Siamo troppo civilizzati, per riuscire ad afferrare ciò che è ovvio (1996)

Sintesi ChatGPT

L’autore riflette sul significato del senso comune, osservando come la modernità abbia progressivamente indebolito quella forma di conoscenza condivisa che per secoli aveva costituito il punto di riferimento dell’esperienza umana. La crescente frammentazione del sapere in discipline sempre più specialistiche ha sostituito la figura del sapiente con quella dell’esperto, creando un mondo in cui la conoscenza è dispersa in competenze settoriali e sempre meno accessibile alla comunità nel suo insieme (pp. 12-15). In una società caratterizzata dalla dissoluzione dell’unità della coscienza e dalla separazione tra individuo e realtà, il senso comune non può più fondarsi su una spontanea comunanza di esperienze, ma è costretto a sopravvivere in un contesto dominato dalla specializzazione e dalla frammentazione.

Fin dall’inizio l’autore precisa che il senso comune non coincide né con il buon senso, inteso come prudenza pratica e atteggiamento conservatore, né con il conformismo, cioè con l’adesione passiva alle opinioni prevalenti, né tantomeno con il populismo, che pretende di risolvere problemi complessi attraverso soluzioni semplicistiche. Il senso comune rappresenta invece una particolare disposizione a riconoscere la realtà nella sua evidenza, una sorta di “sesto senso” capace di orientare il giudizio senza lasciarsi travolgere dalle mode intellettuali o dalle costruzioni ideologiche (pp. 17-18).

Da questa prospettiva l’autore critica il progressivo allontanamento della cultura contemporanea dall’esperienza immediata. In particolare, sostiene che gran parte dell’arte moderna richieda una preparazione specialistica tale da alterare la sensibilità spontanea dello spettatore, sostituendo il rapporto diretto con l’opera mediante un apprendimento teorico che rischia di impoverire anziché arricchire la percezione estetica. Le continue avanguardie artistiche e la produzione incessante di nuovi concetti finiscono così per rispondere più alle esigenze del mercato e delle élite culturali che a un’autentica trasformazione storica della sensibilità collettiva (pp. 22-29).

Una critica analoga viene rivolta alla letteratura sperimentale. L’autore ammira gli scrittori capaci di parlare a tutti senza cadere nella banalità, seguendo quello “stile ingenuo” che Montesquieu riteneva il più difficile proprio perché mantiene un equilibrio tra semplicità e profondità. Opere come l’Ulisse di Joyce diventano invece il simbolo di una cultura che richiede guide, apparati interpretativi e un vero e proprio indottrinamento preliminare, creando artificialmente una distinzione tra lettori comuni e lettori “autorizzati” (pp. 31-35).

Il senso comune viene allora identificato con un ritorno a se stessi, alla propria coscienza e alla capacità di riconoscere ciò che appare evidente senza deformarlo attraverso costruzioni teoriche. L’autore insiste sul fatto che il linguaggio del senso comune non implica affatto mediocrità intellettuale: proprio perché comprensibile a tutti può diventare il veicolo delle idee più originali e rivoluzionarie. Il Vangelo rappresenta, in questo senso, l’esempio più alto di una verità espressa nella lingua comune ma capace di trasformare radicalmente il mondo (pp. 42-47).

Questa concezione viene sviluppata attraverso il confronto tra Socrate e Platone. Socrate privilegia il dialogo vivo, il confronto diretto tra persone e la continua verifica delle proprie convinzioni nel rapporto con l’interlocutore, mentre la scrittura tende inevitabilmente a fissare i concetti, sottraendoli alla possibilità di modificarsi attraverso l’esperienza condivisa. Inoltre, la cultura scritta crea fin dall’origine una distinzione tra chi possiede gli strumenti per leggere e interpretare i testi e chi ne resta escluso, favorendo la formazione di gerarchie culturali sempre più rigide (pp. 47-48).

Secondo l’autore, il Novecento rappresenta il momento culminante dell’allontanamento dal senso comune. La proliferazione delle ideologie, la diffusione dei media e la tendenza a interpretare la realtà attraverso schemi astratti producono una vera e propria “concettualità di massa”, nella quale la realtà viene continuamente semplificata e ricondotta a categorie ideologiche. Anche il linguaggio giornalistico contribuisce a diffondere concetti prefabbricati e formule stereotipate che trovano terreno fertile in una società ormai priva di solide difese morali e culturali (pp. 57-63).

