è compreso diventa non di rado un monstrum.
68- L’arte di ricavare estratti
68- [Un campo quasi illimitato di tradizione indiretta sono i RIASSUNTI e gli ESTRATTI] Qui ricorderemo la Biblioteca storica di Diodoro Siculo, gli estratti costantiniani, la Biblioteca di Fozio. / Questi veri e propri pilastri della nostra tradizione storiografica (…) sono in qualche modo in rapporto l’uno con l’altro. Diodoro inaugura, come si dirà, il «libro-biblioteca» cosa che Plinio il vecchio, sommo enciclopedista, gli riconosceva come grande merito. /75-Storie di testi raccontate dagli antichi
84- Rotoli e codici
97- Il libro biblioteca
100- Quando (presumibilmente) la biblioteca sarebbe andata in fiamme, e il fuoco avrebbe distrutto anche le Storie di Tucidite; solo Demostene le ricordava a memoria per intero e le dettò, sicché il testo poté essere ricopiato. / 107- «Polibio e Diodoro scrivono storie che sono biblioteche» [Girolamo], che cioè sono raccolte di altre opere o epitomi o riassunti di esse. /
117- La biblioteca di Fozio
117-La Biblioteca di Fozio oltre a essere un caso macroscopico di tradizione «indiretta» (…) è anche un esempio insigne di libro-biblioteca. Essa comprende 280 capitoli, in cui sono studiate 386 opere, che si situano tra Erodoto e la generazione che precede immediatamente Fozio stesso. Le notizie variano dalla semplice menzione di un nome di un autore ad un’analisi più o meno lunga, fino a sequele di estratti molto ampie. Gli autori e i testi che noi conosciamo unicamente grazie alla Biblioteca di Fozio sono molto numerosi. /118- Essa comprende numerose opere delle quali non ci informa nessun altro bizantino. [I moderni sono convinti che Fozio avrebbe redatto la sua opera ‘per il pubblico’, ma un grande filologo scrive che] «Tutta la descrizione voluminosa com’è, fa l’impressione di appunti privati di un uomo intelligentissimo» [= libro-biblioteca ad uso di una cerchia di eruditi]
114- Un’idea di Pangloss
135- Il falsario come autore