
Parafrasi degli appunti sul testo ottenuta con ChatGPT di OpenAI
Nel testo introduttivo di Étienne Balibar, si sottolinea il confronto tra le lotte di liberazione antimperialiste — che hanno carattere intersezionale — e forme di sciovinismo aggressivo promosse dalle potenze egemoni come gli Stati Uniti. Balibar presenta razza e genere non come realtà biologiche, ma come categorie antropologiche che generano gerarchie e segmentazioni nella forza-lavoro all’interno del sistema-mondo capitalista. Evidenzia inoltre come, nelle nazioni imperiali (per esempio USA e Francia), si sviluppino correnti nazionaliste di stampo xenofobo.
Si passa poi a delineare il capitalismo non solo come un modo di produzione interno a ciascun paese, ma come un sistema globale costruito sul colonialismo, attraversato da contrasti tra economie e società diverse. Il protezionismo viene reinterpretato come diritto degli Stati a difendere i propri confini economici: oggi, osserva Balibar, ci si schiera di più in difesa della nazione piuttosto che della purezza razziale, riconoscendo la razza come categoria fluida, paragonabile a nazione e classe.
Riprendendo il contributo di Immanuel Wallerstein, Balibar spiega che il sistema-mondo capitalistico, basato su colonialismo e neocolonialismo, si struttura attraverso gerarchie etniche determinate da criteri visibili e invisibili. In questo contesto, la razza non è oggetto di studio biologico ma di analisi antropologica. Si fa riferimento alle forme contemporanee di razzismo nei principali paesi occidentali, e si sottolinea come classi e nazioni siano entrambe strutture sociali che plasmano movimenti anti-sistemici.
Il testo esplora poi la natura gerarchica del concetto di razza: in un ordine sociale ineguale ogni gerarchia si giustifica in termini razzisti. Il razzismo moderno è descritto come una forma di antiscientismo diffuso, capace di riprodurre stereotipi antiebraici o di identificare minoranze interne — simile alle retoriche di movimenti populisti attuali. Balibar insiste sull’importanza di analizzare il razzismo sia in chiave politica (in relazione al concetto di nazione) sia in chiave economica (in rapporto alla classe), indicando nell’islamofobia uno dei maggiori fattori di discriminazione in Europa degli ultimi trent’anni.
Si passa quindi ad esaminare l’ascesa della nuova destra e dei movimenti ultraconservatori, che adottano un linguaggio nazionalista per instaurare forme autoritarie di dominio. Balibar si interroga se si tratti di mutamenti profondi o di un ritorno al passato: il nazionalismo usa la religione come paravento per identificare nuovi capri espiatori (per esempio, cristiani in Pakistan o musulmani in Europa). Pur ammettendo che il futuro non sia predeterminato, sostiene che la diversità non debba rimanere un pretesto per giustificare gerarchie oppressive.
Balibar dedica poi attenzione alle radici filosofiche e teoriche di questi fenomeni, richiamando Spinoza e una lettura strutturalista del Capitale: le lotte di classe devono essere studiate all’interno di formazioni sociali composite, che combinano diversi modi di produzione (secondo Althusser). La divisione della classe operaia non è un residuo storico, bensì una struttura permanente delle società capitalistiche.
Secondo Balibar, nel vero Marx il primato spetta ai rapporti di produzione sulle forze produttive: le contraddizioni non nascono dall’innovazione tecnica, ma dallo scontro tra relazioni sociali di produzione e forze produttive sociali. La politica e lo Stato devono godere di autonoma centralità, al pari del mercato e della lotta di classe, superando ogni economicismo.
Le formazioni sociali capitaliste si configurano spesso come Stati-nazione, dove nazioni forti si contrappongono a nazioni più deboli. Gruppi di status (per esempio, le classi o le nazioni) emergono dalla divisione globale del lavoro, e ogni dominio di classe si legittima tramite un linguaggio universale, custodendo tensioni interne che riflettono specifiche relazioni di sfruttamento.
Wallerstein arricchisce questo quadro definendo l’economia-mondo come formazione sociale: non soltanto un insieme economico e un sistema di Stati, ma un sistema sociale in dialettica globale, dove fenomeni di mondializzazione politica e ideologica hanno assunto un ruolo centrale. Il nazionalismo e il razzismo contemporanei non sono un semplice richiamo all’intolleranza del passato: sono reazioni alla divisione internazionale del lavoro e al dominio degli Stati del centro.
Si osserva inoltre la transnazionalizzazione dei conflitti: sebbene le tensioni locali restino decisive, le lotte si articolano su scala globale. In questo contesto, il feminismo è nato davvero solo dove esisteva una lotta di classe organizzata. Wallerstein considera movimenti anti-sistemici anche le lotte nazionali e quelle delle donne e altre minoranze, mentre Balibar li ritiene di natura diversa.
Il modello di Wallerstein applica a Marx la legge della popolazione: l’accumulazione illimitata richiede continui riassetti delle categorie socio-professionali. La base delle formazioni sociali è dunque la divisione del lavoro — e le trasformazioni sociali coincidono con cambiamenti in questa divisione. Tuttavia Balibar sottolinea che la coesione sociale non deriva solo dal lavoro e dal mercato, ma anche da nuclei simbolici come diritto, religione e norme culturali.
Per Wallerstein, la divisione capitalistica del lavoro crea contrapposizioni insanabili, mentre Balibar individua nei processi comunicativi e tecnici limiti imposti all’accumulazione indiscriminata del capitale. La vera materia della politica risiede nelle creazioni ideologiche e istituzionali (diritti umani, nazionalismo, sessismo), e nelle loro antitesi rivoluzionarie.
Le lotte di classe manifestano effetti ambivalenti: mirano a ripristinare unità perdute, ma offrono anche terreno a nuove forze di dominio, compreso un razzismo in espansione che si contrappone alle narrative di progresso. Teorie colte e razzismo popolare condividono la tendenza a classificare l’umanità in specie separate, non sempre per semplice pregiudizio, ma come forma di universalismo borghese.
Balibar discute infine le categorie di popolo e nazione: per lui sono forme storiche di soggettivazione politica, mentre Wallerstein ne propone un’analisi più analitica, distinguendo razza, nazione ed etnicità come modi di costruzione del popolo. Entrambi convergono sull’idea di popolo come etnicità fittizia, generata da istituzioni capaci di creare comunità di lingua e razza.
Nelle conclusioni si conferma l’articolazione tra economia e politica nella lotta di classe: Wallerstein difende la distinzione tra classe in sé e classe per sé, che Balibar invece contesta. Si ribadisce la polarizzazione dei rapporti di classe, i processi di proletarizzazione e di imborghesimento
PRIMA PARTE – IL RAZZISMO UNIVERSALE
Esiste un neorazzismo? (e.b.)
Il concetto di neorazzismo si configura come un fenomeno transnazionale, emerso in modo evidente in contesti come la Francia, dove prende forma attraverso politiche di esclusione legittimate da discorsi apparentemente scientifici, legati all’antropologia e alla filosofia della storia. Questo nuovo razzismo si manifesta non solo in teorie, ma soprattutto in pratiche concrete: violenza, disprezzo, intolleranza, umiliazione ed emarginazione. Si articola attraverso narrazioni che invocano la profilassi o la segregazione, intesa come un tentativo di “purificare” il corpo sociale, proteggendo l’identità collettiva del “noi” da ogni forma di mescolanza o contaminazione percepita (meticciato, promiscuità, invasioni). L’alterità viene marcata attraverso segni come il nome, il colore della pelle o le pratiche religiose.
Il razzismo, in questa prospettiva, non è solo una costruzione teorica: è prima di tutto un insieme di atti concreti che precedono e superano le spiegazioni ideologiche. Esso organizza gli affetti collettivi attraverso la produzione di stereotipi carichi di ossessioni e ambivalenze, dando forma a vere e proprie comunità razziste, composte sia da soggetti che da oggetti del razzismo. L’identità comunitaria viene imposta a gruppi ai quali, nel contempo, si nega la possibilità di autodefinirsi, come osservava Fanon.
Le teorie razziste si distinguono per una particolare strategia intellettuale: a differenza dei teologi, che mantengono una distanza tra sapere esoterico e dottrina popolare, gli ideologi del razzismo formulano teorie immediate, accessibili e adattate alla comprensione delle masse. Questo atteggiamento riflette un desiderio di conoscenza violento e diretto delle dinamiche sociali, che, come sottolineavano Bebel e Nietzsche, si manifesta nell’antisemitismo come “socialismo degli imbecilli” o “politica dei deboli”.
Nel contesto attuale, influenzato dal pensiero di Gramsci, il neorazzismo si lega alla costruzione dell’egemonia culturale, sostituendo la nozione biologica di razza con quella di immigrazione. In Francia, ad esempio, le comunità di lavoratori immigrati sono da tempo vittime di discriminazioni e violenze connotate da stereotipi razzisti.
Negli Stati Uniti, il “problema nero” è stato storicamente separato dalla questione etnica legata all’immigrazione europea, fino a quando, negli anni ’50 e ’60, un nuovo paradigma dell’etnicità ha finito per proiettare su di esso le problematiche dell’integrazione culturale.
Il neorazzismo, nato nell’epoca della decolonizzazione, si presenta oggi come un “razzismo senza razze”: non più centrato sulla biologia, ma sull’inconciliabilità delle differenze culturali. Questo razzismo differenzialista proclama la positività delle frontiere e l’incomparabilità delle forme di vita e delle tradizioni, destabilizzando le basi dell’antirazzismo tradizionale del dopoguerra, che si fondava sull’eguaglianza e la diversità delle culture. Paradossalmente, anche l’opera di Lévi-Strauss è stata utilizzata per sostenere che la mescolanza culturale costituisca una minaccia per la vitalità intellettuale dell’umanità.
Il pensiero razzista moderno si è sviluppato all’interno del campo concettuale dell’umanesimo, naturalizzando la tendenza dei gruppi umani a preservare le proprie tradizioni. In questo modo, la cultura viene trattata come se fosse una seconda natura, attribuendo identità fisse e immutabili a individui e collettività.
Le teorie differenzialiste più recenti non solo giustificano il razzismo, ma pretendono anche di prevenirlo: secondo esse, per evitare il conflitto è necessario rispettare certe “soglie di tolleranza” e mantenere “distanze culturali”, assumendo che ogni individuo sia portatore esclusivo di una sola civiltà. Ne deriva un invito alla segregazione culturale, che si traduce in politiche nazionali restrittive.
In questo contesto, i programmi di inclusione sociale o di lotta alla discriminazione vengono stigmatizzati, specialmente dalla nuova destra americana, come forme di reverse discrimination. Anche in Francia, voci apparentemente moderate sostengono che sia l’antirazzismo stesso a generare razzismo, provocando una reazione difensiva nei cittadini attorno ai simboli dell’identità nazionale.
Il razzismo differenzialista si presenta talvolta come un umanesimo travestito, riprendendo argomenti della psicologia delle folle e sostenendo di voler difendere le diversità. Ma già l’antisemitismo moderno era, in realtà, un razzismo culturalista: gli ebrei venivano considerati nemici non per una presunta inferiorità biologica, ma per il loro “modo di pensare”, che ne giustificava l’esclusione, e infine, nel nazismo, lo sterminio.
Oggi, il razzismo differenzialista si manifesta come un antisemitismo generalizzato, che include forme di arabofobia, soprattutto in Francia, dove si confonde l’identità araba con l’islamismo. L’ideologia francese, fondata sull’assimilazione, tende a classificare gli individui in base alla loro resistenza all’integrazione.
Nonostante il discorso neorazzista rifiuti esplicitamente ogni gerarchia tra le culture, in realtà essa persiste: l’integrazione continua a essere sospettata come superficiale o falsa. Un razzismo differenzialista coerente sarebbe conservatore, e imporrebbe la fissità di tutte le culture, anche di quelle universaliste. Sotto la pretesa di proteggere l’identità europea, si finisce per bloccare ogni possibilità di trasformazione.
Le culture vengono allora concepite come entità chiuse, autosufficienti, definite simbolicamente, e la cultura stessa – nella forma di Bildung, che include sia la cultura colta che quella popolare – viene istituita come strumento di disuguaglianza, che ostacola l’accesso alla conoscenza e all’emancipazione. La scuola e le norme internazionali diventano così strumenti di esclusione.
Il risentimento verso la presenza degli immigrati, in particolare a scuola, riflette una gerarchia latente che si manifesta anche nelle istituzioni. Come suggerisce Foucault, la cultura agisce come una forma di regolamentazione esterna della vita, della sua riproduzione, della salute e delle sue espressioni. I racconti storici, infine, si articolano in miti genealogici che rimescolano i concetti di razza, popolo, cultura e nazione.
Nel futuro, sarà necessario ripensare radicalmente il concetto di frontiera e affrontare con serietà crescente il tema della disuguaglianza scolastica, che struttura nuove forme di gerarchia intellettuale.
Universalismo contro razzismo e sessismo: le tensioni ideologiche del capitalismo (i.w.)
L’universalismo moderno si fonda sull’idea che tutti gli esseri umani siano uguali, come sintetizza lo slogan “Siamo tutti fratelli” — espressione che, però, può essere letta anche come implicitamente sessista.
Storicamente, l’universalismo ha rappresentato una delle principali risposte ideologiche al razzismo e al sessismo, ma al tempo stesso ha contribuito a rafforzarli, perché – come accade anche nelle religioni monoteiste (ebraismo, cristianesimo, islam) – pur proclamando l’unità del genere umano sotto un unico Dio, continuano a distinguere tra membri “interni” ed “esterni” al gruppo. In passato, infatti, il senso di appartenenza al proprio gruppo e il rispetto reciproco tra i suoi membri prevalevano su ogni concetto astratto di umanità condivisa.
L’universalismo, quindi, è l’esito di un lungo percorso culturale che parte dalle religioni monoteiste, in cui si è passati da un Dio tribale all’idea di un Dio unico – e con essa all’idea di un’umanità unica. L’Illuminismo ha portato avanti questa logica, basando l’uguaglianza e i diritti umani non più su un fondamento religioso, ma sulla comune natura umana. Tuttavia, questi ideali illuministi si sono mostrati selettivi, escludendo di fatto donne e persone non bianche dai diritti proclamati nei documenti del XVIII secolo.
Poiché l’universalismo è stato messo in pratica solo nell’epoca moderna, è plausibile ritenere che esso derivi direttamente dal contesto socio-economico di quel periodo. In particolare, il capitalismo mondiale si basa sull’accumulazione continua di capitale, che richiede la possibilità di scambiare e vendere ogni cosa – beni, capitale e forza lavoro – nel mercato globale. Qualunque ostacolo a questa circolazione (compresi i criteri di valutazione diversi dal valore di mercato) è considerato un problema. I particolarismi, dunque, sono incompatibili con la logica capitalistica, che impone una visione ideologica coerente con il sistema stesso.
In questo contesto, le relazioni sociali capitalistiche agiscono come un “solvente universale”: tutto viene ridotto a valore monetario. Da ciò derivano due conseguenze principali:
- La meritocrazia, spesso rafforzata da leggi contro il nepotismo, giustifica le disuguaglianze economiche come risultato del merito individuale. Questo sistema ha un’efficacia politica stabilizzante, ma si fonda su basi fragili: la figura del sovrano padre viene sostituita da quella del “fratello privilegiato”, lo yuppie. E proprio per la sua instabilità, la meritocrazia può lasciare spazio a meccanismi compensativi come razzismo e sessismo.
- La xenofobia, che introduce l’idea di “purezza” ambientale e sociale, rappresenta una perdita di risorse umane preziose per un sistema che dipende dall’accumulazione continua di capitale.
Storicamente, come nell’ideologia di Las Casas, si è passati dal razzismo biologico alla etnicizzazione della forza lavoro, creando classificazioni gerarchiche basate su etnia, religione o nazione. Questo contribuisce a mantenere bassi i salari in ampi settori della popolazione lavorativa, a discapito del principio meritocratico.
Anche il sessismo gioca un ruolo cruciale: il lavoro non retribuito delle donne (nella figura della casalinga) ha costituito un sussidio indiretto per il sistema produttivo capitalistico.
In sintesi, universalismo e meritocrazia si contrappongono a razzismo e sessismo, due ideologie differenti che convivono in tensione all’interno del capitalismo. Quando si tenta di smantellare le strutture istituzionali del razzismo e del sessismo, spesso emergono accuse di “razzismo al contrario”.
Il vero nodo, dunque, è pensare a nuovi sistemi sociali e culturali che non si fondino né sull’ideologia universalistica, né sulle gerarchie razziste e sessiste che essa ha storicamente contribuito ad alimentare.
Razzismo e nazionalismo (e.b)
Il nazionalismo spesso maschera al proprio interno elementi razzisti, al punto che risulta difficile definirlo senza considerare anche i movimenti razzisti che lo attraversano. Tuttavia, il razzismo non è una derivazione automatica del nazionalismo. Le sue forme contemporanee si sono manifestate in esempi emblematici come l’antisemitismo nazista, la segregazione razziale negli Stati Uniti e le espressioni razziste connesse al dominio coloniale. Esiste una distinzione tra razzismi “esterni” (rivolti oltre i confini nazionali) e “interni” (rivolti a gruppi all’interno della nazione stessa).
Si distinguono due modalità fondamentali di razzismo: quello autoreferenziale, incentrato sulla superiorità della propria razza, e quello eteroreferenziale o etnofobico, in cui l’altro è visto come intrinsecamente inferiore o pericoloso. Ogni forma storica di razzismo ha sempre avuto una doppia dimensione: istituzionale, sostenuta dallo Stato, e sociologica, radicata nel corpo sociale. A seconda dei contesti, il razzismo può assumere forme di sterminio (escludente) oppure di sfruttamento (includente), orientandosi verso la “purificazione” o la “gerarchizzazione” della società.
Il sistema dell’apartheid in Sudafrica costituisce un esempio paradigmatico in cui convergono razzismo nazista, coloniale e schiavista. Il razzismo va dunque inteso non come semplice patologia individuale, ma come un rapporto sociale strutturato. In effetti, le forme razziste contemporanee mantengono tracce delle ideologie del passato, tra cui il colonialismo, lo schiavismo e l’antisemitismo, anche nei loro risvolti psicologici e simbolici (come il desiderio di rivincita delle ex potenze coloniali).
Il razzismo tende a operare in due modalità: da un lato eliminando gruppi minoritari già integrati (come nel caso del nazismo), dall’altro escludendo dalla cittadinanza le popolazioni colonizzate. Storicamente, il razzismo ha accompagnato l’espansione delle potenze coloniali, le quali hanno giustificato la propria dominazione con la presunta “superiorità” dell’uomo bianco, mascherata da una missione civilizzatrice. Le ex colonie si sono ritrovate “a domicilio” nelle metropoli coloniali, dando vita a nuove tensioni. Alcune forme di integralismo religioso, come quello islamico, sono state interpretate come risposte identitarie a questo razzismo storico, anche se raramente si può parlare di un vero e proprio “contro-razzismo” strutturato nei paesi del Sud globale.
Oggi l’umanità è organizzata in stati-nazione, ma attraversata da una spaccatura profonda: da un lato chi vive nella miseria e nel sottosviluppo, dall’altro chi gode del benessere e dei consumi. Questa divisione tra “sottouomini” e “superuomini” è strutturale all’ordine mondiale, ma anche estremamente instabile. Tuttavia, ognuno tende a proiettare il razzismo nell’altro, negandone la presenza nella propria cultura.
Il nazismo continua a fungere da metafora potente del desiderio di sterminio che alberga nei razzismi contemporanei, come quello antiarabo o antiturco. Le iniziative antirazziste, fondate sulla memoria storica, spesso faticano a contrastare la pedagogia implicita del razzismo come visione del mondo e pratica sociale. La categoria stessa di “nazionalismo” è ambigua: i pensatori della liberazione nazionale (come Fichte o De Gaulle) non possono essere assimilati ai fautori della conquista e del dominio (come Hitler o Goebbels). La storia mostra come i nazionalismi di liberazione tendano a trasformarsi in nazionalismi egemonici, così come le rivoluzioni socialiste hanno spesso ceduto il passo a forme autoritarie.
La distinzione tra nazionalismo e imperialismo si fa quindi incerta, legata a una dinamica storica in cui entrano in gioco momenti di violenza. Il popolo, inteso come comunità politica, è spesso rappresentato come superiore alla divisione di classe. In questa prospettiva, il nazionalismo è l’effetto storico della costruzione delle nazioni moderne, e trova una riflessione coerente in pensatori come Marx e Gellner.
Il razzismo, nel suo sviluppo storico, si è fondato su narrazioni genealogiche che hanno trasformato le differenze sociali in differenze “naturali”, come nel caso dell’aristocrazia post-feudale. Anche in società formalmente egualitarie, persistono processi di “razzizzazione” che colpiscono gruppi etnici, donne, minoranze sessuali, disabili o membri del sottoproletariato.