L’autore chiarisce però che il problema non consiste nell’uso dei concetti in quanto tali. Ogni pensiero implica inevitabilmente una certa concettualizzazione. Il senso comune interviene piuttosto come una facoltà critica successiva, che permette di osservare il proprio stesso pensiero, di verificarlo continuamente e di impedirgli di trasformarsi in costruzione ideologica autosufficiente (pp. 63-67). Per questa ragione il senso comune non è l’opposto della ragione, ma il suo necessario correttivo.

Anche nell’arte e nella letteratura questa contrapposizione riemerge costantemente. Tolstoj, ad esempio, concepisce l’arte come uno strumento capace di unire gli uomini attraverso una comune esperienza emotiva e critica le forme artistiche che privilegiano l’astrazione concettuale rispetto alla comunicazione umana. La stessa contrapposizione si ritrova nella riflessione sulla menzogna, che viene descritta come un discorso autoreferenziale incapace di confrontarsi realmente con la realtà e con il punto di vista dell’altro (pp. 69-73).

Il senso comune viene così definito anche come senso del limite. Mentre la modernità tende a celebrare il continuo superamento di ogni confine, il senso comune ricorda costantemente la necessità di confrontarsi con la realtà concreta. Esso non cerca l’originalità né l’effetto brillante tipici della cultura intellettualistica, ma rimane silenziosamente ancorato ai fatti, senza bisogno di attirare l’attenzione su di sé. Proprio per questo non coincide affatto con il qualunquismo: quando è in gioco la verità da cui dipende la convivenza civile, il senso comune si dimostra anzi inflessibile e incapace di compromessi (pp. 81-83).

L’autore estende quindi la sua critica alla grande letteratura novecentesca, accusando molti autori di aver trasformato il romanzo in un esercizio di concettualizzazione. In contrapposizione richiama figure come Hannah Arendt e George Orwell, accomunate dal coraggio di dire ciò che appare evidente anche quando ciò significa opporsi alle opinioni dominanti. Orwell, in particolare, rappresenta il modello dello scrittore che utilizza il senso comune come strumento critico per smascherare le deformazioni ideologiche della politica contemporanea (pp. 97-105).

Per evitare equivoci, l’autore distingue infine tra concettualizzazioni necessarie e concettualizzazioni artificiali. Le prime appartengono ai linguaggi propri delle singole discipline e risultano indispensabili per affrontare problemi specifici; le seconde consistono invece nell’applicare schemi teorici astratti a realtà che potrebbero essere comprese molto più semplicemente. È proprio questo secondo tipo di concettualizzazione a fornire il terreno sul quale si costruiscono le ideologie, trasformando interpretazioni provvisorie della realtà in dogmi apparentemente indiscutibili (pp. 108-114).

L’ultima parte del saggio approfondisce il carattere antropologico di questa deriva. La diffusione del linguaggio concettuale ha finito per estraniare gli individui dal loro naturale modo di comprendere il mondo, imponendo loro categorie che non hanno elaborato personalmente. Tutte le ideologie, pur contrapponendosi tra loro, finiscono così per parlare il medesimo linguaggio astratto della modernità. Contro questa omologazione il senso comune continua invece a testimoniare ciò che appare evidente a chi osserva la realtà senza appartenenze pregiudiziali (pp. 113-125).

La metafora della “bottiglia” sintetizza efficacemente la conclusione del libro. Ogni individuo vive all’interno di una serie di contenitori invisibili — il luogo in cui nasce, il linguaggio che eredita, l’ideologia nella quale cresce — che ne condizionano profondamente il modo di vedere il mondo. Comprendere la forma della bottiglia nella quale ci troviamo rinchiusi richiede uno sforzo di immaginazione e di autoconsapevolezza molto difficile, perché dall’interno siamo portati a scambiare quei limiti per la realtà stessa. Il senso comune diventa allora lo strumento che permette di prendere coscienza di questi condizionamenti e di distinguere tra due atteggiamenti opposti: quello induttivo, che parte dall’esperienza concreta per risalire alle idee, e quello deduttivo, che parte invece da idee astratte per piegare a esse la realtà. È nel primo atteggiamento che l’autore individua la vera possibilità di conservare un rapporto autentico con il mondo e di sottrarsi alle costruzioni ideologiche che caratterizzano la modernità (pp. 128-139).