Quattro condizioni favoriscono l’intreccio tra nazionalismo e razzismo:
- Nessuno stato-nazione si fonda su una reale omogeneità etnica: il nazionalismo si basa su un etnocentrismo costruito.
- La presenza di minoranze sociali o razziali facilita la razzializzazione.
- La struttura logica del razzismo ha una forte affinità con il nazionalismo.
- Lo stato nazionale promuove l’eguaglianza solo entro i confini della comunità nazionale, escludendo chi ne resta fuori.
La relazione tra razzismo e nazionalismo può essere descritta in modi diversi: secondo modelli meccanicistici (causa-effetto), spiritualistici (in cui uno spiega o rafforza l’altro) oppure strutturali. Oggi, molte delle cosiddette “classi pericolose” vengono sussunte nella categoria degli immigrati.
Si osserva un ciclo storico di reciproco rafforzamento tra nazionalismo e razzismo: il secondo nasce spesso dal primo e ne costituisce una forma estrema, un “supplemento” che lo porta all’eccesso. Negli Stati Uniti, ad esempio, la segregazione razziale si intensifica nel momento in cui il paese entra nella competizione imperialista globale. Il razzismo è dunque una “filosofia della storia” in forma degradata, che trasforma la storia in un complotto, in una visione rivelata.
Anche il razzismo, come il marxismo, propone una lettura globale dei conflitti, ma mentre la dialettica storica cerca di comprendere la formazione delle forze in lotta, il razzismo si limita a contrapporre categorie essenzializzate. Le operazioni di classificazione e gerarchizzazione diventano così atti di naturalizzazione, sostenuti da presunti universali antropologici come la genetica, l’aggressività o la cultura.
L’immaginario razzista insiste sulla distinzione tra umanità e animalità, attraverso la bestializzazione di interi gruppi umani. Alcune correnti razziste giungono persino a proporre l’isolamento delle culture come condizione per la sopravvivenza della specie, in una fusione ideologica tra razzismo differenzialista ed ecologia.
L’idea di “radici”, “discendenza” ed “ereditarietà” svolge un ruolo cruciale nella costruzione immaginaria delle identità nazionali e razziali. Si esaltano figure mitiche come l’uomo delle origini o l’uomo del futuro (il “superuomo”), in un processo di estetizzazione delle relazioni sociali che è alla base della dimensione politica moderna. Anche il proletario della tradizione socialista è stato caricato di valenze estetiche e sessuali, facilitando il suo recupero da parte dell’ideologia fascista.
Le ideologie razziste mantengono rapporti ambigui con quelle umaniste e universaliste. Dove l’umanesimo valorizza la dignità, la conoscenza e la moralità, il razzismo esalta la vita nuda, la forza, la comunità organica. Spesso oppone l’attività maschile alla passività femminile. Alcuni sviluppi del nazionalismo assumono tratti panici (panslavismo, panamericanismo, pangermanesimo), alimentando l’ossessione della purezza e producendo fenomeni di razzializzazione.
In questo senso, il razzismo agisce come una forma di super-nazionalismo, destabilizzando l’identità nazionale attraverso la stigmatizzazione dei discendenti degli immigrati. Si costruiscono collettività invisibili di “superuomini” (bianchi, indoeuropei, portatori della civiltà giudaico-cristiana), contrapposte a neri, meticci, cosmopoliti: le frontiere, dunque, non sono solo esterne ma interne all’umanità stessa.
Razzismo e imperialismo convergono nella formazione di una sorta di “internazionale nazionalista”, come aveva intuito Wilhelm Reich. Le lotte di classe e quelle razziali si configurano come guerre civili internazionali. In questo contesto, l’unica risposta possibile è un umanesimo pratico fondato su un antirazzismo effettivo, che riconosca l’uguaglianza civile assoluta come principio prioritario, superiore a qualsiasi appartenenza nazionale o statale.
Seconda parte: La nazione storica
La costruzione del popolo, razzismo, nazionalismo, etnicità (i.w.)
Nel pensiero storico-sociale contemporaneo, la categoria di “popolo” appare come una costruzione concettuale contraddistinta da due tratti fondamentali: la sua intrinseca instabilità e, allo stesso tempo, il tentativo costante di negare tale instabilità. Per questo motivo, il termine è poco utilizzato nelle scienze sociali, dove si preferisce fare riferimento a concetti come razza, nazione o gruppo etnico; oppure, più frequentemente, al termine “minoranza”.
Un elemento imprescindibile del concetto di popolo è la dimensione temporale: il passato non rappresenta soltanto un’eredità culturale, ma svolge una funzione attiva nella formazione identitaria. È attraverso una certa idea di passato che gli individui vengono motivati ad agire in modi che, altrimenti, non avrebbero considerato. Questa funzione del passato è primariamente morale, poi politica, e infine strutturalmente instabile.
Non ha particolare importanza se questo passato viene narrato attraverso la razza (come continuità genetica), la nazione (come costruzione socio-politica) o l’etnia (come identità culturale): in tutti i casi, il “popolo” e la “nazione” risultano essere invenzioni retrospettive, costruite per servire finalità presenti.
In questo contesto, la razza e il razzismo emergono come espressioni, strumenti e conseguenze della divisione assiale del lavoro nel sistema-mondo capitalistico. Quest’ultima si fonda su una separazione tra centri, dove la produzione è monopolizzata, e periferie, dominate dal libero mercato – una distinzione fortemente influenzata dall’analisi di Braudel.
Il concetto di nazione è, a sua volta, un prodotto storico della strutturazione politica del sistema-mondo. Contrariamente a una narrazione mitica diffusa, la formazione degli stati ha preceduto quella delle nazioni: è solo con l’instaurazione del sistema interstatale moderno che la “nazione” diventa uno strumento ideologico e politico a sostegno delle competizioni tra stati, contribuendo a trasformare progressivamente l’ordine gerarchico globale. La rivendicazione dell’identità nazionale, in questo senso, non è altro che un tentativo di conquistare una posizione di vantaggio all’interno dell’economia-mondo capitalista.
Anche la categoria di “gruppo etnico” (un tempo definita come “minoranza”) rientra in questo quadro. Il capitalismo storico, oltre al conflitto capitale-lavoro, si regge su una gerarchia interna alla stessa classe lavoratrice, in cui alcuni gruppi vengono sistematicamente penalizzati nella distribuzione del plusvalore. Un elemento centrale di questa dinamica è rappresentato dall’aggregato domestico: unità di coabitazione ed economia condivisa, solo parzialmente basate sul lavoro salariato. La varietà degli aggregati domestici – da quelli più proletarizzati a quelli semi-proletarizzati – riflette la stratificazione interna del lavoro salariato.
Vi è una stretta correlazione tra appartenenza etnica e tipo di impiego: la cultura etnica funge da sistema normativo interno che orienta la socializzazione della forza-lavoro, fornendo ai figli comportamenti e attitudini “adatti” al loro futuro ruolo nel sistema produttivo.
Questo meccanismo permette di trasformare in scelta “volontaria” ciò che, a livello statale, non può essere imposto: la difesa dell’identità etnica o nazionale giustifica la disuguaglianza materiale, senza mettere in discussione formalmente il principio di uguaglianza giuridica. Così, la nozione di popolo e l’etnicizzazione diventano strumenti per risolvere una delle contraddizioni centrali del capitalismo storico.
In questo processo, le identità comunitarie (Gemeinschaft) si formano all’interno della società capitalistica moderna (Gesellschaft), diventandone una componente interna e funzionale. A differenza delle classi sociali – che, come ben sapevano Marx e Weber, sono categorie analitiche e oggettive legate alle contraddizioni strutturali del sistema – il popolo rappresenta una costruzione sociale contingente e instabile.
Tuttavia, gran parte dell’azione politica moderna che si fonda sulla classe ha assunto le forme di una politica basata sul popolo, dando origine a movimenti e organizzazioni “popolari”. Il popolo, quindi, non è una realtà originaria o stabile, ma una forma fluida e malleabile attraverso la quale si confrontano e si scontrano forze antagoniste.
La forma nazione: storia e ideologia (e.b.)
La narrazione della storia delle nazioni, a partire da quella francese, viene solitamente costruita come un racconto coerente, che assegna alla nazione una traiettoria lineare di sviluppo. La formazione nazionale viene rappresentata come il risultato di un progetto secolare, articolato in fasi significative e momenti di presa di coscienza collettiva, il cui peso interpretativo varia a seconda delle prospettive storiche adottate. Tuttavia, sia l’idea di un progetto intenzionale che quella di un destino inevitabile costituiscono due facce speculari dell’illusione fondativa dell’identità nazionale.
In parallelo, si assiste alla progressiva dissoluzione dei legami di sangue, delle solidarietà intergenerazionali e delle funzioni economiche che caratterizzavano la famiglia allargata. Questo processo non genera né una micro-società “naturale” né un contratto sociale di tipo strettamente individualista; piuttosto, produce una “nazionalizzazione” della famiglia, in cui la nazione si impone come nuova forma di parentela simbolica. Tale forma è regolata da norme di pseudo-endogamia e si fonda su una discendenza comune proiettata nel futuro, più che su un’ascendenza condivisa.
Ovunque sussistano forti solidarietà di tipo lignaggio o tribale, la costituzione della nazione risulta fragile o incoerente. Qui si inserisce il passaggio teorico dalle analisi di Althusser sugli “apparati ideologici di Stato” a quelle di Foucault sul “biopotere”, che pongono al centro le politiche di gestione della popolazione. L’articolazione tra lingua e razza, inoltre, non implica affatto una relazione armonica: al contrario, è necessario ridefinire continuamente l’etnicità — passando, ad esempio, da una valorizzazione della “germanicità” a una dell’“europeità” — attraverso politiche coercitive contro il meticciato, inteso come unione tra “razze” differenti.
Tuttavia, l’ostacolo più concreto alla mescolanza delle popolazioni non risiede tanto nella razza, quanto nelle differenze di classe, che tendono a riprodurre strutture simili a quelle di casta. In questo quadro, anche le lingue subiscono un processo di razzializzazione, in cui accenti o errori diventano marcatori etnici.
Alla luce di ciò, ci si interroga su come il processo di costruzione europea influenzerà la definizione di una nuova etnicità fittizia. Sarà attraverso un plurilinguismo continentale (e quale?) o attraverso una presunta “identità demografica europea” contrapposta ai popoli del sud globale — arabi, turchi, africani?
Ogni popolo è il risultato di un processo nazionale di etnicizzazione, e ogni individuo è costretto a confrontarsi con tale costruzione simbolica, tentando di trovare nel proprio immaginario individuale una via d’uscita da essa.
Il quadro storico generale in cui tutto ciò si inserisce è quello del sistema-mondo capitalistico, in continua trasformazione. La sua dinamica fondamentale è data dall’incessante accumulazione di capitale, che porta con sé la mercificazione universale, un’espansione illimitata della produzione globale e una divisione del lavoro sempre più articolata e complessa. In questo contesto, ci si chiede quale ruolo possano giocare gli aggregati domestici, e se essi possano essere compresi al di là di semplici analogie con istituzioni analoghe in altri sistemi.
Terza parte: Le classi, polarizzazione e surdeterminazione
Il conflitto di classe nell’economia-mondo capitalista (i.w.)
Nel contesto dell’economia-mondo capitalista, il conflitto di classe si manifesta come un fenomeno strutturale e persistente, legato alla distribuzione diseguale del plusvalore generato dal lavoro. In questo scenario, lo Stato assume un ruolo decisivo: esso non agisce come soggetto neutrale, bensì come strumento che rafforza i vantaggi di alcuni gruppi sociali a scapito di altri. Si tratta di un’organizzazione specifica, dotata del monopolio dell’uso legittimo della forza, sia all’interno che all’esterno dei propri confini, e capace di interferire nei flussi dei fattori produttivi per condizionare gli equilibri del mercato e della produzione.
Nel sistema-mondo, gli Stati situati nel centro acquisiscono una forza maggiore rispetto a quelli della periferia, e tale disparità si traduce in un vantaggio sistemico: i centri beneficiano in modo strutturale dello scambio ineguale, appropriandosi di una quota sproporzionata del plusvalore prodotto globalmente. Questo processo coinvolge una catena articolata di soggetti borghesi – dai proprietari ai commercianti, fino ai consumatori intermedi – che si dividono la ricchezza generata da un singolo lavoratore.
L’intervento statale è dunque finalizzato a indirizzare la distribuzione del plusvalore in modo da favorire gli Stati centrali, perpetuando così una gerarchia economica e politica a livello globale. Inoltre, la composizione di classe varia notevolmente da un’area del sistema-mondo all’altra: gli Stati centrali sono caratterizzati da una maggiore concentrazione di borghesia e da un’economia largamente fondata sul lavoro salariato, mentre nelle periferie prevalgono forme più marginali e meno protette di lavoro.
La struttura del conflitto di classe, quindi, non è uniforme ma assume configurazioni diverse a seconda della posizione occupata all’interno della tripartizione centro–semiperiferia–periferia. In ciascuna di queste aree, le modalità dello scontro sociale riflettono specifici rapporti di forza e forme di organizzazione economica.
Infine, è importante rilevare la tensione interna al pensiero marxista stesso: ogni interprete marxista sembra oscillare tra due volti di Marx. Da un lato, il Marx antiuniversalista, critico del liberalismo e delle sue pretese di neutralità ideologica; dall’altro, il Marx universalista, che vede nella storia una progressione attraverso diversi modi di produzione e nella lotta di classe un motore universale di trasformazione.
Le strutture dell’aggregato domestico e la formazione della forza-lavoro nell’economia-mondo capitalista (i.w.)
Gli imprenditori, nell’ambito del sistema capitalistico, nutrono tre principali preoccupazioni riguardo alla forza-lavoro: innanzitutto, garantirne la disponibilità numerica; in secondo luogo, assicurare la sua presenza nei luoghi dove è richiesta (mobilità spaziale); infine, mantenerne il costo il più basso possibile.
Tuttavia, gli imprenditori non vanno confusi con gli accumulatori di capitale. I due gruppi possono trovarsi in competizione reciproca, attaccando le strutture economiche e statuali, ma formano anche una classe collettiva che, nella difesa politica del sistema, si impegna a garantire la riproduzione dell’ordine sociale e a prevenire eventuali rivolte. In questo senso, possono persino accettare certe forme di redistribuzione del surplus, specialmente a favore dei quadri intermedi, nel tentativo di consolidare il consenso e la stabilità del sistema.
Perché l’aggregato domestico risulti sufficientemente malleabile e funzionale agli obiettivi del capitale, devono verificarsi tre condizioni fondamentali:
- Devono essere esercitate pressioni per spezzare il legame tra famiglia e territorio, in particolare contro la famiglia contadina tradizionale e il suo insediamento comune;
- La divisione sociale della produzione deve poggiare su una remunerazione solo parziale della forza-lavoro su scala globale — un assetto rappresentato da una curva “obliqua”, in contrasto con la curva “a campana” tipica dei sistemi industriali pienamente salariati;
- È necessaria l’esistenza di confini flessibili tra gruppi etnici e generi, anche se questa condizione si contrappone all’ideologia delle pari opportunità.
L’aggregato domestico (una forma intermedia di coabitazione e condivisione del reddito) si distingue da altre due configurazioni: da un lato, la comunità allargata di 50 o 100 persone, tipica dei sistemi produttivi precedenti (caratterizzata da una forma di commensalità estesa); dall’altro, la unità isolata, rappresentata dal single o dalla coppia senza figli.
Le strutture istituzionali, incluse quelle domestiche, non sono dati naturali o originari, bensì il risultato di tentativi storici, spesso contraddittori, di darle una forma stabile. In tale contesto, l’autonomia decisionale dell’apparato domestico si è spesso configurata come lo strumento politico più efficace a disposizione della forza-lavoro mondiale per resistere quotidianamente allo sfruttamento, cercando di minimizzarne il tasso.
I conflitti tra aggregati domestici e accumulatori di capitale si giocano dunque sia sul piano tattico che strategico. In particolare, le difficoltà della vita quotidiana — come la gestione della famiglia, i diritti di genere e l’impatto della mercificazione sulle relazioni interpersonali — diventano elementi chiave per la formazione di una coscienza di classe capace di mettere in crisi il sistema stesso. In questo senso, risuona l’eco del Manifesto di Marx: “Tutto ciò che è solido svanisce nell’aria”.
TERZA PARTE – LE CLASSI: POLARIZZAZIONE E SURDETERMINAZIONE
Il conflitto di classe nell’economia-mondo capitalista (i.w.)
Nel contesto capitalistico, lo Stato svolge una funzione attiva nel favorire determinati gruppi sociali a discapito di altri, contribuendo così alla riproduzione delle disuguaglianze strutturali. Si tratta di un’organizzazione con caratteristiche peculiari, in quanto detiene il monopolio della forza sia all’interno che all’esterno dei propri confini, e interviene nel flusso dei fattori di produzione — lavoro, capitale, terra — per influenzarne la distribuzione e gli effetti.
Gli Stati del centro del sistema-mondo si rafforzano in misura molto maggiore rispetto a quelli periferici, ottenendo vantaggi strutturali dallo scambio ineguale con questi ultimi. Il plusvalore generato dalla forza-lavoro di un proletario non viene assorbito da un solo capitalista, ma si frammenta lungo una catena composta da più soggetti borghesi — proprietari, commercianti, consumatori intermedi — che partecipano tutti alla sua appropriazione.
In tale quadro, lo Stato non è un attore neutrale: interviene attivamente per orientare la distribuzione del plusvalore a favore delle economie centrali, rafforzando così la loro posizione egemonica. Questo processo è accompagnato da una distribuzione diseguale delle classi sociali nei vari Stati: nelle aree centrali, ad esempio, si osserva una maggiore concentrazione di borghesia e una più ampia diffusione del lavoro salariato.
La distinzione tra centro, periferia e semiperiferia non è solo geografica o economica, ma implica differenti forme storiche del conflitto di classe all’interno del sistema-mondo capitalistico. A seconda della collocazione, mutano sia le modalità di sfruttamento che le possibilità di resistenza.
Infine, anche l’eredità marxiana viene interpretata in modo plurale: ogni marxista, infatti, si confronta con due “Marx” complementari ma in tensione tra loro — da un lato, un Marx antiuniversalista, critico nei confronti del liberalismo e delle sue promesse astratte; dall’altro, un Marx universalista, fautore dell’idea che lo sviluppo storico dei modi di produzione segua un cammino progressivo e razionalizzabile.
Marx e la storia: percorsi utili e inutili (i.w.)
Marx fu profondamente radicato nell’orizzonte culturale dell’Illuminismo: si rifaceva esplicitamente a pensatori come Smith, ai principi giacobini e alla visione sociale dei saint-simoniani. Condivideva l’ideale del duro lavoro contrapposto all’ozio aristocratico e al privilegio. Tuttavia, impiegò questi stessi valori — libertà, uguaglianza, fraternità — come strumenti critici contro la borghesia, cercando di spingerla a confrontarsi con le contraddizioni insite nei propri principi.
È proprio questo lato “liberale” e “borghese” di Marx che oggi va guardato con maggiore cautela, mentre la sua riflessione sulla specificità storica dei diversi sistemi rimane di fondamentale importanza. Marx si dimostra infatti un pensatore della lunga durata, e la sua teoria della polarizzazione crescente e dell’impoverimento relativo nel tempo si rivela tutt’altro che superata. La sua attenzione si sposta dalla mera dimensione statuale o d’impresa verso l’economia-mondo, distinguendo tra un tempo destinato alla mera sopravvivenza e un tempo orientato alla qualità della vita.
Lungo questo asse storico, non si può ignorare il ruolo degli etnocidi, che, escludendo certi gruppi dalla possibilità di una discendenza simbolica o culturale, hanno permesso ad altri di migliorare le proprie condizioni. È plausibile sostenere che gran parte della popolazione globale — in prevalenza ancora rurale — oggi lavori più duramente e per un compenso minore rispetto a quattro secoli fa. I progressi materiali di un operaio specializzato occidentale non rappresentano un parametro significativo se confrontati con le condizioni attuali di un lavoratore non qualificato a Calcutta o di un bracciante agricolo in Perù o Indonesia.
Se si definiscono “borghese” e “proletario” come coloro che vivono di redditi correnti, ovvero non basati su eredità, capitale o privilegi, allora risulta chiaro che la maggioranza dei lavoratori globali vive in aggregati domestici dove le fonti di reddito sono multiple e raramente dipendono esclusivamente dal lavoro salariato. Credere che si passi repentinamente da una condizione di indipendenza dal lavoro salariato a una totale dipendenza è un’illusione storica: il caso inglese delle enclosures mostra piuttosto un passaggio graduale.
Chi trae realmente vantaggio dalla proletarizzazione? Non tanto i capitalisti individuali, poiché se il salario rappresenta solo una frazione del reddito dell’unità domestica, questi possono permettersi di pagare meno del minimo necessario alla riproduzione della forza-lavoro. In questo modo, il lavoro extra-familiare finisce per sussidiare indirettamente il datore di lavoro, ed è proprio ciò che spiega i bassi salari nelle periferie dell’economia-mondo.
Il processo di proletarizzazione avviene attraverso gli sforzi degli stessi lavoratori, i quali, una volta compiuto questo passaggio, vi leggono una conquista. Ma se esso giova ai capitalisti in quanto classe, può essere contrario agli interessi dei capitalisti come singoli imprenditori. È qui che emergono alcune contraddizioni epistemologiche del marxismo: tra un capitale speculativo e commerciale, considerato parassitario, e un capitale industriale celebrato come forza “rivoluzionaria” della modernità — un piccolo borghese che diventa un grande uomo.
Tuttavia, anche i capitalisti, soprattutto quelli di grandi dimensioni, non operano in modo lineare: gestiscono organizzazioni complesse che integrano guadagni provenienti da rendite, speculazioni finanziarie, commercio e produzione. Una volta convertiti in denaro, questi profitti risultano omogenei, alimentando il meccanismo compulsivo dell’accumulazione senza fine.
Esistono poi contraddizioni psicologiche profonde all’interno della mentalità borghese, in particolare quella calvinista: il capitalista non desidera semplicemente essere un borghese produttivo, ma aspira a una forma moderna di aristocrazia parassitaria. Tuttavia, il processo di borghesizzazione prosegue proprio grazie alle pressioni esercitate dalla classe lavoratrice.
In questo contesto si afferma la figura del manager tecnocratico, che incarna una nuova forma di borghesia statale, capace di monopolizzare l’estrazione del plusvalore subordinandola a competenze e funzioni “attive”, e non più (o non solo) a un’eredità di classe.
Infine, se per Marx la modernità è la somma di due rivoluzioni — quella borghese e quella proletaria —, oggi il nodo centrale è la direzione da imprimere alla transizione globale. La strategia del cambiamento è cruciale, e un’eccessiva enfasi sul carattere “progressivo” del capitalismo potrebbe condurre a un socialismo-fantasma, mera riproduzione del sistema attuale sotto nuove spoglie. Occorre invece orientarsi verso una transizione radicale, fondata sull’eguaglianza reale e sulla centralità dei valori d’uso, e non semplicemente su un’economia pianificata che ricalchi i limiti dell’attuale.
Come afferma Wallerstein, è auspicabile che il capitalismo giunga al termine in un futuro non troppo lontano; tuttavia, la natura del mondo successivo resta un’incognita, affidata all’esito delle lotte presenti, che ne determineranno direzione e senso.
La borghesia: concetto e realtà (i.w.)
Nel mito fondativo del mondo moderno, il borghese è stato spesso rappresentato come l’attore principale del cambiamento storico: colui che ha contribuito in maniera decisiva alla distruzione dell’ordine antico e alla configurazione del presente. Tuttavia, questa figura centrale appare ambigua sin dalle sue origini medievali, dove si collocava in una posizione intermedia, sospesa tra il nobile proprietario fondiario e il contadino o l’artigiano. Nel XIX secolo, si assiste al trionfo apparente della borghesia come classe egemone, accompagnato da una progressiva ridefinizione dei suoi conflitti interni: inizialmente contrapposta alla nobiltà, poi agli artisti e agli intellettuali.
L’evoluzione della borghesia si può comprendere attraverso cinque contesti storici distinti:
- L’aristocratizzazione individuale del borghese, come esemplificato nei Buddenbrook di Thomas Mann, mostra l’anelito alla nobilitazione attraverso la ricchezza.
- L’aristocratizzazione come classe nei paesi economicamente più deboli, dove la borghesia ha tradito la promessa di trasformazione collettiva, cercando piuttosto di imitare le élite preesistenti.
- La separazione tra proprietà e controllo ha portato all’estinzione della vecchia borghesia produttiva (artigiani, piccoli proprietari) e all’emergere di una nuova classe media salariata, formata da professionisti istruiti: ingegneri, avvocati, medici, analisti, pubblicitari.
- L’ascesa di una borghesia amministrativa postcoloniale, soprattutto nei paesi africani dopo la Seconda guerra mondiale.
- Infine, la fusione tra Stato e borghesia, dove lo Stato agisce come “comitato d’affari” della classe borghese.
Alla luce di queste trasformazioni, risulta difficile considerare il concetto di “borghesia” come una categoria guida per interpretare lo sviluppo del mondo moderno. È necessario ripensarlo nei suoi tratti essenziali. Oggi una parte sempre più consistente della forza-lavoro, urbanizzata e salariata, vive una condizione ambivalente tra proletarizzazione e borghesizzazione, due dinamiche parallele che complicano la tradizionale dicotomia marxiana.
Il mito della borghesia come forza motrice del progresso si rivela fuorviante. In realtà, il capitalismo non promuove un flusso completamente libero di lavoro, merci e capitali, ma piuttosto un flusso selettivamente controllato, orientato alla massimizzazione dei vantaggi per i capitalisti. L’intera storia del capitalismo potrebbe essere riletta come una progressiva erosione del diritto di proprietà tradizionalmente inteso. La nostra concezione della borghesia e del capitalismo risulta spesso capovolta: ciò che appare come razionalità storica è, in effetti, una mistificazione ideologica. Il capitalismo non si fonda tanto sul profitto quanto su un’accumulazione incessante di capitale, che assume forme sempre più indirette.
In analogia con il processo teologico che ha visto la predestinazione divina svuotata dal progresso della scienza, anche la logica dell’accumulazione tramite risparmio è stata progressivamente scalzata dalla logica della rendita. La rendita, da intendersi in senso stretto come reddito derivante dal controllo di risorse spazio-temporali (che non dipendono né dal lavoro né dalla creatività del proprietario), rappresenta il vero cuore dell’accumulazione odierna. Un esempio classico è il possesso di terreni collocati strategicamente nei pressi di un guado o di un’infrastruttura.
La rendita equivale al potere monopolistico e si oppone alla concorrenza, generando profitti elevati e concentrati. I capitalisti, contrariamente al mito liberale, non desiderano un mercato concorrenziale, ma tendono a garantirsi posizioni privilegiate di rendita, esattamente come facevano le aristocrazie premoderne. In tal senso, non aspirano a rimanere borghesi, bensì a trasformarsi in aristocratici postmoderni, il che evidenzia la contraddizione tra l’etica puritana e l’ostentazione consumistica.
La borghesizzazione può quindi essere definita come la perdita di ogni possibilità di aristocratizzazione: l’impossibilità di costruire un passato che giustifichi un futuro e la condanna a una vita tutta confinata nel presente — un destino simile alla proletarizzazione. Il privilegio del borghese moderno non risiede più nella proprietà dei mezzi di produzione, ma nel possesso di capitale umano, ovvero in un habitus acquisito attraverso sistemi educativi avanzati che formano professionisti, tecnici e dirigenti, garantendo così il funzionamento dell’economia contemporanea.
È questa l’origine delle borghesie professionali odierne, salariate e non proprietarie, ben diverse dai mercanti medievali o dagli industriali ottocenteschi. Tuttavia, ciò genera una nuova tensione: gli oppressi non si rivoltano contro l’aristocrazia ereditaria, ma contro coloro che, pur essendo “i più bravi”, sono semplicemente i più avvantaggiati nel gioco della meritocrazia.
Come ricordano Goethe e Spinoza, tutto ciò che esiste merita di perire, ma esistono diversi modi di perire: dissoluzione pura o rifondazione rivoluzionaria. Le grandi ristrutturazioni capitalistiche del Novecento vanno intese come risposte strategiche alla sfida rappresentata dalla rivoluzione sovietica, ovvero come contrattacchi di sistema contro la possibilità di un cambiamento strutturale e radicale.
Dalla lotta di classe alla lotta senza classi? (e.b.)
Il marxismo ha creduto di trovare compimento nelle cosiddette “rivoluzioni socialiste”, che si sono richiamate ai suoi principi nel tentativo di edificare società senza classi o quantomeno di superare la lotta di classe. Tuttavia, la realtà mostra che i conflitti di classe tendono a manifestarsi altrove rispetto ai luoghi teoricamente previsti. L’identità stessa del marxismo si gioca sulla portata e la coerenza della sua analisi delle classi e della lotta di classe: al di fuori di questo quadro analitico, esso perde consistenza. In Occidente, dove le classi sembrano aver smarrito la loro evidenza empirica e la lotta di classe appare come un mito evocato da organizzazioni politiche, ci si interroga su come quest’ultima possa ancora rivendicare una propria realtà.
La generalizzazione del lavoro salariato, l’intellettualizzazione del lavoro e l’espansione del settore terziario sembrano dissolvere la figura storica del proletariato, così come la separazione tra proprietà e gestione svuota di senso la borghesia classica. Con la deindustrializzazione degli anni Trenta – coincisa con un’esplosione di speculazione finanziaria – si assiste a una crisi strutturale della composizione di classe, accompagnata dalla delegittimazione delle istituzioni del movimento operaio. I conflitti assumono forme eterogenee: generazionali, ecologici, etnici o religiosi, oppure si esprimono attraverso il terrorismo e le guerre. Ciò determina una perdita di centralità delle lotte economiche, assorbite in una conflittualità diffusa e senza un punto focale ultimo – una condizione più vicina a Hobbes che a Marx.
Ne consegue la necessità di distinguere tra teoria (analisi concettuale) e pratica (interventi programmatici), procedendo a una rilettura critica del concetto stesso di lotta di classe. Tale concetto emerge in Marx in forme diverse: nelle sue opere storico-politiche, dove si mostra come scontro tra soggetti collettivi dotati di identità (anche nei contesti più ambigui come il bonapartismo), e nelle opere teoriche come Il Capitale, dove la lotta si configura in modo asimmetrico, con il lavoratore concreto contrapposto alle “maschere del capitale” (imprenditori, finanzieri, commercianti). In quest’ultima visione, la borghesia non è una controparte simmetrica ma una funzione del movimento del capitale stesso.
Il marxismo si costituisce come tensione tra questi due registri: quello della rappresentazione politica della storia (Manifesto) e quello dell’analisi strutturale del capitale. La proletarizzazione viene allora letta attraverso tre dimensioni intrecciate nella produzione materiale: sfruttamento tecnologico, dominio tramite il sapere (organizzazione della vita sociale), e insicurezza ciclica della condizione lavorativa.
La trasformazione delle “masse” in “classi” è governata dalle leggi della popolazione, mentre la logica del capitale si afferma come espansione della forma-valore. L’analisi di Marx risulta così ambivalente: da un lato si offre una teoria economica della classe, dall’altro una sua politicizzazione. Il lavoro è inteso sia come essenza antropologica sia come insieme di pratiche sociali e materiali, che costituiscono il fondamento mutevole su cui si articolano diverse economie.
Da ciò derivano due letture instabili: l’una economicista, che riduce la classe al reddito, l’altra politicista, che legge gli effetti economici come ostacoli al capitalismo. La dialettica unifica questi poli, identificando la classe operaia come soggetto economico e il proletariato come soggetto politico. Tuttavia, in Marx permane una tensione irrisolta tra analisi teorica e aspettative millenaristiche.
Contrariamente a Engels o Kautsky, la borghesia non può essere pensata come “classe superflua”: essa esercita una funzione sociale che la rende elemento costitutivo dell’ordine capitalistico. La teoria marxista, se sottoposta a decostruzione, rivela la possibilità di una “lotta di classe senza classi”, fondata su una continua trasformazione delle soggettività sociali. Marx, superando se stesso, ha inaugurato una rottura con la concezione liberale dello spazio politico: i rapporti di lavoro non sono più relegati alla sfera privata, ma costituiscono direttamente le forme politiche della società moderna.
Ogni Stato moderno – anche socialista – è nazionalista. Le classi sono dunque concetti politici che esprimono una ridefinizione della politica come conflitto permanente, non fondato su un ordine giuridico ma su relazioni istituzionali dinamiche. Le classi non esistono indipendentemente dal movimento operaio, e quest’ultimo prende forma solo attraverso le sue organizzazioni. La storia mostra che le classi non sono unità chiuse, ma realtà attraversate da conflitti interni; lo Stato partecipa attivamente alla loro costituzione, contrariamente alla concezione liberale che lo considera un apparato neutro.
La borghesia è sempre una borghesia statale. Non esiste una classe capitalistica unitaria, ma una molteplicità di capitalisti che possono formare una classe solo se si alleano con altri gruppi sociali funzionali alla regolazione dell’ordine. Lo Stato, dunque, è condizione necessaria affinché la forza-lavoro divenga merce: si configura un “modo di produzione statuale”.
Nell’ambito dell’economia-mondo, nonostante la dimensione transnazionale del capitale, le borghesie mantengono ancoraggi nazionali, anche nel contesto dell’imperialismo. Le loro funzioni regolatrici si esprimono attraverso istituzioni statali, in forme analoghe al vecchio paternalismo. Più che a una nuova integrazione, l’internazionalizzazione del capitale conduce a una disarticolazione delle borghesie. La gestione delle popolazioni assume la forma di un controllo sociale istituzionalizzato, in cui coesistono diverse modalità storiche di sfruttamento.
La semiperiferia – come nella lettura di Wallerstein – rappresenta il punto d’intersezione di forme di sfruttamento non contemporanee. Tali società duali danno luogo a proletariati differenziati: uno integrato nei meccanismi del consumo e del welfare, l’altro relegato in condizioni precarie, spesso razzializzate. La crisi separa questi proletariati con barriere geografiche, etniche, generazionali e sessuali. Nonostante l’economia-mondo sia il campo effettivo del conflitto, non esiste un vero proletariato mondiale né una borghesia globale.
L’antagonismo di classe oggi non si dissolve, ma muta forma. Occorre superare le semplificazioni ideologiche del marxismo novecentesco, accettando che le classi non sono entità fisse né caste, ma effetti congiunturali di rapporti politici e istituzionali. Le classi si compenetrano e si trasformano reciprocamente: borghesi proletarizzati e proletari imborghesiti convivono in uno spazio stratificato e mobile.
L’intervento statale nella regolazione della conflittualità sociale accentua le disuguaglianze prodotte dall’accumulazione. Marx ci mostra che la società non si fonda sull’interesse generale, ma sulla regolazione degli antagonismi. Oggi la divisione del lavoro si intreccia a nuove fratture sociali (etnia, genere, consumo), rendendo la semplificazione marxiana tramite la categoria di classe sempre più ardua.
Il nazionalismo resta una componente strutturale della borghesia e della sua legittimazione. Per evitare che esso degeneri, è necessario che la lotta di classe riaffiori come istanza autonoma nelle rappresentazioni sociali, sfuggendo al mimetismo ideologico. Senza questa riemersione, il marxismo rischia di restare prigioniero del proprio paradosso originario.
QUARTA PARTE – SPOSTAMENTI DEL CONFLITTO SOCIALE
Il conflitto sociale in Africa nera dopo l’indipendenza: riconsiderazione dei concetti di razza e di gruppo di status (i.w.)
Il conflitto sociale nell’Africa sub-sahariana postcoloniale impone una riconsiderazione critica dei concetti di razza e gruppo di status. Le classificazioni sociali impiegate per descrivere le strutture collettive – come classe, casta, cittadinanza, etnia, tribù, religione, partito, generazione, razza – risultano spesso numerose, sovrapposte e ambigue. Max Weber, ad esempio, distingue tra classe, gruppo di status e partito, mentre Edward Shils propone una tipologia fondata su legami primordiali, personali, sacri e civili.
I gruppi di status, secondo la prospettiva weberiana, si configurano come comunità fittizie coese da lealtà tradizionali non orientate a scopi funzionali, ma radicate nel prestigio e nello stile di vita, più che nel reddito, nella professione o nella classe sociale. La nazionalità, paradossalmente, corrisponde bene a tale definizione, pur non essendo la prima associazione che emerge nella categorizzazione dei gruppi di status. In contesto africano, le nozioni di etnia o tribù hanno assunto questa funzione.
Le società africane presentano strutture fortemente diversificate: da sistemi complessi e gerarchici, come quelli dello Stato zulu o dei regni di Ruanda e Burundi, a società segmentali organizzate per clan o gruppi di età. Durante il colonialismo, l’ideologia imperiale si è sovrapposta alle classificazioni preesistenti, distinguendo tra gruppi dominanti e dominati. A partire dall’indipendenza, il nazionalismo ha promosso una forma di identificazione territoriale, favorendo la nascita di nuove categorie identitarie e ideali pan-africani, in contrapposizione ai residui dell’egemonia coloniale europea.
Nonostante l’intento dei movimenti nazionalisti di superare le divisioni tribali, l’appartenenza etnica o tribale resta centrale nella mobilitazione politica. Tuttavia, le osservazioni in merito a tali fenomeni sono spesso influenzate da pregiudizi ideologici e non da analisi scientifiche rigorose. Gli stati nazionali, al contrario degli imperi coloniali, si impegnano a dimostrare la centralità della cittadinanza come forma privilegiata di appartenenza. In questo contesto, i gruppi di status – siano essi religiosi, etnici, razziali o castali – si fondano su miti di affinità originaria che rivendicano forme di solidarietà superiori alle distinzioni di classe o alle appartenenze ideologiche.
Il gruppo di status può essere definito come un’entità sociale o politica che compete per la distribuzione di beni e servizi socialmente considerati rilevanti. In Africa, il tribalismo non rappresenta un retaggio arcaico destinato a scomparire con lo sviluppo dello Stato moderno, ma una risposta reattiva alla formazione di strutture politiche complesse. In tale cornice, il gruppo di status assume la funzione di soggetto collettivo che, pur non riconosciuto formalmente, rivendica potere e risorse all’interno dello Stato-nazione.
È necessario allora interrogarsi sul perché la coscienza di status costituisca oggi – in Africa e altrove – una forza politica tanto pervasiva. Tale dinamica non può essere liquidata come semplice “falsa coscienza”. I momenti storici dominati da trasformazioni economiche e tecnologiche profonde tendono a privilegiare le dinamiche di classe; al contrario, la stabilità economica favorisce la riemersione dei “ceti”, nei quali l’“onore sociale” e il prestigio tornano a giocare un ruolo fondamentale. In tal senso, lo status – nella lettura weberiana – appare spesso come espressione di forze conservative, analogamente a come il “marxismo volgare” considerava i ceti come sopravvivenze ideologiche.
La triade concettuale weberiana (classe, status, partito) può essere riformulata non come tre tipi di gruppi sociali distinti, ma come tre modalità esistenziali attraverso cui si manifesta un’unica realtà strutturale. In ogni contesto storico-sociale, esiste un numero limitato di gruppi in relazione o conflitto reciproco, i cui confini, essendo mobili, rispondono a esigenze specifiche di legittimazione.
I gruppi di status possono essere intesi come “fossili” delle classi sociali, arricchiti da elementi culturali o religiosi che ne prolungano la coesione oltre i limiti della base economica. Le stratificazioni sociali fungono dunque da razionalizzazioni ideologiche dell’ordine economico esistente. È possibile che, per un certo periodo, classi dominanti e classi superiori (definite per onore e prestigio) coesistano, ma alla lunga tende a prevalere un nuovo ordine coerente con la struttura economica corrente.
La manipolazione dello status rappresenta una strategia per superare i confini rigidi della struttura di classe: un modo per permettere a élite precedenti di conservare la propria posizione nel mercato contemporaneo. In questa prospettiva, si potrebbe affermare che Weber sottovalutava il legame tra status e trasformazioni economiche, mentre Marx colse più acutamente la centralità dei rapporti di produzione nelle dinamiche storiche.
Il sistema economico globale attuale è segnato da rapporti di scambio ineguali. I conflitti sociali in Africa – spesso descritti dai media come puramente “tribali” – riflettono invece tensioni materiali e politiche profonde, come dimostrano i casi della Nigeria e del Sudan. Le lealtà di status si rivelano più vincolanti delle appartenenze di classe, ma al tempo stesso più volatili: servono a mascherare le disuguaglianze strutturali legate alla posizione economica.
I contesti nazionali non sono unità isolate, bensì parti interdipendenti di un sistema-mondo in cui si impone la dicotomia tra “bianchi” e “non bianchi”. In questo quadro, il conflitto razziale – inteso come forma transnazionale di appartenenza a un gruppo di status – si distingue nettamente dai conflitti etnici interni agli stati africani. Il colore della pelle, in questo senso, non è il tratto distintivo essenziale: la posizione sociale degli arabi in Africa ne è un esempio eloquente.
Nel mondo contemporaneo, la razza rappresenta l’unica forma di gruppo di status a valenza globale, una posizione un tempo occupata dalla religione. In conclusione, la tesi dell’autore è che i gruppi di status, al pari dei partiti, costituiscono rappresentazioni collettive instabili delle classi sociali. La loro efficacia deriva proprio dai confini mobili e sfumati, che permettono a tali gruppi di operare in contesti sociali eterogenei. Nei momenti di crisi, i confini tra gruppi di status tendono ad avvicinarsi a quelli tra classi, rendendo visibili i conflitti strutturali. In tale prospettiva, la razza assume il ruolo di gruppo di status globale nel sistema-mondo, mentre all’interno degli stati africani indipendenti non si può propriamente parlare di tensioni razziali, bensì di conflitti politici o etnici.