Appunti

8- Ho perfino immaginato una storia ad usum delphini dove il popolo millenario del senso comune che vive a contatto con le cose della terra e con le verità di fatto, viene all’improvviso attaccato dagli Ixos superconcettualizzati che sfoggiano una lingua complicata e incomprensibile, usano armi sofisticate e irresistibili; questi barbari e aggiornati mind invaders, con la scienza e l’astrazione rendono schiavo il popolo del senso comune, di gran lunga più numeroso, però, e che se solo conoscesse la propria forza…

12- Tale sapere si è suddiviso in infinite specializzazioni e in infinite discipline, creando appunto le figure dell’esperto e dello specialista, ben diverse da quelle del filosofo e del sapiente di una volta,

15- Ma il rapporto tra senso comune e modernità è un rapporto difficile, perché senso comune vuole dire un punto di riferimento che riguarda il comune sentire. Questo punto di riferimento e questa comunanza sono ciò che la modernità, la modernità dell’io-diviso e del mondo frantumato esclude. Modernità ha voluto dire proprio fine dell’unità della coscienza, e dunque una dissociazione, uno scarto e una discrepanza tra l’io e il mondo. In questo contesto è costretto ad operare il senso comune di cui io parlo.

17- Quando parlo del senso comune io non intendo il BUON SENSO che a me sembra una qualità o un atteggiamento autoprotettivo e piccolo-borghese, qualche volta un po’ retrivo, volto sempre al pratico. E naturalmente non lo confondo col CONFORMISMO che nasce dall’adeguarsi all’idea che altri hanno espresso su un determinato argomento, alla opinione che tutti hanno su tutto. E neppure col POPULISMO che propone soluzioni semplici (e spesso violente) per problemi complessi e complicati.

18-“There is nothing less common than common sense” (Niente è meno comune del senso comune), dicono gli inglesi che di senso comune hanno alimentato tutto il loro pensiero filosofico, empirico e pragmatico. E, come si ricava dal proverbio citato, certo non confondevano il senso comune col conformismo (come fa Manzoni opponendolo al buon senso) , ma lo consideravano un punto di riferimento importante dell’esperienza sensibile, ‘quel sesto senso che rende possibili gli altri cinque’.

22- Una cosa è la cultura che accompagna il nostro sguardo posato su una tela di Ingres, di David, di Delacroix, e un’altra è la specializzazione che ci vuole per amare visivamente LES DEMOSIELLES D’AVIGNON. Specializzazione da indottrinamento, ma talmente assimilata da invadere e alterare la sfera della sensibilità impoverendola più che arricchirla.

29- L’arte moderna è tutta rivolta contro il senso comune, così fu per il Cubismo e l’Espressionismo, così è stato poi in un crescendo disordinato e senza sosta che corre per tutto il secolo./ Poiché i ‘concetti di servizio’ fanno presto ad esaurirsi, abbiamo assistito a una produzione artificiale di concetti reciprocamente delegittimantisi, un rincorrersi di concetti impegnati in un cimento astruso e astratto dal cui esito dipendono però fatti pratici di un certo rilievo: come le quotazioni di mercato per esempio. / Prima, invece, le mutazioni del gusto e i movimenti artistici avvenivano per ragioni più profonde, epocali, di storia e civiltà, con relativa e lenta trasformazione della sensibilità, e senza i condizionamenti di un mercato impazzito o drogato, o peggio, non disinteressatamente guidato.

31- Ho sempre ammirato gli scrittori che hanno tenuto presente il rapporto tra scrittura e senso comune evitando di cadere nel luogo comune. E’ quel che Montesquieu chiama lo ‘stile ingenuo’, che per lui dopo tutto tanto ingenuo non è, perché è anche il più difficile da apprendere, lui dice, ‘per il fatto che si trova precisamente tra il nobile e il volgare : ed è così vicino al volgare che è sempre molto arduo rasentarlo senza cadervi’.

34- [Sull’Ulisse di Joyce e un commento di Moretti in Opera mondo->34- terreno di scontro tra sperimentalismo dello STREAM e uno della POLIFONIA] E allora che cosa si dovrebbe concludere? Che il piacere immediato del testo NON è essenziale per un giudizio sull’opera? C’è chi lo pensa.

35- A differenza di ogni libro scritto da un autore contemporaneo, l’ULISSE è l’unico che richieda una guida alla lettura e uno studio preparatorio tale da trasformare un lettore comune (considerato ‘improprio’ e perciò escluso a priori) in un lettore indottrinato (e perciò ammesso alla lettura dell’ULISSE). / Ma questa distinzione è vera o è stata creata proprio dagli specialisti di Joyce?

42- In fondo, il più delle volte si tratta di ritornare in sé, né più né meno. / E’ lì, in quel sé in cui ci riconosciamo, che deve riportarci il senso comune. E così io l’intendo. Come se fosse la ‘voce della coscienza’.