Il conflitto sociale nell’Africa sub-sahariana postcoloniale impone una riconsiderazione critica dei concetti di razza e gruppo di status. Le classificazioni sociali impiegate per descrivere le strutture collettive – come classe, casta, cittadinanza, etnia, tribù, religione, partito, generazione, razza – risultano spesso numerose, sovrapposte e ambigue. Max Weber, ad esempio, distingue tra classe, gruppo di status e partito, mentre Edward Shils propone una tipologia fondata su legami primordiali, personali, sacri e civili.
I gruppi di status, secondo la prospettiva weberiana, si configurano come comunità fittizie coese da lealtà tradizionali non orientate a scopi funzionali, ma radicate nel prestigio e nello stile di vita, più che nel reddito, nella professione o nella classe sociale. La nazionalità, paradossalmente, corrisponde bene a tale definizione, pur non essendo la prima associazione che emerge nella categorizzazione dei gruppi di status. In contesto africano, le nozioni di etnia o tribù hanno assunto questa funzione.
Le società africane presentano strutture fortemente diversificate: da sistemi complessi e gerarchici, come quelli dello Stato zulu o dei regni di Ruanda e Burundi, a società segmentali organizzate per clan o gruppi di età. Durante il colonialismo, l’ideologia imperiale si è sovrapposta alle classificazioni preesistenti, distinguendo tra gruppi dominanti e dominati. A partire dall’indipendenza, il nazionalismo ha promosso una forma di identificazione territoriale, favorendo la nascita di nuove categorie identitarie e ideali pan-africani, in contrapposizione ai residui dell’egemonia coloniale europea.
Nonostante l’intento dei movimenti nazionalisti di superare le divisioni tribali, l’appartenenza etnica o tribale resta centrale nella mobilitazione politica. Tuttavia, le osservazioni in merito a tali fenomeni sono spesso influenzate da pregiudizi ideologici e non da analisi scientifiche rigorose. Gli stati nazionali, al contrario degli imperi coloniali, si impegnano a dimostrare la centralità della cittadinanza come forma privilegiata di appartenenza. In questo contesto, i gruppi di status – siano essi religiosi, etnici, razziali o castali – si fondano su miti di affinità originaria che rivendicano forme di solidarietà superiori alle distinzioni di classe o alle appartenenze ideologiche.
Il gruppo di status può essere definito come un’entità sociale o politica che compete per la distribuzione di beni e servizi socialmente considerati rilevanti. In Africa, il tribalismo non rappresenta un retaggio arcaico destinato a scomparire con lo sviluppo dello Stato moderno, ma una risposta reattiva alla formazione di strutture politiche complesse. In tale cornice, il gruppo di status assume la funzione di soggetto collettivo che, pur non riconosciuto formalmente, rivendica potere e risorse all’interno dello Stato-nazione.
È necessario allora interrogarsi sul perché la coscienza di status costituisca oggi – in Africa e altrove – una forza politica tanto pervasiva. Tale dinamica non può essere liquidata come semplice “falsa coscienza”. I momenti storici dominati da trasformazioni economiche e tecnologiche profonde tendono a privilegiare le dinamiche di classe; al contrario, la stabilità economica favorisce la riemersione dei “ceti”, nei quali l’“onore sociale” e il prestigio tornano a giocare un ruolo fondamentale. In tal senso, lo status – nella lettura weberiana – appare spesso come espressione di forze conservative, analogamente a come il “marxismo volgare” considerava i ceti come sopravvivenze ideologiche.
La triade concettuale weberiana (classe, status, partito) può essere riformulata non come tre tipi di gruppi sociali distinti, ma come tre modalità esistenziali attraverso cui si manifesta un’unica realtà strutturale. In ogni contesto storico-sociale, esiste un numero limitato di gruppi in relazione o conflitto reciproco, i cui confini, essendo mobili, rispondono a esigenze specifiche di legittimazione.
I gruppi di status possono essere intesi come “fossili” delle classi sociali, arricchiti da elementi culturali o religiosi che ne prolungano la coesione oltre i limiti della base economica. Le stratificazioni sociali fungono dunque da razionalizzazioni ideologiche dell’ordine economico esistente. È possibile che, per un certo periodo, classi dominanti e classi superiori (definite per onore e prestigio) coesistano, ma alla lunga tende a prevalere un nuovo ordine coerente con la struttura economica corrente.
La manipolazione dello status rappresenta una strategia per superare i confini rigidi della struttura di classe: un modo per permettere a élite precedenti di conservare la propria posizione nel mercato contemporaneo. In questa prospettiva, si potrebbe affermare che Weber sottovalutava il legame tra status e trasformazioni economiche, mentre Marx colse più acutamente la centralità dei rapporti di produzione nelle dinamiche storiche.
Il sistema economico globale attuale è segnato da rapporti di scambio ineguali. I conflitti sociali in Africa – spesso descritti dai media come puramente “tribali” – riflettono invece tensioni materiali e politiche profonde, come dimostrano i casi della Nigeria e del Sudan. Le lealtà di status si rivelano più vincolanti delle appartenenze di classe, ma al tempo stesso più volatili: servono a mascherare le disuguaglianze strutturali legate alla posizione economica.
I contesti nazionali non sono unità isolate, bensì parti interdipendenti di un sistema-mondo in cui si impone la dicotomia tra “bianchi” e “non bianchi”. In questo quadro, il conflitto razziale – inteso come forma transnazionale di appartenenza a un gruppo di status – si distingue nettamente dai conflitti etnici interni agli stati africani. Il colore della pelle, in questo senso, non è il tratto distintivo essenziale: la posizione sociale degli arabi in Africa ne è un esempio eloquente.
Nel mondo contemporaneo, la razza rappresenta l’unica forma di gruppo di status a valenza globale, una posizione un tempo occupata dalla religione. In conclusione, la tesi dell’autore è che i gruppi di status, al pari dei partiti, costituiscono rappresentazioni collettive instabili delle classi sociali. La loro efficacia deriva proprio dai confini mobili e sfumati, che permettono a tali gruppi di operare in contesti sociali eterogenei. Nei momenti di crisi, i confini tra gruppi di status tendono ad avvicinarsi a quelli tra classi, rendendo visibili i conflitti strutturali. In tale prospettiva, la razza assume il ruolo di gruppo di status globale nel sistema-mondo, mentre all’interno degli stati africani indipendenti non si può propriamente parlare di tensioni razziali, bensì di conflitti politici o etnici.
Il “razzismo di classe” (e.b.)
Si può affermare che alcune classi sociali, in virtù della loro posizione strutturale e delle ideologie che le caratterizzano – se non addirittura della loro identità sociale – mostrino una particolare predisposizione ad atteggiamenti e comportamenti razzisti. Questo è particolarmente evidente in contesti come quello del nazismo, dove tali dinamiche sono emerse con forza. Tuttavia, qualsiasi analisi delle classi basata sull’idea di segmenti sociali rigidamente separati e reciprocamente esclusivi rivela presto i suoi limiti. Il razzismo, infatti, può rendere visibile una sorta di “massa piccolo-borghese” che sfugge alle classificazioni tradizionali e si presenta come alternativa nazionalista alla lotta di classe, funzionando come suo surrogato. La sovrapposizione costante tra nazionalismo, razzismo e lotta di classe – sia sul piano immaginario che in quello pratico – conferma questa dinamica complessa.
Riduttivo è considerare la coppia nazionalismo-razzismo come una manifestazione paradossale dell’individualismo moderno, oppure come semplice reazione difensiva a esso, finalizzata a ristabilire un ordine comunitario. Una chiave di lettura più profonda si ritrova nell’uso ideologico dell’antisemitismo tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo: esso si configura come illusoria critica anticapitalistica, proiettando sugli ebrei – percepiti come simboli del capitale cosmopolita – il disagio per la frattura dell’antica unità cristiana e per il conflitto tra stati borghesi e internazionalismo operaio.
In tempi più recenti, una variante del razzismo si è manifestata nell’equazione fra condizione operaia e origine etnica degli immigrati, dando vita a narrazioni di “invasione” sociale. Persino la nazione proletaria, come nel caso giapponese, è stata immaginata secondo coordinate nazionaliste. Si potrebbe ipotizzare che classe e razza rappresentino i poli di una dialettica costante al centro delle rappresentazioni moderne della storia. Questa lettura rifiuta le visioni cospirative o strumentaliste del razzismo, che tendono a negare l’esistenza di un nazionalismo operaio e a rimuovere il conflitto fra quest’ultimo e l’ideologia di classe.
Le narrazioni razziste della storia – con la dicotomia aristocrazia/schiavitù riletta in chiave di caste – sono da sempre legate alla dinamica delle lotte di classe. Un esempio emblematico si trova nella Spagna, dove si passa da un’aristocrazia di sangue a un popolo di dominatori coloniali. Durante la rivoluzione industriale, un nuovo razzismo sociale emerge, secondo cui il proletariato viene percepito come classe sfruttata e pericolosa, da cui deriva la sua esclusione dalla cittadinanza e l’opposizione alla classe dei cittadini, sotto l’egida dell’ideologia nazionalista (cfr. la teoria delle “due nazioni” di Disraeli).
Con il tempo si istituzionalizza una gerarchia razzializzata del lavoro manuale. Il disprezzo per il lavoro fisico, che risale all’antichità greca e si protrae fino all’era del taylorismo, si traduce in una netta contrapposizione: da un lato il lavoro intellettuale, astratto e disincarnato, dall’altro il lavoro manuale, corporeo e spesso stigmatizzato. Da qui deriva anche la spettacolarizzazione del corpo del lavoratore intellettuale, trasformato in simbolo di forza, decisione e controllo estetico.
La classe operaia, lungi dall’essere una casta, è in realtà un insieme fluido e disomogeneo, i cui contorni sono determinati dalle trasformazioni dei processi produttivi e dai movimenti del capitale. Eppure, il nazionalismo razzista può introdurre, per lo meno in parte, meccanismi di chiusura castale anche al suo interno. Questo avviene in un contesto in cui l’accumulazione capitalistica richiede simultaneamente due condizioni contraddittorie: da una parte la precarizzazione delle condizioni di vita e lavoro, dall’altra la stabilizzazione di una parte della forza lavoro attraverso la trasmissione ereditaria dell’identità operaia.
Da tali esigenze nascono le politiche demografiche e urbane moderne: immigrazione regolata, segregazione territoriale, paternalismo nazionale e intervento repressivo nei confronti delle periferie. L’ossessione per il “problema della popolazione” assume diverse forme: natalità, sovrappopolazione, meticciato, urbanizzazione, alloggi popolari, salute pubblica, disoccupazione. Il razzismo di classe si configura allora come uno strumento ideologico e materiale per “mantenere al loro posto” coloro che, per definizione, non hanno un posto nella società.
In quest’ottica, il razzismo funziona come un meccanismo d’unificazione simbolica tra istanze antitetiche: mobilità e radicamento, eredità e rifiuto, domesticazione delle nuove generazioni e repressione delle loro resistenze. Anche la classe operaia può essere indotta a una forma di auto-razzializzazione, che si basa sulla propria origine sociale, con la famiglia come unico legame identitario con la classe. Questo fenomeno si riflette, ad esempio, nella reattività dell’operaismo francese.
Gli operai non si oppongono agli immigrati solo per paura o ostilità, ma perché vedono in essi lo specchio della propria condizione di sfruttati, dalla quale tentano di prendere le distanze. Il razzismo diventa così una fuga in avanti rispetto al nazionalismo, uno strumento per difendere l’unità dello Stato contro le spinte disgregatrici della lotta di classe, pur assorbendone alcune rivendicazioni. Il paradosso del nazionalismo risiede proprio nella sua funzione: invocare unità contro un nemico esterno, per poi scoprire che il vero conflitto è interno, rivelando la frattura profonda tra società e ordine politico.
Razzismo e crisi (e.b.)
Il razzismo tende a emergere in modo particolarmente evidente nei momenti di crisi: economica, politica, morale e culturale. Tuttavia, occorre interrogarsi su cosa si intenda per “crisi” e da quale punto di vista venga percepita come tale: quale sistema sociale è in gioco? Secondo quali parametri viene misurata? La crisi non colpisce tutti allo stesso modo, né è percepita uniformemente dalle diverse classi sociali.
A partire dagli anni Settanta, in Inghilterra, il processo di deindustrializzazione, l’aggravarsi della povertà urbana, il progressivo smantellamento del welfare e il declino della sua egemonia globale hanno intensificato i conflitti tra gruppi comunitari. In questo contesto è cresciuto il nazionalismo e si sono affermate politiche repressive improntate al principio del “law and order”, analogamente a quanto accadeva nella Francia degli anni Ottanta. Si è prodotto così un cortocircuito tra criminalità reale e “abusi” di potere da parte delle forze dell’ordine, rivelando, come ha notato Foucault, un intreccio complesso tra forme di illegalismo e tecniche di controllo sociale.
La fobia nei confronti degli immigrati e le reazioni difensive che ne derivano rappresentano terreno fertile per quelle forze politiche che operano attraverso una “politica del peggio”, basata sulla paura. Tuttavia, anche quando il razzismo diventa più visibile, esso non si esaurisce nei suoi sintomi immediati: affonda infatti le sue radici in strutture materiali profonde – economiche, psichiche e istituzionali – che sono parte integrante dell’identità nazionale moderna.
La sua emersione come atto visibile, il cosiddetto “passaggio all’atto”, coinvolge nuovi attori sociali, in particolare strati intellettuali e segmenti della piccola borghesia, che agiscono contro l’umanesimo ufficiale della società liberale. Il razzismo non è quindi appannaggio di una sola classe, ma si manifesta come fenomeno trasversale, interclassista: il nazismo, il colonialismo e la storia degli Stati Uniti ne offrono esempi lampanti, dove l’esclusione e l’ostilità costituiscono la base di un consenso sociale diffuso.
Il cosiddetto “complesso dell’immigrazione” assume così la funzione di spiegare ogni disfunzione sociale attribuendola alla presenza degli immigrati. Questi ultimi vengono considerati responsabili, in modo arbitrario, di problemi eterogenei e spesso privi di reale connessione tra loro. Il termine “immigrato” diventa una categoria onnicomprensiva e fittizia, che unifica identità eterogenee sotto un’etichetta riduttiva: per i francesi, ad esempio, tutti i nordafricani vengono spesso chiamati semplicemente “arabi”. La celebre provocazione di Gide – “Che cos’è un nero? E soprattutto, di che colore è?” – può essere qui riformulata come: “Cos’è un immigrato? E soprattutto, dove è nato?”. Il paradosso diventa evidente: un operaio spagnolo può essere considerato meno immigrato di un lavoratore marocchino, a seconda della gerarchia implicita di razzializzazione.
Chi stabilisce queste classificazioni? Chi definisce le categorie, costruisce anche le realtà sociali che da esse scaturiscono. Nella pratica, ciò si traduce nell’illusione di una collettività fondata sulla presunta omogeneità dei suoi membri, un’illusione prodotta e mantenuta da forme di pensiero che hanno radici profonde nella scienza coloniale: l’“immigrato” viene così assimilato all’“indigeno”, al concetto etnico, all’invenzione della razza.
In Francia, la teoria della razza viene riproposta attraverso l’ossessione per il meticciato e per la società multiculturale, percepita come minaccia. È quindi essenziale adottare strategie preventive contro l’estensione del razzismo popolare, il quale tende a isolare e indebolire le lotte sociali dei lavoratori immigrati.
A ciò si aggiunge una duplice forma di razzismo: uno proprio delle classi popolari, e un altro coltivato dalle élite. Il padronato francese, ad esempio, ha storicamente optato per un modello industriale fondato sull’uso massiccio di manodopera non qualificata – proveniente da Italia, Polonia, comunità ebraiche – il che ha rafforzato, nel proletariato francese, una forma di razzismo legata alla difesa del proprio status qualificato e alla distinzione tra semplice sfruttamento e supersfruttamento.
Questa dinamica ha alimentato la tensione tra il linguaggio dei diritti, rivendicato dalla classe operaia organizzata, e quello dei privilegi, associato alle posizioni acquisite e da proteggere. Il razzismo, in questo contesto, diventa un meccanismo di protezione identitaria e di esclusione sociale, funzionale alla conservazione di rapporti di potere interni alla stessa classe subalterna.
Appunti
13-Prefazione di E. Balibar
20- Lotte di liberazione [nazionale] antimperialiste [->intersezionalità] vs Gingoismo [=sciovinismo USA aggresivo] / Razza e genere come strutture antropologiche che producono gerarchie e stratificazioni in seno alla forza-lavoro nel sistema-mondo capitalistico / Forme xenofobe di nazionalismo in nazioni imperiali [come Usa e Francia]/ 23- Capitalismo come modo di produzione vs capitalismo come sistema globale e mondiale, costruito sulla colonizzazione e attraversato da antagonismi fra differenti tipi di economie e di società / 24- PROTEZIONISMO = difendere il diritto a limitare l’intrusione altrui nella propria sfera economica / Oggi tutti difendono la nazione invece che la razza / 25 Razza = categoria fluida (≈ nazione, classe) / Dal punto di vista di W. il sistema-mondo capitalista edificato sul colonialismo (e sul neocolonialismo) è strutturato secondo gerarchie e categorizzazioni legate all’origine etnica delle popolazioni, con il ricorso ad ogni tipo di criteri visibili e invisibili / [Antropologi ≠ biologi su razza] /25- [Razzismo in Usa, Germania, Francia, GB e Spagna] / La classe e la nazione nella stessa categoria di strutture sociali (movimenti anti-sistemici) / 28 [Razza = gerarchia con minoranze privilegiate->] Finché si è in un sistema gerarchico si è in un sistema razzista -> Giustificazione razzistica delle gerarchie/ 28- [Razzismo come antiscientismo generalizzato-> ‘le dicerie sul conto degli ebrei’ (Adorno) /29- L’odierno razzismo senza le razze: surdeterminazione o contraddizione? / Razze assoggettate (apartheid) vs ebrei come nemico interno/ Sull’antisemitismo classico ≈ Trump-> classe svantaggiata vs intellettuali (in cui si tratta di eliminare un nemico o un rivale/30 Pro comprensione della funzione politica [=articolazione con il concetto di nazione ]del razzismo nel mondo d’oggi + funzione economica (articolazione col concetto di ‘classe’] / Dimensioni di sfruttamento e sterminio nel razzismo europeo -> l’islamofobia è una questione centrale per le lotte antirazziste (visto il suo dominio in Europa negli ultimi 30 anni) / 33- Ascesa della nuova destra e di movimenti politici ultraconservatori = una forma autoritaria di dominio che fa uso della retorica nazionalista: mondo nuovo con nuovi conflitti o trappola del ritorno al passato? -> PASSATO TRASCORSO vs PASSATO CHE HA UN FUTURO (LUMINOSO) -> Cristiani in Pakistan e islamici in Europa come capri espiatori: la religione oggi come paravento del nazionalismo -> ESISTE UN METODO PER SUPERARE IL RAZZISMO? FORSE -> Il futuro non è prevedibile e non è inevitabile / NON E’ INEVITABILE CHE LA DIVERSITA’ UMANA DEBBA ESSERE STABILMENTE IL PRETESTO PER CREARE GERARCHIE E FORME DI OPPRESSIONE RAZZISTA [-> Il comunismo ha sottovalutato il problema: in che modo la diversità umana è condannata a rimanere conflittuale?] /37- QUAL E’ LA PECULIARITA’ DEL RAZZISMO CONTEMPORANEO? / 38- Egemonia olandese nel XVII sec. e Spinoza/ [Lettura strutturalista del Capitale e analisi delle ‘lotte di classe’ all’interno di ‘formazioni sociali’ e non del ‘modo di produzione’-> Due conseguenze: 1. Insieme degli aspetti storici della lotta di classe; e 2. Spazio di riproduzione del capitalismo (accumulazione e mondializzazione)-> Tesi di Althusser che ogni formazione sociale poggia sulla combinazione di diversi modi di produzione -> Divisione della classe operaia come fenomeno non residuale, ma caratteristica strutturale delle società capitalistiche attuali -> ‘Produzione socialista’ come combinazione instabile di ‘capitalismo di stato’ e tendenze proletarie al consumo./TESI AUTENTICA DI MARX = PRIMATO DEI RAPPORTI DI PRODUZIONE SULLE FORZE PRODUTTIVE -> Quindi contraddizioni nello sviluppo delle forze produttive [contraddizioni del progresso]-> contraddizioni tra rapporti di produzione (sociali) e forze produttive (sociali) -> Da qui critica all’economicismo= rivendicazione di autonomia del politico e dello stato sia rispetto a economia mercantile, sia rispetto a lotta di classe = reintroduzione del dualismo liberale (economia-stato) contro cui Marx aveva polemizzato / 40- [Formazioni sociali capitaliste che prendono forma di nazioni-> nazioni forti vs nazioni deboli] / 41- I gruppi di status [per es. nazioni] si formano nell’economia mondo -> borghesia = classe di inquadramento del proletariato e, prima, dei contadini / Ogni dominio di classe deve essere formulato nel linguaggio dell’universale [-> universalità multiple-> ogni ideologia dominante è agitata dalle tensioni specifiche di una particolare forma di sfruttamento / 42- Nella CLASSE MONDIALE DEI CAPITALISTI (≠ BORGHESIA MONDIALE = CLASSE ORGANIZZATA IN ISTITUZIONI [= SISTEMA DEGLI STATI NAZIONE per Wallerstein<- Ogni borghesia è una borghesia di stato (Balibar) ->Economia-mondo vs Impero-mondo] includo sia ‘i dirigenti della libera impresa’, sia i gestori del ‘protezionismo’ socialista di stato /43- Wallerstein proponeva un criterio di identificazione dei sistemi sociali [delle tribù degli Stati Nazione]: il criterio dell’autonomia interna della loro evoluzione, per cui si arriva alla conclusione che la maggior parte di questi sistemi sono in realtà dipendenti-> Gli unici sistemi indipendenti in senso proprio sono: 1. Le comunità di auto sussistenza e 2. Gli imperi-mondo, le economie-mondo/43- ECONOMIA-MONDO = formazione sociale ( in termini marxisti) = non solo unità economica e sistema di stati, ma anche sistema sociale-> dialettica evolutiva-> = dialettica globale -> primato delle costruzioni globali sui rapporti di forza locali-> Fenomeni di mondializzazione della politica e dell’ideologia a cui assistiamo da alcuni anni /Nazionalismo [=reazione al dominio degli stati del centro] e razzismo [=istituzionalizzazione delle gerarchie coinvolte nella divisione mondiale del lavoro] oggi ≠ xenofobia e intolleranza del passato/44- TRANSNAZIONALIZZAZIONE DEI CONFLITTI (Wallerstein) [Perché un’unità sociale dovrebbe essere ‘a fortiori’(“A fortiori” è una locuzione latina che significa “a maggior ragione” o “tanto più”. Si usa per rafforzare un argomento o una conclusione, mostrando che qualcosa vale ancora di più in una situazione diversa o più estrema. In pratica, se un argomento è valido in una situazione, allora è ancora più valido in una situazione più forte o più specifica. Ad esempio, se è illegale rubare, a fortiori è illegale rapinare. La locuzione si pronuncia “a for-ti-ò-ri”. In italiano, si può tradurre con “a maggior ragione”, “tanto più”, “soprattutto” o “a fortiori”) ‘autarchica’?] vs DECISIVITA’ DEI RAPPORTI SOCIALI E DEI CONFLITTI LOCALI (Balibar) [Unità sociale oggi ≠ unità economica] /45- Perché non c’è stato mai movimento femminista cosciente se non nelle formazioni sociali in cui esisteva una lotta di classe organizzata? / 44- Movimenti anti-sistemici per Wallerstein = movimenti socialisti della classe operaia, movimenti di liberazione nazionale, lotta delle donne contro il sessismo e delle minoranze oppresse [che per Balibar non sono movimenti contemporanei] / 45 Il modello di Wallerstein generalizza Marx a proposito della legge della popolazione = accumulazione illimitata = imporre (con forza e diritto) la redistribuzione della popolazione nelle categorie socio-professionali della sua ‘divisione del lavoro’/ -> Nelle formazioni sociali capitaliste la base delle formazioni sociali è una divisione del lavoro (= divisione delle funzioni necessarie alla produzione del capitale)-> TRASFORMAZIONI SOCIALI = TRASFORMAZIONI DELLA DIVISIONE DEL LAVORO / Società mantenuta ‘in vita’ (effetto –società) solo dal modo in cui si organizzano produzione e scambi in certi rapporti storici? vs unità della società integrata o sostituita con una unità simbolica (diritto, religione, proibizione incesto…) -> cioè superamento dell’analisi sociale ereditata da ideologia economica liberale o da antropologia liberale / La divisione del lavoro non ha a che fare per Wallerstein con la complementarità dei compiti ma conduce a classi opposte , i cui interessi sono sempre meno comuni / Divisione capitalistica del lavoro (=antagonismi inconciliabili) [Wallerstein] vs pratiche di comunicazione linguistica e sessuale, della tecnica e della scienza che si impongono all’imperialismo [= accumulazione illimitata], che pongono limiti alla distruzione imposta dai rapporti di produzione (Balibar) -> [Per cui] La storia delle formazioni sociali non è quella del passaggio da comunità non mercantili alla società di mercato o degli scambi generalizzati [= rappresentazione sociologica liberale conservata dal marxismo] ma quella delle reazioni dell’insieme dei rapporti sociali ‘non economici’, che formano l’elemento di coesione di una collettività storica di individui , contro la destrutturazione che li minaccia tramite l’espansione della forma ‘valore’-> Andamento delle reazioni ≠ andamento della riproduzione allargata -> ‘gioco strategico’ degli attori definiti dalla divisione del lavoro -> produzioni ideologiche e istituzionali (ambigue) = vera materia della politica (diritti umani, nazionalismo, sessismo e loro antitesi rivoluzionaria) /47 Effetti ambivalenti delle lotte di classe -> PRO RESTAURAZIONE UNITA’ PERDUTA E QUINDI OFFERTA AL ‘RECUPERO’ DA PARTE DI DIVERSE FORZE DI DOMINIO -> 1– Oggi razzismo in espansione vs ideologia del ‘progresso’ ( imposta da liberali e ripresa dal marxismo)-> Teorie colte vs razzismo popolare = classificazione dell’umanità in specie artificialmente isolate-> non sempre pregiudizio (arcaismo) o risultato di decolonizzazione (sopravvivenza), ma forma di universalismo e quindi ideologia borghese (umanesimo), non incompatibile con gerarchie ed esclusioni (per Wallerstein forma di razzismo e sessismo che formano sistema e quindi derivano dal mercato –per Wallerstein prodotto da divisione del lavoro tra lavoro e non lavoro in famiglia o aggregato domestico)-> 48-neorazzismo o post-razzismo statale /2. Discussione su categorie di popolo e nazione -> (per Balibar, troppo francese) iscrizione storica delle lotte di classe in forma-nazione vs (per Wallerstein, troppo analitico) che procede con sicurezza a determinare il posto della sovrastruttura nazionale tra le altre istituzioni politiche dell’economia-mondo e quindi a collocare la NAZIONE dentro la lotta di classe e non viceversa)-> Wallerstein distingue tre grandi modi storici di costruzione del popolo: razza, nazione, etnicità-> POPOLO = ETNICITA’ FITTIZIA [delle minoranze per Balibar, e delle maggioranze per Wallerstein] COME PROBLEMA DI EGEMONIA INTERNA (= PRODOTTO DA ISTITUZIONI CHE DANNO CORPO A COMUNITA’ DI LINGUA E DI RAZZA / Popolo e nazione per Balibar e Wallerstein come costruzioni storiche da cui dipende il sentimento di ‘identità individuale’/ 3. Le classi, polarizzazione e surdeterminazione per analizzare il capitalismo come sistema o struttura (secondo le indicazioni originali di Marx) vs evoluzionismo del modo di produzione /50- Conclusioni concordanti su articolazione tra aspetto economico e politica della lotta di classe. [Wallerstein rimane fedele alla distinzione tra classe in sé e per sé (che Balibar respinge)-> su lotte di classe contro supersfruttamento periferico (lavoro salariato part time = sfruttamento estensivo) ≠ sfruttamento intensivo che per Marx era ‘sussunzione reale al capitale’= estrazione di plusvalore relativo]: a. polarizzazione delle classi = idea forte di Marx = semplificazione dei rapporti di classe; b. non borghesia e proletariato, ma processi di proletarizzazione e imborghesimento; c. la borghesia non si definisce per l’accumulazione di profitto, ma per la ricerca di posizioni di monopolio e la trasformazione del profitto in ‘rendita garantita’-> Balibar contro il borghese come parassita (formula di Engels) e Wallerstein contro opposizione tra borghese (mito del manager Usa) e aristocratico (ieri e oggi) / 51- Balibar sul fatto che nel capitalismo di oggi la scolarizzazione generalizzata non solo riproduce ma produce le differenze di classe -> naturalizzazione (non priva di relazioni col razzismo) delle differenze tra lavoro manuale e intellettuale = tra lavoro esecutivo e lavoro organizzativo /52- Spostamento del conflitto: comunità vs razzismo / per Wallerstein (meno ottimista di Balibar) ‘coscienza di gruppo’ più forte di ‘coscienza di classe anche se entrambe si congiungono nella trans-nazionalizzazione dei conflitti / Per Balibar razzismo = alienazione politica inerente alle lotte di classe nell’ambito del nazionalismo (razzizzazione del proletariato operaio, consenso interclassista sulla crisi attuale) -> Balibar pro rinnovamento ideologia internazionalista, in pratica le ‘nazioni proletarie’ del terzo mondo, o meglio le loro ‘masse pauperizzate’ e i ‘nuovi proletari’ d’Europa hanno uno stesso nemico: il razzismo istituzionale e di massa -> pro discussione con gli interessati fuori dei circoli universitari / Uno stesso avversario non implica gli stessi interessi immediati, né la stessa forma di coscienza: è solo una tendenza a cui si oppongono ostacoli strutturali -> LA RICOSTRUZIONE DI UNA IDEOLOGIA DI CLASSE CHE SI OPPONE AL NAZIONALISMO PASSA PER UN ANTI-RAZZISMO EFFETTIVO.
345- Postfazione di I. Wallerstein
345- [Contemporaneità = spazio di qualche decennio (per es. 1945-1985) vs mondo moderno (vs forme storiche e culturali del passato ->per es. xenofobia moderna vs xenofobia del passato] / 1. Tutte le comunità a cui apparteniamo e che definiscono la nostra ‘identità sociale’ sono costruzioni storiche (valori + lealtà) in perpetua ricostruzione, non sono mai primordiali; 2. Universalismo e identità particolaristiche non sono opposti ma due facce di una stessa medaglia [vs campanili medievali vs spirito aperto e liberale del mondo moderno?]-> razzismo, sessismo, sciovinismo sono mali atavici della specie umana oppure sono mali determinati di alcuni sistemi storici ? ( Per W. è ok la seconda) / [Decostruzione, analisi, svelamento dei misteri] /347- B. rimprovera a W. economicismo / [Cinici, scettici, ribelli vs maggioranse popolari per B.] / Per Wallerstein universalismo come freno al nichilismo / 348- Per Wallerstein le classi lavoratrici propendono per il particolarismo (= classe, nazione o razza) = reazione di difesa contro universalismo ipocrita / Balibar è riluttante ad ammettere l’esistenza di una borghesia mondiale (ipotesi sostenuta da Wallerstein) [perché tributo a Mammona vs patriottismo, nazionalismo] / In questa economia-mondo capitalista nazione, razza o classe restano un rifugio degli oppressi: cosa che spiega la loro popolarità come concetti -> SPOSTARSI TRA PARTICOLARISMI: QUANDO UN RIFUGIO RISULTA EFFICACE SE NE CERCA SUBITO UN ALTRO / DIVISIONE DEL LAVORO (WALLERSTEIN) che definisce le possibilità di sopravvivenza vs EFFETTO-SOCIETA’ (BALIBAR) =sforzi della gente per liberarsi dei vincoli dell’accumulazione incessante del capitale / Wallerstein pro ‘alleanza transnazionale’ tra movimenti anti-sistemici / SISTEMA = INSIEME DI VINCOLI (cioè qualcosa di determinato) = DETERMINISMO -> Quando un sistema va in ‘crisi’ entra in un periodo di transizione ->poi ‘biforcazione’ (Prigogine) = situazione di fluttuazione in cui una leggera spinta può indirizzare in una direzione o in un’altra (libero arbitrio) [PER QUESTO E’ IMPOSSIBILE PREVEDERE L’ESITO DELLE TRASFORMAZIONI] -> 350-Quando analizziamo il ruolo delle classi, delle nazioni, delle razze all’interno dell’economia-mondo capitalistica, considerandoli sia come concetti che come realtà, parliamo deliberatamente di ambiguità intrinseche, cioè strutturali. Certo vi sono resistenze di ogni tipo. Ma occorre iniziare ponendo l’accento, invece, sui meccanismi, sui vincoli, sui limiti. D’altro canto ci stiamo avvicinando alla ‘fine del sistema’, quel lungo momento nel quale, a mio avviso, in realtà già ci troviamo, e dobbiamo quindi riflettere sui salti possibili, sulle utopie divenute ora per lo meno immaginabili.
PRIMA PARTE – IL RAZZISMO UNIVERSALE
57- Esiste un neorazzismo? (e.b.)
58-[ Neorazzismo = fenomeno transnanzionale e in Francia] = politiche di esclusione in termini di discorsi di antropologia e di filosofia della storia. Il razzismo si inscrive in pratiche (forme di violenza, disprezzo, intolleranza, umiliazione e sfruttamento), in discorsi che sono la profilassi o segregazione (Segregazione : Questo termine indica la separazione di un gruppo di persone da altri, spesso per motivi di controllo, paura o discriminazione. La segregazione può essere fisica (come l’isolamento di pazienti infetti) o sociale (come la discriminazione nei confronti di una minoranza). In alcuni casi, la segregazione può anche essere legata alla necessità di proteggere la salute pubblica, come nell’isolamento di persone infette. In sintesi, la profilassi è una misura di prevenzione, mentre la segregazione è un atto di separazione che può essere adottato per diversi motivi, tra cui quello di prevenzione) cioè elaborazione della necessità di purificare il corpo sociale, di preservare l’identità del ‘sé’ e del ‘noi’ da qualsiasi meticciato o promiscuità (invasione) che si articolano intorno agli stigmi dell’alterità (nome, colore della pelle, pratiche religiose). Il razzismo organizza degli affetti (ossessività e ambivalenza irrazionale)-> stereotipi affettivi e formazione di comunità razzista (sia degli oggetti che dei soggetti) /58- L’identità comunitaria è attribuita a collettività a cui è negato insieme il diritto ad autodefinirsi (Cfr. Fanon) / Nel razzismo gli ATTI (violenze, discriminazioni) hanno un primato rispetto ai discorsi e alle teorie / 59- Teorie intellettuali = capacità organizzative = organicità (Gramsci) = potere spirituale (A. Comte) /60- Peculiarità dell’atteggiamento intellettuale degli ideologi del razzismo (che ≠ teologi che devono sempre mantenere una certa distanza tra speculazione esoterica e dottrine per il popolo, salvo cadere nella gnosi, hanno sempre elaborato dottrine democratiche immediatamente comprensibili dal popolo e anzi addirittura preadattate alla limitata capacità di comprensione delle masse )-> disconoscimento + violento desiderio di conoscenza immediata dei rapporti sociali -> Per Bebel antisemitismo = ‘socialismo degli imbecilli’ e per Nietzsche ‘politica dei deboli’ /Neorazzismo ed egemonia (Gramsci)-> immigrazione come sostituto della categoria di razza / In Francia le collettività dei lavoratori immigrati subiscono da lungo tempo discriminazioni e violenze xenofobe cariche di stereotipi razzisti /62- [NB] Il modo in cui negli Usa il problema nero è rimasto separato dal ‘problema etnico’posto dalle ondate successive di immigrazione europea, in attesa che negli anni ‘5’-’60 un nuovo paradigma dell’etnicità conducesse a proiettare il secondo sul primo / Il razzismo attuale [neorazzismo = razzismo dell’epoca della decolonizzazione] è ‘razzismo senza razze’, inventato nei paesi anglosassoni e che ha per tema principale non l’eredità biologica, ma l’irriducibilità delle differenze culturali -> RAZZISMO DIFFERENZIALISTA = positività delle frontiere e incomparabilità di generi di vita e tradizioni-> destabilizzazione delle difese dell’antirazzismo tradizionale = che non vi sono ‘razze umane’ viene immediatamente ammesso (antirazzismo umanista e cosmopolita del dopoguerra = diversità e uguaglianza delle culture -> 64- Levy-Strauss arruolato al servizio di coloro che sostengono che la mescolanza delle culture sarebbe la morte intellettuale dell’umanità / Le teorie razziste del XIX e XX secolo si costruiscono nel campo concettuale dell’umanesimo -> tendenza spontanea dei gruppi umani a conservare le proprie tradizioni e quindi la propria identità = la cultura può funzionare come natura e rinchiudere, a priori, individui e gruppi in una genealogia, nella determinazione di un’origine, immutabile e intangibile / 65- Se le differenze culturali diventano naturali le dottrine differenzia liste si propongono a loro volta di spiegare il razzismo ( e di prevenirlo): una teoria che naturalizza non l’appartenenza a una razza, ma il comportamento razzista -> se si vuole evitare il razzismo bisogna rispettare ‘soglie di tolleranza’ e ‘distanze culturali’, in base al postulato che gli individui sono eredi e portatori esclusivi di un’unica civiltà -> bisogna segregare le civiltà (= confini nazionali) / I programmi di rinnovamento urbano, di lotta contro le discriminazioni o di contro discriminazione a scuola e sul lavoro sono quello che la nuova destra americana designa come REVERSE DISCRIMINATION; allo stesso modo in Francia da parte di persone ‘ragionevoli’, che non hanno nulla a che fare con quello o questo movimento estremista, si sente sempre più di frequente spiegare che ‘l’antirazzismo crea il razzismo’ con la sua agitazione, il suo modo di provocare i sentimenti di appartenenza nazionale della massa dei cittadini /66- Il razzismo differenzialista (richiamo alla psicologia delle folle e spiegazione della loro valorizzazione come folla primitiva) si presenta come vero antirazzismo, come umanesimo / 67- L’antisemitismo moderno è già un razzismo culturalista-> semiti come nemici perché possiedono un particolare modo di pensare / Nazismo e riduzione degli ebrei a sub umanità, piuttosto che conseguenza della sub umanità degli ebrei -> a questo punto non ci si può più limitare alla schiavitù, ma si deve arrivare allo sterminio / Per il differenzialista l’essenza dell’ebreo è la ‘disgregazione morale’/ 68- razzismo differenzialista oggi = antisemitismo generalizzato/ Arabofobia in Francia [= variante francese (o democratica) del ‘fardello dell’uomo bianco’ anglosassone] come confusione tra ‘arabità’ e ‘islamismo’/ Ideologia francese = paese dei diritti dell’uomo = pratica di assimilazione delle popolazioni dominate-> di qui differenziazione di individui e gruppi a seconda della maggiore o minore resistenza all’assimilazione [vs dottrine dell’arianità, antropometria, genetismo biologico]/ Nelle teorie neorazziste la scomparsa della gerarchia è più apparente che reale [69- > nelle istituzioni l’integrazione verrà sempre sospettata di essere superficiale, imperfetta o simulata] / Un razzismo differenzialista conseguente sarebbe uniformemente conservatore e sosterrebbe la fissità di tutte le culture [anche culture universaliste e progressive vs culture particolariste e primitive] -> con il prestesto di proteggere la cultura e il modo di vita degli europei chiude loro utopisticamente qualsiasi strada di evoluzione [= vecchia distinzione tra società chiuse e aperte, immobili e intraprendenti, fredde e calde, gregarie e individualiste]-> Culture separate come unità simboliche (Kultur) e Bildung (colta e popolare, tecnica e folclorica) come struttura di disuguaglianze -> le culture istituite come ostacoli (dalla scuola, dalle norme internazionali) all’acquisizione della cultura/ 70 Risentimento contro presenza di immigrati a scuola e gerarchia istituzionale (presenza latente del modello gerarchico) / Cfr. Foucault sulla cultura come regolamentazione esterna del vivente, della sua riproduzione, delle sue manifestazioni, della sua salute / Racconto storico di miti genealogici -> il gioco delle sostituzioni tra razza, popolo, cultura, nazione) / 72- In futuro ripensamento della nozione di frontiera e ruolo sempre più importante di diseguaglianza scolastica (= gerarchie intellettuali)
73- Universalismo contro razzismo e sessismo: le tensioni ideologiche del capitalismo (i.w.)