45- Chi dice che il senso comune non possa essere quanto di più originale e rivoluzionario sia dato di ascoltare o seguire o pensare in un dato momento? Sbaglia chi crede che, poiché la lingua del senso comune è fatta per essere capita da tutti , porti con sé anche una certa medietà o mediocrità di pensieri e concetti. / Il VANGELO parla la lingua del senso comune, una lingua che arriva dritta al cuore di ogni uomo. Ma com’è rivoluzionaria questa lingua rispetto a quella che allora gli intellettuali parlavano!

47- Molte volte San Paolo fu accompagnato dalle risa di dileggio e da qualche sasso lanciato dai difensori della mirabile SOFIA concettuale praticata in Grecia. Il ‘filantropo’ (chi ama l’uomo) non sempre va d’accordo col ‘filosofo’ (che ama la sofia), e le loro strade spesso divergono. / Socrate, il migliore tra gli uomini, ignorava l’amore di San Paolo, era guidato dalla ragione e non dalla fede. Ma era anche lui un filantropo più che un filosofo. E come tale dimostrò sempre una superiore noncuranza per la parola scritta e per ogni bellezza formale ad essa connessa. Importava a lui soltanto di trasmettere direttamente, da persona a persona, il suo pensiero. Credeva, da filantropo e non da filosofo, che la prima condizione del sapere stesse nella creazione di un rapporto, laddove l’astrattezza della parola scritta ne prescindeva. Perciò ogni volta che un determinato argomento gli stava a cuore sceglieva di dialogare con questo o quell’interlocutore, rispondendo alle obiezioni che gli venivano fatte o mettendosi nei panni dell’altro, finché l’altro non fosse convinto o lui stesso avesse mutato opinione.

48- [Socrate ≠ Platone] ciò che è scritto è scritto ed è fermato nello scritto una volta per tutte , non può, mentre prende forma, evolversi, crescere o mutare col concorso attivo della ragione o del senso comune di un altro. Inoltre ciò che è scritto è destinato ad essere letto, e non era di tutti ma dei pochi la capacità di leggere. Si crearono da questa prima differenza (tra chi legge e chi no) divisioni e gerarchie tra gli uomini, che divennero col tempo fisse e insormontabili. [Platone concepì in astratto e i suoi discepoli realizzarono in concreto] E tuttavia ci fu sempre qualcuno che sopravvisse per raccontare, partendo dall’esperienza personale o dal senso comune, che cosa vuol dire diventare la vittima di un concetto altrui.

52-“Io penso dunque sono…dunque io penso là dove sono. Ma Freud ribalta (con la sua teoria dell’inconscio) il presupposto di Cartesio e replica. Io penso là dove NON sono, dunque io sono là dove NON penso… Io non sono là dove divengo il giocattolo del mio pensiero, IO PENSO A CIO’ CHE IO SONO LA’ DOVE NON POSSO PENSARE”, così scrive Jacques Lacan.

57- Il nostro secolo più di ogni altro si è allontanato dal senso comune per entrare in un’orrenda concettualità di massa favorita (o provocata) dai media e dalle forme che preso la cultura alta. / Ha contribuito a questo anche la forte propensione alla semplificazione ideologica che lo caratterizza, e l’ideologia si sa è una concettualizzatrice spinta della realtà. La concettualizza per appropriarsene e per poter agire sulla realtà astrattamente intesa.

60- C’è un Ministero della Stampa e Propaganda (come al tempo fascista) che fabbrica e diffonde concettualità giornalistiche. C’ è un’agenzia di questi concetti. Concetti di parte, concetti schierati, concetti da titolo di destra o da titolo di sinistra, (…): che trovano sempre tra la gente un terreno vergine, mai fecondato da un principio moralmente resistente e da un minimo di senso comune.

63- La concettosità di cui sopra, evidentemente non ha niente a che fare con quella facoltà conoscitiva superiore che costituisce la funzione ATTIVA del soggetto pensante, contrapposta da Kant a quella PASSIVA della sensibilità.

67- Anche io mentre penso, formulo concetti, e forse l’unico modo di pensare è concettualizzare. Io non penso col senso comune e non mi servo del senso comune per pensare, ma per guardarmi pensare. Il senso comune, insomma, come ho detto, viene dopo.