73- Dottrina universalistica del mondo moderno= ‘Siamo tutti fratelli’ (espressione sessista? Sic!)/ 74- La principale sfida al razzismo e al sessismo è venuta dalle convenzioni universalistiche e viceversa [-> insieme di credenze contrapposte sostenute insieme? ≈ ebraismo, islamismo, cristianesimo che credono in unico dio regnante su un’unica specie umana ma istituiscono distinzioni tra membri esterni e interni al gruppo] / [Nel passato vigeva la credenza nelle più alte qualità morali del membro del gruppo e il senso di obbligazione reciproca tra i suoi componenti avevano la precedenza su qualsiasi concetto astratto relativo alla specie umana] /75-L’universalismo come culmine di un’antica tradizione intellettuale (quella delle tre religioni) -> SALTO DA DIO TRIBALE A UNICITA’ DI DIO (= unicità di umanità) / L’illuminismo è solo un passo avanti alla logica monoteistica, derivando l’eguaglianza morale e i diritti umani dalla natura umana stessa, per cui i nostri diritti diventano prerogative culturali e non privilegi guadagnati [una omissione nei documenti del XVIII sec. relativamente ai non bianchi e alle donne] /76- Poiché l’universalismo come dottrina è stato perseguito seriamente solo nel mondo moderno, la tesi secondo cui le sue origini vanno ricercate nella particolare cornice socio- economica di quest’epoca sembra molto forte -> L’economia-mondo capitalistica è un sistema costruito sull’accumulazione incessante del capitale. Uno dei meccanismi che la rendono possibile è la mercificazione di ogni cosa. Le merci circolano nel mercato mondiale sotto forma di merci, capitale e forza lavoro (…) Tutto ciò che limita il flusso è controproducente / Tutto ciò che impedisce a beni, capitali e forza lavoro di essere vendibili restringe il flusso [Ogni criterio di valutazione ≠ dal valore di mercato rende meno vendibile] I PARTICOLARISMI DI QUALSIASI TIPO SONO INCOMPATIBILI CON LA LOGICA DEL SISTEMA CAPITALISTICO / All’interno del sistema capitalistico è imperativo affermare o mettere in atto un’ideologia capitalistica / 77- [Relazioni sociali capitalistiche = ‘solvente universale’= che riduce tutto a denaro] -> Due conseguenze: 1. Sistema meritocratico (leggi antinepotistiche) = differenze di reddito spiegate col merito e non con la tradizione = effetto politico stabilizzante, ma questa sociologia è dubbia: il sovrano può apparire un padre, ma uno yuppie è solo un fratello privilegiato -> il sistema meritocratico è uno dei meno stabili e proprio per questo entrano in gioco razzismo e sessismo; 2. Xenofobia (gradazioni di purezza dell’ambiente) = perdita di forza lavoro per qualsiasi sistema storico e specie per quello basato su un’incessante accumulazione di capitale / 79 [Ideologia dello spagnolo Las Casas: da razzismo a etnicizzazione della forza-lavoro (= gruppi etnico-nazional-religiosi) = gerarchia = razzismo costante?] /80- E’ proprio per essere una dottrina anti-universalistica che il razzismo aiuta il capitalismo a mantenersi come sistema -> L’etnicizzazione della forza-lavoro aiuta a tenere i salari bassissimi per interi segmenti della forza-lavoro (vs merito) / Il lavoro dei famigliari dei salariati come sussidio indiretto ai datori di lavoro dei salariati (sessismo e invenzione della ‘casalinga’) / UNIVERSALISMO- MERITOCRAZIA vs RAZZISMO – SESSISMO (= DUE IDEOLOGIE CONTRASTANTI)/ 82- Accuse di razzismo alla rovescia nel caso vengano prese misure per smantellare l’apparato istituzionale del razzismo- sessismo /83- PROBLEMA DELL’INVENZIONE DI SISTEMI NUOVI CHE NON UTILIZZINO NE’ L’IDEOLOGIA UNIVERSALISTICA, NE’ L’APPARATO ISTITUZIONALE DEL RAZZISMO-SESSISMO.
85- Razzismo e nazionalismo (e.b.)
86- [Il nazionalismo nasconde il razzismo -> non è possibile definire il nazionalismo senza includere i movimenti razzisti -> ma il razzismo non è una conseguenza inevitabile del nazionalismo] /87- [Modelli odierni del razzismo: antisemitismo nazista, segregazione dei neri in Usa, razzismo imperialista dopo le guerre coloniali] / [Se c’è frontiera allora razzismo esterno vs razzismo interno] / 88 [Razzismo autoreferenziale = razza superiore vs razzismo eteroreferenziale o etero fobico-> dove sono le vittime del razzismo ad essere assegnate ad una razza inferiore o malefica] / 88 Ogni razzismo storico è contemporaneamente istituzionale [di stato] e sociologico [di massa] / Razzismo di sterminio (esclusivo) vs razzismo d’oppressione e di sfruttamento ( inclusivo)-> Purificazione vs gerarchizzazione della società /89- [Spettro dei razzismi possibili] / 90- L’apartheid sudafricano mescola apertamente le tre formulazioni evocate: nazismo, colonizzazione e schiavitù / Il razzismo è un rapporto sociale e non solo un delirio dei soggetti razzisti [ma delirio collettivo è quasi una contraddizione in termini] /91- [Tracce di razzismo nazista, coloniale (= risentimento dei cittadini di una potenza decaduta e desiderio di rivincita) e schiavista]/ 92- [Razzismo tendente all’eliminazione di una razza interna assimilata (nazismo) vs razzismo che esclude dalla cittadinanza una maggioranza conquistata con la forza (colonialismo)] / 93- Epoca della divisione del mondo tra potenze colonialiste -> [Caste coloniali ingl, fr, olandese e portoghese e idea di ‘superiorità bianca’-> ‘Civiltà da difendersi contro i selvaggi’= ‘il fardello dell’uomo bianco’ (Kipling e il ‘grande gioco’)] / Terzo mondo a domicilio delle ex potenze coloniali / [Integralismo islamico come ‘controrazzismo’ (antibianco, antieuropeo), ma non vi è contro razzismo in Africa, Asia, America Latina]/ 95- L’umanità esiste solo oggi articolata in stati , ma attraversata da due umanità incommensurabili ( miseria vs consumo, sottosviluppo vs sviluppo) / Nello spazio dell’economia-mondo, della politica-mondo, dell’ideologia-mondo la divisione in sottouomini e superuomini è strutturale ma violentemente instabile / PER TUTTI IL RAZZISMO E’ NELL’ALTRO / 96- [Nazismo come metafora del desiderio di sterminio che ossessiona il razzismo anti-turco e anti-arabo -> Difficoltà della pedagogia della memoria delle organizzazioni antirazziste vs pedagogia del razzismo contemporaneo come sistema di pensiero e rapporto sociale, condensato di tutta la storia].
97- La categoria di nazionalismo è equivoca-> [Fichte e Goebbels non sono Bismarck e Bismarck -De Gaulle non sono Hitler] /[nazionalismo dei dominati vs nazionalismo dei dominatori] / nazionalismo di liberazione vs nazionalismo di conquista / Esperienze ripetutamente fatte: trasformazioni di nazionalismi di liberazione in nazionalismi di dominio (≈ trasformazioni di rivoluzioni socialiste in dittature di stato) /98 – Difficoltà di definire il nazionalismo / 99- nazionalismo o imperialismo? / [Catena nazionalismo-imperialismo-fascismo come anelli forti e deboli, ma dove a un certo punto interviene la violenza] / [Il nazionalismo non smette di dividersi (da ‘primavera dei popoli’ a imperialismo, da ‘morire per la patria’ a ‘morire per il proprio paese’ / 101. Il popolo come comunità politica superiore alla divisione di classe /Il nazionalismo come effetto oggettivo del costituirsi delle nazioni e degli stati nazione [Marx + Gellner] / 102. Il mito della razza e il suo discorso genelogico: il ‘razzismo di classe’ dell’aristocrazia post-feudale / Naturalizzazione delle differenze e fenomeni di ‘razzizzazione’ in una società egualitaria = gruppi etnici, donne, devianti sessuali, malati di mente, sottoproletari / Intrico storico di nazionalismo e razzismo ad alcune condizioni: 1. Nessuna nazione (= Stato nazionale) possiede una base etnica. Nazionalismo ≠ etnocentrismo, ma etnocentrismo fittizio; 2. Fenomeno della ‘minoranza’ o ‘razzizazione’; 3. La struttura logica del razzismo ha un rapporto necessario col nazionalismo; 4.Non è lo stato moderno ad essere egualitario ma lo stato nazionale, l’eguaglianza avendo come limiti, esterni e interni, la comunità nazionale /104- Articolazione tra razzismo e nazionalismo: secondo schemi meccanicisti ( causa-effetto proporzionali); o spiritualistici (a. uno espressione dell’altro; b. uno conferisce significato all’altro; c. uno rivela l’essenza nascosta dell’altro) / 107- CLASSI PERICOLOSE SUSSUNTE NELLA CATEGORIA IMMIGRAZIONE / 109- Ciclo di reciprocità storica tra nazionalismo e razzismo-> Il razzismo deriva costantemente dal nazionalismo / Negli Usa l’istituzione sistematica della segregazione coincide con l’ingresso degli americani nella concorrenza imperialistica mondiale/ Il razzismo deriva dal nazionalismo (= il sionismo procede dall’antisemitismo e i razzismi del terzo mondo dai razzismi coloniali) / IL RAZZISMO NON ESPRESSIONE DEL NAZIONALISMO, MA UN SUPPLEMENTO DI NAZIONALISMO, UN SUPPLEMENTO INTERNO AL NAZIONALISMO, SEMPRE UN ECCESSO RISPETTO AD ESSO / 111- Il razzismo è una filosofia della storia o meglio una storiografia che fa della storia la conseguenza di un segreto / 112 [Simmetrie tra marxismo e razzismo] ->Una dialettica storica, a differenza di una storiosofia della lotta delle razze o delle culture o dell’antagonismo tra élite e massa, non può presentarsi come la semplice elaborazione di un tema manicheo. Deve render conto non solo della lotta e del conflitto, ma della costituzione storica delle forze in lotta e delle forme di lotta / 114- Classificazione e gerarchizzazione sono per eccellenza operazioni di naturalizzazione -> genealogia (pura natura ≠ natura+ diritto) / Ogni razzismo teorico [social darwinismo, sociobiologia, etnocentrismo contemporaneo o culturalismo differenzialista] si riferisce a degli universali antropologici [genetica, tradizione culturale]o più specifici come l’aggressività umana, da cui xenofobia, etnocentrismo, tribalismo / 115- [su endogamia naturale e contagio ipnotico (folle)] /[Differenza tra umanità e animalità-> la bestializzazione sistematica degli individui e dei gruppi umani sviluppati nel razzismo teorico] /115- Come se l’isolamento delle culture fosse condizione della preservazione della specie umana nell’ambiente naturale della specie umana (accostamento tra razzismo differenzialista ed ecologia) /116- [Eredità, discendenza, radicamento = tutti significanti immaginari [per es. il Germano, il Celto, e l’’uomo superdotato di oggi’ delle nazioni sviluppate di oggi = TRASCENDENZA = aspetto di sublimazione della specie la cui figura privilegiata è estetica] del confronto fra l’uomo e le sue origini .> uomini delle origini (non degenerati) e uomo del futuro (superman) .> ESTETIZZAZIONE DEI RAPPORTI SOCIALI ESSENZIALE PER LA COSTITUZIONE DELLA POLITICA COME CAMPO PROIETTIVO]/ Anche l’operaio della tradizione socialista accompagnato da estetizzazione e sessualizzazione intense che ne hanno permesso il recupero da parte fascista / Ambiguità delle relazioni intrattenute dalle ideologie razziste con le ideologie umaniste (universaliste) / 117. [Razzismo vs umanesimo = vita vs moralità, conoscenza, dignità; solidarietà, spirito di corpo = rappresentazioni dell’unità organica della società; attività (maschile) vs passività (femminile)] /119 Sviluppi panici del nazionalismo (panslavismo, panamericanismo, pangermanesimo) /Razzizzazione di gruppi sociali e ossessione della purezza .> elitismo vs populismo / 121- [Il razzismo come supernazionalismo che destabilizza la nazione storica con i discendenti degli immigrati assimilati] /122. [Collettività invisibile dei superuomini (= sovra nazionalismo razzista –indoeuropei, civiltà giudaico-cristiana) vs back, meticci, cosmopoliti ecc.-> Le frontiere non sono esterne, ma quelle interne di un’umanità ideale] /123. Imperialismo e razzismo -> ‘internazionale nazionalista’ di cui si accorse W. Reich / 124- ‘lotta di classe’ e ‘lotte di razze’ come guerre civili internazionali / 125- UMANESIMO PRATICO OGGI = ANTIRAZZISMO EFFETTIVO = UGUAGLIANZA CIVILE ASSOLUTA, PRIORITARIA RISPETTO ALLE APPARTENENZE DI STATO.
SECONDA PARTE – LA NAZIONE STORICA
129- La costruzione del popolo, razzismo, nazionalismo, etnicità (i.w.)
139- [Popolo = costruzione concettuale le cui caratteristiche principali sono la realtà dell’instabilità e la negazione di questa realtà] / Nelle scienze storico-sociali la nozione di popolo viene usata raramente (più spesso razza, nazione, gruppo etnico), lo sostituisce il termine ‘minoranza’ / La dimensione temporale del passato è fondamentale e intrinseca al concetto di popolo / Perché si ha bisogno di un passato? Di una identità? Tramite il senso del passato le persone si convincono ad agire nel presente in modi in cui altrimenti non agirebbero. E’ anzitutto un fenomeno morale, quindi politico, quindi instabile. / Ha poca importanza se descriviamo il passato in termini di razza (gruppi genetici continui), gruppi socio-politici (nazioni) o gruppi culturali (gruppi etnici). Il popolo, la nazione sono tutti modi di inventare il passato in funzione del presente / La razza e quindi il razzismo è l’espressione, il motore e la conseguenza della concentrazioni geografiche legate alla divisione assiale del lavoro (La divisione assiale del lavoro tra processi produttivi centrali e periferici. Nei primi i processi di produzione sono relativamente monopolizzati, mentre i secondi sono caratterizzati dal libero mercato. L’influenza di Braudel, nel distinguere tra la sfera dei monopoli e quella del libero mercato all’interno del Capitalismo, è stata cruciale.) /Il termine ‘nazione’ deriva dalla strutturazione politica del sistema mondo /144- Quasi in ogni caso la nozione di ‘stato’ ha preceduto quella di ‘nazione’ (nonostante il mito contrario) [Una volta entrato in funzione il sistema interstatale] / 146- Le entità politiche esistenti al di fuori dello sviluppo del sistema interstatale come sovrastruttura politica dell’economia capitalistica o ad esso precedenti non avevano bisogno di essere ‘nazioni’ o non lo erano./ ‘Nazione’ come sostegno alla lotta tra gli stati che produce la lenta ma continua trasformazione dell’ordine gerarchico tra gli stati [gradazioni di vantaggi vs opposizioni grossolane centro-periferia] / Entrambe le categorie sono rivendicazioni di avere una posizione di vantaggio nell’economia mondo-capitalistica /147- [Gruppo etnico = un tempo chiamato minoranza] / Il sistema capitalistico non si fonda solo sull’antagonismo capitale-lavoro, che è permanente e fondamentale, ma su una complessa gerarchia interna all’elemento lavoro , la quale consente che (…) alcuni lavoratori ‘perdano’ rispetto ad altri, una porzione maggiore del plusvalore creato. L’istituzione chiave che permette questo è l’AGGREGATO DOMESTICO [= gruppo di persone che condividono abitazione ed economia, con o senza legame di parentela], composto da lavoratori salariati solo in parte e per parte della loro vita (…) Ovunque troviamo lavoratori salariati situati in strutture differenziate di aggregati domestici ( dai lavoratori più pagati che vivono in aggregati domestici ‘più proletarizzati’ a quelli pagati meno che vivono in aggregati domestici ‘semiproletarizzati’) /148- Aggregato domestico e gruppi etnici-> esiste una fortissima correlazione tra etnicità e impiego / E’ necessaria una socializzazione della forza-lavoro a insiemi di atteggiamenti ragionevolmente specifici. La cultura di un gruppo etnico è esattamente quell’insieme di regole verso le quali i genitori di un determinato gruppo etnico spingono i loro figli / Ciò che è illegittimo per lo stato riemerge inevitabilmente come comportamento ‘volontario’ di un gruppo in difesa di un’identità nazionale. Ciò permette di legittimare la gerarchia del capitalismo senza offendere l’eguaglianza formale di fronte alla legge / L’etnicizzazione o la nozione di popolo risolvono una delle contraddizioni fondamentali del capitalismo storico /149- Sempre più legati a quelle Gemeinshaft che si sono formate all’interno della Gesellshaft, l’economia-mondo capitalistica /Le classi sono una costruzione ben diversa da quella di popolo come ben sapevano sia Marx sia Weber-> le classi sono categorie ‘oggettive’, cioè categorie analitiche, affermazioni sulle contraddizioni fondamentali di un sistema storico, e non descrizioni di comunità sociali. Il problema è capire se, e in quali circostanze, possa crearsi una comunità di classe. E’ la famosa distinzione tra in sé e per sé. / 149– Gran parte dell’attività politica fondata sulla classe ha assunto nel mondo moderno la forma di attività politica fondata sul popolo [organizzazioni popolari] /150- Il popolo, non forma originaria e stabile, ma forma malleabile attraverso la quale le forze antagonistiche lottano una con l’altra /
151- La forma nazione: storia e ideologia (e.b.)
151-La storia delle nazioni, a cominciare da quella francese viene sempre presentata sotto forma di racconto, che attribuisce ad esse la continuità di un progresso. La formazione della nazione appare come un progetto secolare segnato da tappe e prese di coscienza che le diverse posizioni degli storici fanno apparire più o meno determinanti /152- Progetto e destino sono due illusioni simmetriche dell’illusione dell’identità nazionale / 171- [scuola : lingue = famiglie : razza] / 173- Con il dissolversi progressivo della parentela di lignaggio, della solidarietà delle generazioni e delle funzioni economiche della famiglia allargata, si fa largo non una microsocietà naturale, né una relazione contrattuale puramente individualista, ma una nazionalizzazione della famiglia che ha come contropartita l’identificazione della comunità nazionale con una parentela simbolica, delimitata da regole di pseudo endogamia, e capace di proiettarsi, forse ancor più che in un’ascendenza, in una discendenza comune / 174- Inconsistenza della costituzione nazionale dovunque sussistano potenti solidarietà di lignaggio o tribali / [Althusser vs Foucault ->politiche della popolazione-> da ‘apparati ideologici di stato’ a bio-potere / 175- [articolazione tra lingua e razza ≠ armonia] / Bisogna continuamente ridefinire l’etnicità (prima la germanicità poi l’europità) e politiche coercitive contro il meticciato (=’matrimoni tra razze diverse’) / Il vero ostacolo alla mescolanza delle popolazioni è costituito piuttosto dalle differenze di classe , che tendono a ricostituire fenomeni di casta/ Fenomeni di ‘razzializzazione’ delle lingue [accenti ed errori tipici] / Come la costruzione europea orienterà la costruzione di un’etnicità fittizia? Come il co-linguismo europeo (e quale) o come ‘l’identità demografica europea’ [vs popoli del sud, arabi, turchi, neri] / Ogni popolo è costruito da un processo nazionale di etnicizzazione + ogni individuo è costretto a trovare nel suo immaginario i mezzi per uscirne / 178- Il sistema storico è il SISTEMA MONDO CAPITALISTICO in trasformazione [180- L’incessante accumulazione di capitale è la caratteristica che definisce questo sistema (…) Col tempo esso spinge alla mercificazione di ogni cosa, all’aumento assoluto della produzione mondialee a una divisione mondiale del lavoro complessa e sofisticata – Come si inseriranno al suo interno gli aggregati domestici? [Comparare gli aggregati domestici con istituzioni simili presenti in altri sistemi è al più un’analogia].
179- Le strutture dell’aggregato domestico e la formazione della forza-lavoro nell’economia-mondo capitalista (i.w.)
180. Tre preoccupazioni degli imprenditori sulla forza-lavoro: 1. Disponibilità di forza-lavoro; 2. Disponibilità nello spazio; 3. Più basso possibile il costo del lavoro / 181- [IMPRENDITORI vs ACCUMULATORI DI CAPITALI ( come reciproci concorrenti che contrattaccano strutture economiche e statuali e come classe collettiva pro difesa politica del sistema .> pro riproduzione e contro eventuali rivolte, per cui possono sembrare necessarie certe forme di redistribuzione del surplus ai quadri] / 183- Per ottenere una sufficiente malleabilità di questo aggregato domestico ci sono tre condizioni: 1. Pressioni per rompere il legame tra l’organizzazione dell’aggregato e il territorio [contro famiglia contadina e la sua residenza comune], 2. La divisione sociale della produzione è basata su una retribuzione salariale solo parziale della forza lavoro mondiale[curva a campana vs curva obliqua]; 3. Linee di confine duttili (tra etnicità e sessi) [vs ideologia delle pari opportunità / 183- AGGREGATO DOMESTICO (di dimensioni intermedie) vs ALTRE DUE FORME DI MESSA IN COMUNE DEI REDDITI (COMMENSALITA’-> 1. la comune di 50 o 100 persone =unità di produzione dei sistemi precedenti + 2. Comunità isolata: single o coppia senza figli) /184- Le strutture istituzionali non sono dati originari, ma sono frutto di tentativi contraddittori di dar loro forma / 185- L’autonomia decisionale dell’apparato domestico ha costituito forse il principale strumento politico di resistenza quotidiana a disposizione della forza-lavoro mondiale (= sforzi per minimizzare il tasso di sfruttamento) / Conflitti tra aggregati domestici e accumulatori di capitale [tattica e strategia] /187- I problemi familiari della vita quotidiana, i diritti dei sessi che devono affrontare la mercificazione della vita quotidiana, l’organizzazione della vita quotidiana sono la chiave per strutturare la coscienza di classe destinata a produrre la fine del sistema-> “Tutto ciò che è saldo svanisce nell’aria” (Marx, Manifesto)
TERZA PARTE – LE CLASSI: POLARIZZAZIONE E SURDETERMINAZIONE
191- Il conflitto di classe nell’economia-mondo capitalista (i.w.)
201- Lo stato nel capitalismo agisce incrementando i vantaggi di alcuni a scapito di altri / Lo stato come organizzazione di tipo particolare [l’uso della forza dentro e fuori i propri confini]-> per interferire nel flusso dei fattori di produzione / 202 – Gli stati del centro diventano più forti di quelli periferici [e ottengono i vantaggi dello scambio ineguale] / Catena dei molti borghesi che si dividono il plusvalore di un proletario [proprietari, commercianti, consumatori intermedi] / Intervento degli Stati per orientare la spartizione del plusvalore a favore degli stati centrali /203- Distribuzione irregolare di borghesia e proletariato nei diversi stati (in quelli centrali + borghesia e + lavoro salariato) / 204- [Centro – periferia –semiperiferia = differenti forme del conflitto di classe nel sistema mondo capitalista] / 204– A ciascuno marxista i suoi due Marx -> Marx antiuniversalista contro il liberalismo e Marx universalista su progresso dei modi di produzione /
205- Marx e la storia: percorsi utili e inutili (i.w.)
207-Marx era certamente un uomo dell’illuminismo, uno smithiano, un giacobino, un sanitsimoniano, era lui stesso a dirlo [duro lavoro vs ozio e privilegio] / Marx cercò di usare questi valori liberali contro la borghesia stessa, cercò di far ingoiare ai liberali i loro stessi valori: più libertà, più eguaglianza, più fraternità / 208 – Sono proprio le idee del Marx borghese e liberale che dovremo considerare con più scetticismo [pro Marx, invece, sulla specificità dei sistemi storici differenti] /209– Marx è un pensatore abile nella lunga durata -> L’ipotesi della polarizzazione e dell’immiserimento è corretta e non errata / [Sulla distribuzione spaziale: economia-mondo vs stato nazionale o impresa]; sulla distribuzione temporale: tempo della sopravvivenza vs tempo della qualità della vita /210- Considerare i vari etnocidi che privando alcuni di discendenza hanno di fatto migliorato la sorte degli altri / Ritengo che la grande maggioranza (tutt’ora rurale) della popolazione dell’economia mondo lavori oggi in maniera più dura e per un minore compenso rispetto a 400 anni fa /210- Il fatto che un operaio specializzato di un paese occidentale sia più ricco rispetto a un suo antenato dice poco sugli standard di vita di un operaio non specializzato nella Calcutta di oggi per non parlare di un lavoratore agricolo occasionale peruviano o indonesiano/ 211- Se per vero borghese e per vero proletario si intendono tutti coloro che vivono di REDDITI CORRENTI, CIOE’ NON DIPENDENTI NEL GUADAGNO DA FONTI EREDITATE (capitale, proprietà, privilegi) / In tutto il mondo i lavoratori vivono in piccoli gruppi (in aggregati domestici) che mettono in comune i redditi (…) E’ raro che la loro sussistenza sia basata solo sul lavoro salariato, al quale aggiungono di solito diversi redditi / 212- E’ del tutto astorico credere che un aggregato domestico passi alla dipendenza dal lavoro salariato improvvisa dallo 0% al 100% [nel tempo delle enclosures in GB nel XVIII secolo si passò dal 25% al 50%] / Chi trae vantaggio dalla proletarizzazione? Non i capitalisti. Se il reddito salariato non è che una piccola parte del reddito complessivo dell’apparato domestico, colui che impiega il lavoratore salariato è in condizione di pagare un salario orario inferiore al minimo [necessario per la riproduzione]. Così il lavoro necessario per ottenere un reddito al di sopra del minimo serve effettivamente da ‘sussidio’ per il datore di lavoro. E’ questo che spiega i salari scandalosamente bassi nelle zone periferiche dell’economia-mondo /213- -Aumento del reale potere d’acquisto nel mondo e processo di proletarizzazione / E’ attraverso i loro sforzi che i lavoratori si proletarizzano e poi cantano vittoria.> La proletarizzazione serve ai capitalisti come classe ma è contraria agli interessi dei capitalisti come singoli imprenditori / Contraddizioni epistemologiche alla base del marxismo [capitale commerciale speculativo vs capitale industriale ‘rivoluzionario’ (eroe delle leggende liberali: un piccolo uomo che diventa un grande uomo) / 214- [Come i proletari negli aggregati domestici] i capitalisti (specie i grandi) operano in imprese che di fatto combinano entrate provenienti da molte forme di investimento (rendite, speculazioni, profitti del commercio, ‘normali’ profitti di produzione, manipolazione finanziaria ) Una volta trasformati in denaro, questi guadagni sono tutti uguali per i capitalisti , un mezzo per proseguire quell’accumulazione incessante e infernale a cui sono condannati / 215- Contraddizioni psicologiche della borghesia calvinista [borghese ozioso che vuole vivere di rendita] I capitalisti non vogliono diventare borghesi ma vogliono diventare ‘aristocratici feudali’ -> Se, nonostante tutto, il processo di borghesizzazione procede è per le pressioni dei lavoratori / 216- Si è esteso il ruolo del manager tecnocratico che personifica la borghesizzazione della classe capitalista ->Una borghesia statale che potesse monopolizzare realmente l’estrazione del plusvalore, lo incarnerebbe alla perfezione facendo dipendere ogni privilegio da un’attività CORRENTE piuttosto che, in parte, dall’eredità individuale o di classe /217- [Marx sulle ‘transizioni’]-> La modernità come somma di due rivoluzioni, ‘borghese’ e ‘proletaria’ / Oggi la questione cruciale è la direzione della transizione globale -> La strategia della transizione è infatti la chiave del nostro destino -> Non riusciremo a trovare una buona strategia dedicandoci all’apologia del carattere storicamente progressivo del capitalismo . Questo tipo di enfasi storiografica corre il rischio di suggerirci una strategia che ci condurrebbe a un ‘socialismo’ non più progressivo del sistema attuale, un AVATAR, di questo sistema [vs un socialismo come transizione verso un mondo egualitario dove la produzione è rivolta ai valori d’uso] / CHE IL CAPITALISMO CONOSCERA’ IN UN FUTURO NON TROPPO LONTANO LA SUA FINE MI SEMBRA CERTO AUSPICABILE ( I. Wallerstein) e mi sembra altrettanto certo che la natura del nostro mondo futuro rimane un problema aperto, dipendente dal risultato delle lotte attuali [contro un socialismo non più progressivo del sistema attuale]/
219- La borghesia: concetto e realtà (i.w.)
219- Nella mitologia del mondo moderno il protagonistaa per elezione è il borghese (…) egli è stato colui che ha dato forma al presente e ha distrutto il passato / 220. [Il borghese del mondo medievale come anomalia e ambiguità] / [221- prima borghese vs nobile poi borghese vs artista] Borghese come strato intermedio tra nobile –proprietario fondiario e contadino-artigiano-> XIX sec. come epoca del trionfo della borghesia / 222- Cinque contesti della borghesia: 1. Aristocratizzazione della borghesia (in termini personali Buddenbrock ; 2. Aristocratizzazione come classe della borghesia nei paesi più deboli (= tradimento della borghesia della trasformazione collettiva); 3. Separazione di proprietà e controllo, sparizione di vecchi artigiani e piccoli contadini+ nuova classe media (ingegneri, professionisti legali e sanitari, pubblicitari, analisti informatici [lavoratori qualificati = professionisti salariati]; 4. Borghesia amministrativa in Africa dopo la seconda guerra mondiale; 5. La borghesia come stato = comitato d’affari della borghesia /220- Sembra difficile usare il concetto di borghesia come filo d’Arianna per interpretare lo sviluppo storico del mondo moderno: bisogna rivedere il concetto nei suoi tratti essenziali / Oggi un’ampia (e sempre crescente porzione) della forza-lavoro urbanizzata e parte di essa percepisce un reddito sotto forma di salario/ 231- [Due fenomeni paralleli: proletarizzazione e borghesizzazione] / 232- [Mito della borghesia e delle classi medie come spiegazione del mondo moderno] /233- [In realtà il capitalismo richiede e i capitalisti desiderano non un flusso libero, ma solo un flusso parzialmente libero (di lavoro, capitali, merci) / 234- In realtà tutta la storia del capitalismo è una storia di costante declino del diritto di proprietà / In brevbe, ciò che è sbagliato nella nostra concezione del borghese e del capitalismo è la nostra lettura inversa ( se non perversa)della realtà storica del capitalismo -> Se il capitalismo è qualcosa esso è basato sull’accumulazione incessante del capitale / 235- Proprio come la combinazione onnipotenza-predestinazione fu modificata (e infine minata) dalla pre-scienza, così la combinazione accumulazione –risparmio fu modificata (e infine minata) dalla rendita [come manifestazione del profitto] /236- Che cos’è la rendita? In termini strettamente economici è il reddito che deriva dal controllo di una concreta realtà spazio-temporale, che non si può dire sia stata in alcun modo creazione del proprietario o risultato del suo lavoro / -> [Rendita = passato + potere politico: esempio di terreni accanto al guado di un fiume] /238- [Rendita ≈ Monopolio vs concorrenza = saggio di profitto basso vs monopolio = saggi di profitto alto] / Come si vede il mondo che sto presentando funziona alla rovescia. I capitalisti non vogliono la concorrenza ma il monopolio, cercano di accumulare capitale non tramite il profitto ma tramite la rendita. Non vogliono essere borghesi ma aristocratici -> contraddizione: puritanesimo moderato vs consumo vistoso / 240- Ecco cos’è la borghesizzazione, il venir meno delle possibilità di aristocratizzarsi (il sogno preferito di ogni borghese produttivo), la fine della costruzione di un passato per un futuro e la condanna a vivere nel presente [≈ proletarizzazione] /241- Il borghese vive meglio del proletario [e ciò non è dovuto al possesso dei mezzi di produzione] ma al CAPITALE UMANO = NUOVO STILE ACQUISITO NEI SISTEMI DI ISTRUZIONE CHE FORMANO PROFESSIONISTI, TECNICI, AMMINISTRATORI [in modo che possano divenire membri delle classi medie per il funzionamento economico del sistema /242 [Si può dare ai figli l’accesso alle migliori istituzioni formative-> nostre borghesie professionali, salariate e non proprietarie (≠ mercanti medievali o da industriali del XIX secolo] /243 [Gli oppressi contro i più bravi, che non sono aristocratici, ma solo i favoriti nel gioco meritocratico] /246- ‘Tutto ciò che esiste merita di perire ‘ (Goethe citato da F. Engels) + 217 ‘Esiste più di un modo di perire’ (Spinoza): 1. Dissoluzione senza residui; 2. Rifondazione, rivoluzione / Le ristrutturazioni e i contrattacchi del capitalismo del XX sec. sono stati risposte alla rivoluzione sovietica /
245- Dalla lotta di classe alla lotta senza classi? (e.b.)
248- Il marxismo si è creduto realizzato nelle ‘rivoluzioni socialiste’ (…) che si sono appoggiate al marxismo per concepire società senza classi o per lo meno senza lotta di classe / 248- Sembra che le lotte di classe non siano mai dove dovrebbero essere /L’identità del marxismo dipende dalla portata e dalla validità della sua analisi delle classi e della lotta di classe. Al di fuori di questa analisi il marxismo non esiste più/ 249- [In Occidente le classi hanno perduto la loro identità visibile e la lotta di classe sembra apparire un mito] Ma se le classi hanno soltanto un’identità mitica [proiettata dalle organizzazioni sulla storia] come fa la lotta di classe a non perdere la sua realtà? /250- Con la generalizzazione della condizione salariata, l’intellettualizzazione del lavoro e lo sviluppo delle attività terziarie si dissolve il proletariato, con la dissociazione delle funzioni di proprietà e direzione si dissolve la borghesia [classi medie vs polarizzazione padrone-operaio] /250- Deindustrializzazione (anni ’30) = distruzione del capitale in coincidenza con la fiammata di speculazione finanziaria e monetaria / [Delegittimazione delle forme istituzionali del movimento operaio nei paesi capitalistici] / 251- [La conflittualità diventa conflitto generazionale, conflitti legati a minacce tecnologiche contro ambiente, conflitti etnici (religiosi), guerre e terrorismo = perdita di centralità politica delle lotte economiche e loro riassorbimento in una conflittualità multiforme, senza nessun conflitto di ultima istanza = situazione più hobbesiana che marxiana] /252- Pro separazione di teoria (analisi dei concetti) e pratica ( tempo dei programmi e delle parole d’ordine)/ Ora esame critico del concetto di lotta di classe: 1. Dipenderà dalle figure della lotta di classe che incontriamo nelle opere storico-politiche e in quelle teoriche di Marx [circostanze datate e difficoltà logiche (bonapartismo), rappresentazione strategica della storia come ‘guerra civile latente o pertetua’ di forze collettive dotate di una propria identità] [≠ logica del Capitale di Marx -> operaio concreto vs ‘maschere del capitale (imprenditori, finanzieri, commercianti) [Sul piano storico-politico SIMMETRIA tra classi, sul piano teorico ASIMMETRIA ->esiste solo l’operaio contro cui cozza l’automatismo del movimento del capitale] /254- ‘Qualsiasi scienza delle cose sarebbe inutile se l’essenza delle cose si confondesse con la loro apparenza’ (Marx) / 254 – Il marxismo è l’unità di questi due punti di vista (Capitale vs Manifesto) / 256 – Tre aspetti della proletarizzazione, unificati dal mulinello della produzione materiale:1. Sfruttamento (tecnologico); 2. Dominio -> ‘sviluppo delle potense intellettuali della produzione (tecnologia, programmazione, pianificazione) su famiglia, scuola , fabbrica, medicina sociale; 3. Insicurezze e concorrenza tra lavoratori (carattere ciclico di impiego e disoccupazione / 257- LEGGI DELLA POPOLAZIONE E TRASFORMAZIONE DELLE ‘MASSE’ IN ‘CLASSI’ ETEROGENEE / La ‘logica del capitale’come l’espansione della forma-valore /258- Ambivalenza [= lettura dei passi del Capitale = una teoria economica delle classi (per es. scioperi contro la meccanizzazione o l’urbanizzazione) + teoria politica delle classi] della descrizione della proletarizzazione in Marx rispetto alle categorie classiche dell’economico e del politico / 259- Lavoro = 1. Essenza antropologica; 2. Complesso di pratiche sociali e materiali [= fondo politico ‘versatile’ (Negri)] sul quale si determinano diverse forme di economia, che non hanno di per sé alcuna autonomia. /260- Due letture reversibili e instabili = oscillazione tra economicismo [lettura delle classi in termini di reddito a là Ricardo] e politicismo [gli effetti economici del capitalismo, da condizioni di sviluppo a ostacoli e quindi rivoluzione oppure irriducibilità della forza lavoro allo stato di merce] -> unificate nella dialettica = identità ideale della classe operaia come classe economica e del proletariato come classe politica / 262- Dissociazione tra analisi teorica e millenarismo contenuta in Marx / La funzione sociale della borghesia, la quale non può essere pensata, contrariamente all’illusione di Engels e Kautsky come ‘CLASSE SUPERFLUA’ / Su decostruzione teoria marxista-> pro trasformazione incessante delle classi sociali e ipotesi di una ‘lotta di classe senza classi’ / 263 [Marx oltre Marx] / 264 – La tradizione comunista ( da Lenin a Gramsci, Mao, Althusser) ha smascherato l’evoluzionismo del marxismo ortodosso / Analisi dell’imperialismo e frazionamento degli sfruttati che risultano dalla divisione internazionale del lavoro / [L’equivoco di Marx è in certa misura lo scotto della rottura da lui operata] Con la scoperta che la sfera dei rapporti di lavoro non è una sfera ‘privata’, ma immediatamente costitutiva delle forme politiche della società moderna, Marx operava non solo una rottura decisiva con la rappresentazione liberale dello spazio politico, come sfera del diritto, della forza e dell’opinone pubblica. Egli faceva anticipazioni su una trasformazione dello stato rivelatasi irreversibile [dimostra che è impossibile giungere nel capitalismo all’equilibrio stabile degli interessi o alla ‘spartizione del potere’ tra le forze sociali] vs stato come comunità di uomini liberi e uguali /265- Ogni stato del XIX o XX sec. non è soltanto nazionale, ma nazionalista (compreso lo stato socialista) / Ciò che lega fra loro i gruppi sociali non è un bene comune o un ordine giuridico, ma un conflitto in perpetuo sviluppo -> per questo le classi sono sempre concetti eminentemente politici che esprimono però una rifondazione del concetto tradizionale di politica / 266- Una dialettica costantemente sovra determinata in cui una classe relativamente individualizza si forma solo grazie ai rapporti che stabilisce con tutte le altre nell’ambito delle istituzioni / Non vi è classe operaia se non dove vi è movimento operaio e non vi è movimento operaio se non dove esistono organizzazioni operaie (partiti, sindacati, borse del lavoro, cooperative) / Le organizzazioni politiche di classe non hanno mai rappresentato la totalità del movimento operaio [per cui scissioni e conflitti ideologici non sono incidenti ma la sostanza del rapporto] / 267- Il movimento operaio non ha mai incorporato la totalità delle pratiche di classe [= LE FORME DELLA SOCIEVOLEZZA OPERAIA] /268- La storia ci dimostra che i rapporti sociali non si stabiliscono tra classi chiuse in se stesse ma attraverso le classi o, se si vuole, la lotta di classe si svolge nelle classi stesse / Lo stato è sempre già presente nella costituzione delle classi [ruolo costitutivo dello stato vs concezione liberale dello stato come organismo o ‘macchina’esterna alla società civile (strumento neutro e burocrazia parassitaria)] / OGNI BORGHESIA E’ BORGHESIA DI STATO -> 268-Non vi è quindi una ‘classe capitalistica’ in senso stretto, ma capitalisti di vari tipi (industriali, commercianti, finanzieri, redditieri ecc.) che formano una classe solo a condizione di unirsi tendenzialmente con altri gruppi sociali apparentemente esterni ai rapporti sociali fondamentali (intellettuali, funzionari, quadri, proprietari terrieri = FUNZIONI DI REGOLAZIONE) / 270- Senza lo stato la forza-lavoro non sarebbe merce -> ‘modo di produzione statuale’ ( H Lefebre) / 271- Economia-mondo (Braudel-Wallersterin) = sistema transnazionale vs Spazio nazionale dei rapporti di produzione (in cui si colloca anche Marx) /ESISTE UNA BORGHESIA MONDIALE? /281- Braudel ha mostrato che l’economia del profitto monetario presuppone una circolazione del denaro e delle merci tra le nazioni, o piuttosto tra civiltà e modi di produzione differenti, non solo nelle fasi pre-istoriche di accumulazione primitiva (come aveva descritto Marx) ma durante tutto il suo sviluppo / L’IMPERIALISMO E’ CONTEMPORANEO AL CAPITALISMO, sebbene solo dopo la rivoluzione industriale tutte le produzioni si organizzano in un mercato mondiale/273. Inizialmente [i capitalisti] costituivano un gruppo transnazionale (i capitalisti finanziari o gli intermediari tra le nazioni dominanti e dominate lo resteranno sempre (…) Le funzioni sociali interne della borghesia [regolatorie] e la sua partecipazione alla concorrenza esterna erano tra loro complementari.Non è più solamente il capitale circolante che si mondializza , ma lo stesso capitale produttivo / Non può esserci stato mondiale, né moneta unica internazionale -> 273- Tentativo tradizionale di certe borghesie nazionali di assicurarsi una superiorità mondiale [superimperialimo ed emergere di super imperialismo / 274- Attualmente le funzioni sociali (o egemoniche)delle borghesie sono legate alle istituzioni nazionali o quasi nazionali / Compiti di regolazione del comparto sociale assunti dal Welfare State [equivalente dell’antico paternalismo] / Sembra quindi che almeno tendenzialmente l’internazionalizzazione del capitale non porti a un livello superiore di integrazione, ma piuttosto alla decomposizione relativa delle borghesie / 275-Una politica sociale di gestione e controllo istituzionale delle popolazioni -> tutte le forme di sfruttamento storiche vengono utilizzate simultaneamente [esempi]. [Ma] queste forme devono restare separate per evitare la formazione di società duali in cui alcuni blocchi sociali non contemporanei tra loro si affrontano in modo esplosivo -> La semiperiferia di Wallerstein corrisponde precisamente all’incontro congiunturale in uno stesso spazio statale di forme non contemporaneee di sfruttamento. Una congiuntura del genere può durare a lungo (secoli) ma è sempre instabile (per questo la semi-periferia è il luogo d’elezione di ciò che chiamiamo politica-> Questa situazione si sta generalizzando -> Ora le società duali hanno anche proletariati duali [=non proletariato in senso classico] (per effetto di migrazioni di forza lavoro, trasferimenti di capitale ecc.) -> L’apartheid sudafricana come modello? In ogni caso due modi di riproduzione della forza-lavoro: 1. Da una parte consumo di massa, scolarizzazione generalizzata, salario e quindi disoccupazione; 2. L’altro che lascia la riproduzione (specie la ‘riproduzione generazionale’) a carico dei modi di produzione pre-capitalistici (= non salariati) dominati e destrutturati dal capitalismo -> sovrappopolazione assoluta, sfruttamento distruttivo di forza-lavoro, discriminazione razziale.<- Questi due modi presenti nelle stesse forme nazionali. / Nuova povertà vs rivendicazione dei diritti-> uno di questi proletariati viene riprodotto mediante lo sfruttamento dell’altro / [La crisi economica separa i due proletariati con barriere geografiche, etniche, generazionali, sessuali] /277- Così non c’è proletariato mondiale o borghesia mondiale anche se l’economia mondo è il vero campo della lotta di classe / Un quadro del genere abolisce le semplificazioni del marxismo [Dibattiti tra anni ’50 e ’60 tra marxismo storicista e strutturalista = teleologia vs storia strutturale] /278- Rettifiche al marxismo: NON ESISTE UNA SEPARAZIONE FISSA DELLE CLASSI SOCIALI-> Bisogna strappare il pensiero dell’antagonismo alla metafora militare o religiosa dei ‘due campi’-> la lotta di classe assume in via eccezione la forma di guerra civile quando è surdeterminata dal conflitto etnico o religioso o dalla guerra tra stati -> Una volta per tutte ammettiamo che le classi non sono superindividualità sociali [né come soggetti, né come oggetti]. LE CLASSI NON SONO CASTE. Le classi si incrociano e si sovrappongono: vi sono proletari imborghesiti, come borghesi proletarizzati -> Le identità di classe sono effetto di congiuntura (= contingenza politica) /METAFORA DEI DUE CAMPI [=ANTAGONISMO = stato e società civile come realtà separate = residuo di liberalismo in Marx] vs CONTINUUM SOCIALE [= STRATIFICAZIONE SEMPLICE = mobilità sociale generalizzata (su cui non è d’accordo Balibar) /279- Oggi meno che mai i cittadini sono uguali di fronte alla faticosità dei loro compiti e più che mai le diseguaglianze sono legate al processo di accumulazione e all’intervento dello stato nella regolamentazione della conflittualità sociale / ‘Doppio legame’ tra produzione di merci a mezzo merci e socializzazione statale (per cui ogni cosa alimenta il suo contrario)-> Tuttavia questo ciclo [è instabile, non esclude rivoluzioni, qualunque ne sia la forma politica] / [La scomparsa delle classi è mito e realtà insieme] L’UNIVERSALIZZAZIONE DEL CONFLITTO GIUNGE A DISSOLVERE IL MITO DI UNA CLASSE UNIVERSALE / 280 La crisi attuale è una crisi delle forme di rappresentazione e delle pratiche determinate di lotta di classe -> ma non c’è una scomparsa dell’antagonismo stesso / [Bisogna] sganciare il problema della transizione a una società senza sfruttamento o della rottura del capitalismo da quello dei limiti del modo di produzione capitalistico. Se tali limiti esistono, e ciò è dubbio vista la dialettica delle forme di integrazione dei lavoratori e delle innovazioni tecnologiche, essi non hanno nulla a che vedere col problema della ROTTURA rivoluzionaria che può venire solo dalla destabilizzazione del complesso economico-statale / 280-Uno degli aspetti più profondi e sovversivi della critica marxiana dell’economia e della politica consiste nel fatto che essa non fonda la società sull’interesse generale, ma sulla regolazione degli antagonismi [antropologia di Marx: lavoro vs proprietà privata liberale] /281- [Oggi la divisione del lavoro si sovrappone ad altre divisioni, anche del consumo->] per esempio i conflitti etnici (razzismo) sono altrettanto universali + sessismo] Eccoci in procinto di scivolare sempre più lontani dal marxismo -> Il nazionalismo è compatibile sia con l’individualismo economico, sia con la pianificazione di stato-> 282 –Senza di esso la borghesia non avrebbe potuto costituirsi -> LO STATO NAZIONALE O NAZIONALISTA COME PRINCIPALE RIDUTTORE DI COMPLESSITA’ DELLA STORIA MODERNA [Ma ho suggerito come i nazionalismi sovranazionali (Europa, Occidente, Comunità Socialista, Terzo Mondo) poco credibilmente giungono alla stessa totalizzazione dei nazionalismi propriamente detti. La lotta di classe a sua volta come riduttore di complessità dato che sostituisce il criterio di classe [o di origine di classe] al criterio di stato coi suoi presupposti etnici-> affinché oggi il nazionalismo non sfoci nell’eccesso di nazionalismo bisogna che l’istanza della lotta di classe emerga nell’ambito delle rappresentazioni sociali come suo ALTRO irriducibile: occorre che l’ideologia delle classi e delle loro lotte ricostituisca la sua autonomia , liberandosi dal mimetismo / Dove va il marxismo? Da nessuna parte se non si libera di questo paradosso.
QUARTA PARTE – SPOSTAMENTI DEL CONFLITTO SOCIALE
289- Il conflitto sociale in Africa nera dopo l’indipendenza: riconsiderazione dei concetti di razza e di gruppo di status (i.w.)
289- [Tensione razziale nel mondo e tribalismo in Africa]/ Le categorie di strato sociale o di raggruppamenti sociali sono numerose, sovrapposte e poco chiare (classe, casta, nazionalità, cittadinanza, gruppo etnico, tribù, religione, partito, ceto, generazione, razza)-> Per es. Weber distingue: classe, gruppo di status [che sembra una specie di gruppo residuale], partito. [Shils distingue tra: legami primordiali, personali, sacri e civili] / [I gruppi di status sembrerebbero] famiglie fittizie, legate da lealtà non finalizzate al raggiungimento di uno scopo, gruppi ancorati a privilegi tradizionali o alla mancanza di essi : gruppi che condividono onore, posizioni di prestigio e soprattutto stili di vita, non un’occupazione comune o uno stesso livello di reddito o di appartenenza di classe [291- LA NAZIONALITA’ SI ADATTA PROPRIO A QUESTA DEFINIZIONE, eppure la nazionalità non è la prima cosa a cui si pensa quando si fa riferimento al gruppo di status] / [In Africa oggi si parla di gruppo etnico o di tribù quando si fa riferimento al gruppo di status] /292- [SOCIETA’ COMPLESSE O GERARCHICHE [stato Zulu vs Ruanda Burundi] vs SOCIETA’ SEGMENTALI (= clan o gruppi di età)] / 293- Regime imperialista e classificazioni africane della popolazione: gruppi conquistatori e gruppi conquistati / 294 [Nazionalismo = identificazione col territorio che genera ulteriori categorie-> da nazionalismo a pan-africanismo (africani vs europei) /295- Affiliazioni tribali o etniche in Africa e partiti politici e divisione del lavoro [Osservazioni giornalistiche con scopi ideologici invece che analitici] / Nonostante iniziative in contrario dei nazionalismi, in Africa gli individui vengono mobilitati per scopi politici lungo linee tribali /298- Gli imperi sono notoriamente liberali verso gli spostamenti delle popolazioni: servono all’utilizzazione ottimale del personale. Gli stati nazionali stanno invece cercando di dimostrare i privilegi che conseguono allo STATUS di cittadino / [Gruppi di status = gruppi etnici, religiosi, razze, caste =affinità che nel mito precede l’attuale scena politica e pretende una solidarietà che supera le distinzioni di classe o ideologiche] /299- [Gruppo di status = entità sociale o politica di gruppo che compete con altre su qualsiasi prodotto o servizio considerato di valore nel proprio ambiente] / 299 –[Tribù vs gruppo di status]-> il tribalismo come reazione alla costituzione di strutture politiche complesse piuttosto che come stadio preliminare alla sua evoluzione -> nella situazione del mondo moderno il GRUPPO DI STATUS rappresenta una rivendicazione collettiva, su basi formalmente illegittime, del potere e della ripartizione di beni e servizi all’interno di uno stato nazione / Come spieghiamo il fatto che la coscienza del gruppo di status è una forza politica così dilagante e potente, in Africa e in tutto il mondo, oggi e in tutta la storia? [no a ipotesi di falsa coscienza] / 301- Le epoche e i paesi in cui prevale l’importanza della pura e semplice ‘situazione di classe’ sono di regola dominati da trasformazioni tecnico-economiche, mentre ogni rallentamento dei processi di trasformazione degli strati economici conduce immediatamente alla formazione di ‘ceti’ e restituisce all’’onore sociale’ una sua importanza [il ‘ceto’ è favorito da una certa relativa stabilità nell’acquisto e distribuzione di beni]-> Status in Weber come espressione di forze retrograde [≈ marxismo volgare] / 302– Si può riformulare la trinità weberiana di classe, gruppo di status e partito non sotto forma di tre gruppi differenti e trasversali ma come tre diverse forme esistenziali di una stessa realtà essenziale ->303 –Esiste un insieme limitato di gruppi (in ogni struttura sociale)e in ogni dato periodo in relazione o in conflitto tra loro [e le linee di confine di questi gruppi variano, altrimenti non vi sarebbe ragione di rivestimenti esterni] / 303- I gruppi di status come fossili delle classi sociali [con in più fattori accessori (per es. religiosi) che consentono di mantenere la forza del gruppo a prescindere dai vincoli della base economica [di conseguenza le stratificazioni come giustificazioni o razionalizzazioni del sistema economico = ideologie]-> Sembra che i due tipi di raggruppamenti (classe dominante e classe superiore) possano coesistere e incastonarsi per qualche tempo, ma alla fine sorge un nuovo sistema di stratificazione coerente col corrente sistema di classe] /305- La strategia della manipolazione di status è comprensibile come mezzo per attraversare i confini di classe [ meccanismo che permette ai vincenti di un tempo di mantenere la propria posizione nel mercato contemporaneo] / [Weber sbagliava e Marx aveva ragione su gruppo di status [= importante in trasformazioni economico-tecniche] e classe [= importante in situazioni rivoluzionarie] / 307- Lo scambio ineguale nei rapporti economici internazionali /[Tensioni tra i diversi gruppi di status in Africa nera descritte come tribalismo dai giornalisti]-> conflitti reali (tribali o etnici) in Nigeria e nel Sudan / 308– Le lealtà ai gruppi di status sono più vincolanti di quelle alla classe ma più transitorie -> una delle funzioni delle reti di affiliazione ai gruppi di status è nascondere la realtà delle differenze di classe / 309- I casi nazionali non sono discreti o separati ma fanno parte di un sistema-mondo [dove vale logicamente il conflitto bianchi – non bianchi] [quindi il conflitto razziale [dove razza indica un gruppo di status che travalica le frontiere nazionali (cfr. la posizione dei bianchi nelle nazioni africane)] in Usa ≠ conflitto etnico in Africa / Nei confronti della dicotomia internazionale bianchi – non bianchi il colore della pelle è irrilevante [Cfr. Arabi]-> Cos’è un nero? E prima di tutto di che colore è? (chiedeva Genet) /310- Nel mondo contemporaneo la razza è l’unica categoria di gruppo di status internazionale [ha sostituito la religione] / In conclusione la mia tesi principale è che i gruppi di status (così come i partiti) sono incerte rappresentazioni collettive delle classi. I confini incerti ( e quindi imprecisi) servono a un buon numero di elementi diversi nella maggior parte delle situazioni sociali. Quando il conflitto sociale si inasprisce i confini del gruppo di status si avvicinano asintoticamente ai confini di classe [La razza è una particolare forma di gruppo di status mondiale nel sistema-mondo di oggi vs in questo senso non vi sono tensioni razziali all’interno degli stati dell’africa nera indipendente].
313- Il “razzismo di classe” (e.b.)
313- Si può dire che una classe sociale , per la sua collocazione e la sua ideologia (per non dire la sua identità) sia predisposta alle attitudini e ai comportamenti razzisti) [Questione Nazi] /314- Le aporie di un’analisi delle classi concepita come divisione della società in porzioni che si escludono reciprocamente [come il razzismo fa emergere una ‘massa piccolo borghese’]-> Cfr. Alternativa nazionalista alla lotta di classe [razzismo come supplemento al nazionalismo-> lotte di classe e adesione al razzismo militante] /Costante surdeterminazione del nazionalismo col razzismo e con la lotta di classe [fantasmi e pratiche]/ 315- E’ del tutto insufficiente vedere nella coppia nazionalismo – razzismo una delle espressioni paradossali dell’individualismo o dell’egualitarismo (come fanno i sociologi della modernità) oppure come una reazione di difesa contro l’individualismo e pro ordine comunitario /315- Manipolazione dell’antisemitismo in quanto illusione anticapitalistica tra il 1870 e il 1945 [cioè nel periodo chiave dello scontro tra stati borghesi europei e internazionalismo operaio organizzato [ebrei come capro espiatorio]-> perduta unità cristiana minacciata dal cosmopolitismo del capitale personificato negli ebrei /316- [Altra forma di razzismo] Identificazione tra la situazione della classe operaia e origine etnica immigrati (-> ‘invasione della società francese’) / Nazionalismo della nazione proletaria (inventato in Giappone) / Ipotesi: classe e razza sono i due termini antitetici di una dialettica permanente che si trova al centro delle rappresentazioni moderne della storia /318- Contro le visioni strumentaliste o cospirative del razzismo da parte dei teorici del movimento operaio (W. Reich è stato uno dei primi a prevederne il costo) perché servono a negare la presenza del nazionalismo nella classe operaia, a negare il conflitto tra nazionalismo e ideologia di classe / 319- Le rappresentazioni razziste della storia [aristocrazia e schiavi come caste] sono in relazione alla lotta di classe fin dall’inizio / 320- [In Spagna il percorso da aristocrazia di sangue a popolo di padroni delle colonie sudamericane] / Durante la rivoluzione industriale il puro neorazzismo per cui il proletariato è popolazione sfruttata e classe pericolosa (politicamente minacciosa) /321- Classe degli operai [= classi pericolose (per l’ordine sociale, la proprietà, per il potere delle élites) a cui si doveva negare la cittadinanza] vs Classe dei cittadini -> Sin dall’inizio questa operazione è surdeterminata dall’ideologia nazionalista (322-Cfr. Disraeli e le ‘due nazioni) /323- Razzializzazione istituzionale del lavoro manuale / Disprezzo del lavoro manuale dalla Grecia antica a Taylor-> poi lavoro corporale (uomini-bue)[vs lavoro senza corpo (intellettuale) vs lavoro artigianale-manuale -> poi estetizzazione del corpo (=supercorpi = somatizzazione del lavoro intellettuale = estetizzazione del ‘quadro’, decisionista, intellettuale e sportivo] /326—[Classe operaia = popolazione eterogenea e fluttuante i cui limiti dipendono dalle trasformazioni del processo lavorativo e dal movimento dei capitali. Essa non è una casta sociale, a differenza delle caste aristocratiche] / Tuttavia il nazionalismo razzista di classe tende a produrre una chiusura di casta per almeno una parte della classe operaia / [ L’accumulazione comporta: 1. destabilizzare la condizione di vita e di lavoro; 2. Parte almeno degli operai devono essere figli di operai per educarli al lavoro (= eredità sociale = mobilitazione generale), ma questo implica anche che aumentano le capacità di resistenza e di organizzazione -> 327- Da queste esigenze contraddittorie sono nate le politiche demografiche di immigrazione e segregazione urbana attuate allo stesso tempo dal padronato e dallo stato a partire dalla metà del XIX secolo-> [paternalismo nazionalistico + disciplina come guerra sociale contro masse selvagge-> trattamento socio-poliziesco imposto a periferie e ghetti] /327- Problema della popolazione-> connotazioni: natalità, spopolamento e sovrappopolazione, meticciato, urbanizzazione, alloggi sociali, assistenza sanitaria, disoccupazione / Posta in gioco del razzismo di classe (classe dominante e classi popolari) -> Problema della seconda generazione, letteralmente non più immigrata / 328 Mantenere al loro posto coloro coloro che non hanno posto -> Unificare nell’immaginario gli imperativi contraddittori del nomadismo e dell’eredità sociale , dell’addomesticamento delle generazioni e la squalifica delle resistenze / Autorazzializzazione della classe operaia -> incentrata su origine di classe (famiglia come unico nesso tra individuo e classe)-> reattività dell’operaismo francese / 329- [Gli operai non combattono gli stranieri sono per timore e risentimento, disperazione e sfida, ma combattono in loro la propria immagine di sfruttati che essi cercano di allontanare , sfuggendo al vortice della proletarizzazione]/330- [Il razzismo come fuga in avanti rispetto al nazionalismo, come lotta per l’unità dello stato contro gli ostacoli della lotta di classe, pur facendone proprie le domande] /330-Paradosso del nazionalismo che tradisce la sua articolazione con la lotta di classe -> Immaginare uno stato-nazione mobilitabile, cercare unità contro il nemico esterno, scoprendo poi che il nemico è all’interno [società alle prese con la sua alienazione politica]
331- Razzismo e crisi (e.b.)
331- [Razzismo e crisi economica, politica, morale, culturale-> incertezza sul divenire storico come era avvenuto ai tempi del nazismo] Per chi c’è crisi? Dal punto di vista di quale sistema e di quali indicatori? /332-La deindustrializzazione, il pauperismo urbano, lo smantellamento del welfare state, il declino imperiale hanno fatto precipitare l’Inghilterra i conflitti tra le comunità a partire dagli anni ’70, alimentato il nazionalismo e favorito politiche repressive di law and order (≈ società francese anni ’80) / Cortocircuito tra crimini e ‘abusi’ (= crimini di polizia) cfr Foucault su illegalismi/333 – [Fobia degli immigrati e reazioni di difesa = futuro per gli specialisti della politica del peggio = politica della paura] / [Il razzismo diventa più visibile ma esso è ancorato a strutture materiali (comprese quelle psichiche e socio-politiche) di lunga durata che fanno corpo unico con quella che viene chiamata identità nazionale] /334- [‘passaggio all’atto’ (= entrata in scena di classi nuove: intellettuali e piccolo borghesi) del razzismo (latente) contro l’umanesimo ufficiale della società liberale] /334- Il nazismo, il colonialismo e gli Usa suggeriscono che il razzismo è interclassista-> consenso sociale basato su esclusione e ostilità/ 335- Complesso dell’immigrazione = tutti i problemi derivano dalla presenza degli immigrati -> responsabilità presunta degli immigrati in tutta una serie di problemi diversissimi / ‘Immigrato’ come categoria unificatrice di popolazioni diverse [per i francesi tutti i nordafricani sono ‘arabi’] Che cos’è un nero? E soprattutto di che colore è? (Gide) si può tradurre con : Cos’è un immigrato? E soprattutto dove è nato?-> un operaio spagnolo è meno immigrato di uno marocchino? [Casistiche sull’immigrazione-> Chi classifica, pensa e chi pensa esiste (collettivamente) o fa esistere 328- nella pratica l’illusione di una collettività fondata sulla similitudine dei suoi membri] /328-[Immigrato = ‘indigeno’= etnia = invenzione della scienza coloniale-> come il nazismo divideva i sottouomini in ebrei e slavi] / 340- [Teoria della razza = applicazione del principio genealogico] ossessione del meticciato, della società plurietnica o multiculturale in Francia] / Prendere precauzioni contro l’estensione del razzismo popolare che isola le lotte rivendicative dei lavoratori immigrati /341- Razzismo delle classi popolari + razzismo d’élite/ 342-Il padronato francese ha sempre scelto un modello d’industrializzazione basato su abbondante manodopera non qualificata: italiani, polacchi, ebrei) <- così il razzismo degli operai francesi era legato ai privilegi della qualifica, alla differenza tra sfruttamento e supersfruttamento / 344 [Linguaggio dei diritti (della classe operaia organizzata) vs linguaggio dei privilegi].
Frasi notevoli: Razza, nazione, classe (20201988) Terzo mondo a domicilio delle ex potenze coloniali /[Marx oltre Marx / Così non c’è proletariato mondiale o borghesia mondiale anche se l’economia mondo è il vero campo della lotta di classe / L’identità del marxismo dipende dalla portata e dalla validità della sua analisi delle classi e della lotta di classe. Al di fuori di questa analisi il marxismo non esiste più