69- La condanna di Tolstoj dell’arte moderna in quanto corrotta, è biblica. (…)/ [L’arte per Tolstoj] non può essere solo ed esclusivamente l’arte delle classi elevate, ma è per Tolstj “un mezzo di comunicazione che riunisce gli uomini accumunandone le sensazioni”, e che comunica per contagio.(…) Tolstoj si riferiva alla letteratura e all’arte del suo tempo, e per esempio massimo di aberrazione (“corruzione”) citava Baudelaire, Verlaine, Mallarmé e derideva i loro ‘pregi esteriori’. (…) Che cosa avrebbe detto oggi di fronte all’universale deformazione concettuale e mitomaniaca dell’arte, di tutte le arti?

73- La menzogna è autistica, parla solo di se stessa, non ha l’interlocutore contrario, non combatte contro un punto di vista diverso, e non lo conosce nemmeno, non vuole conoscerlo e non se ne cura. Si nutre di se stessa, vive per se stessa, ama se stessa. Menzogna è menzogna e basta: ora colta, ora ignorante, ora intelligente ora stupida, ora ironica o bolsa, ora ingenua ora furba, ora ragionevole ora irragionevole, e così via. E indignata. E offesa. E morale. Nobile anche. Ma sempre pervicacemente, caparbiamentee pervasivamente menzogna.

81- Il senso comune, ho detto, è anche senso del limite, che s’è perso. La nostra è l’epoca in cui ogni limite è stato superato, e dunque può essere superato ancora, ed è ammesso, è considerato augurabile ed è auspicabile che si superi.

82-La concettualizzazione dei pensieri e delle opinioni piace di più del senso comune perché è per natura elitaria, e per rendersi interessante DEVE essere brillante, originale, insolita (…) Il senso comune invece non ha bisogno di essere brillante o di rendersi interessante, né di suscitare plauso o ammirazione. Se ne sta lì tranquillo, con i piedi per terra, come una sentinella che fa il suo dovere, senza tante storie e senza tante chiacchiere.

83- Il senso comune non è quello di una persona qualunque; ma qualunque persona dotata di buona volontà, desiderosa di misurarsi con la realtà senza infingimenti né preclusioni, può possederlo. / Diversamente dal QUALUNQUISMO il senso comune è INTRANSIGENTE quando si tratta della verità da cui dipende la ‘sopravvivenza della città’; è rigido e non accomodante, è tosto, non molle. E non è disposto per nessuna ragione a lasciar correre o a sorvolare su questo punto, anzi proprio NON PUO’.

97- Nella letteratura ’super’ del Novecento l’esempio massimo del concettualizzatore è stato Musil, ma anche Herman Broch, Proust e persino Thomas Mann (con quella insopportabile diatriba ne La montagna incantata tra Settembrini e Naphta) non sono da meno. La schiera dei grandi narratori superconcettualizzanti novecenteschi è ben lunga.

102- Hanna Arendt (…) ha meglio di ogni altro esposto (e incarnato) i principi dai quali un intellettuale  come quello da me descritto dovrebbe ricavare la forza del proprio convincimento, ‘per dire ciò che è” / Senza tali principi perderebbe la sua ragion d’essere, e io credo che tali principi possano essere guidati da quell’istinto di verità che per essere da molti condiviso, chiamiamo senso comune.

105- Tra gli scrittori che hanno avuto il ‘coraggio intellettuale della verità’ e hanno usato il senso comune per pensare, soprattutto per pensare la politica in un tempo in cui il senso comune sembrava smarrito del tutto, George Orwell è certo uno dei più interessanti per la semplicità con cui espone i suoi punti di vista, e perché è un uomo ‘di sinistra’ che da sinistra avanza le sue critiche. / Il suo nome entra dunque a buon diritto in questo diario del senso comune, se non altro perché è lui che ha detto: ‘Siamo troppo civilizzati, per riuscire ad afferrare ciò che è ovvio”, che è poi il punto centrale di questo mio scritto.

108- Come si fa a distinguere una concettualizzazione pertinente da una pretestuosa o fasulla? La prima si verifica quando essa è il linguaggio proprio di una particolare disciplina, e dunque non c’è modo di dire altrimenti quel che si deve dire. La seconda, quella pretestuosa o fasulla, si verifica quando il linguaggio concettualizzato è applicato dall’esterno a una materia che non lo richiede necessariamente. (…) Per esempio, la ragioneria politica, economica, storica, ideologica che usa dati , statistiche, teorie, per dimostrare l’indimostrabile.

112-La concettualizzazione, la tendenza a teorizzare in astratto, viene prima dell’ideologia, ma serve all’ideologia per costituirsi in assioma e dogma, in una razionalizzazione semplificante della realtà. (…) E però il riscatto dell’uomo resta un sogno e un ideale che non può morire, A me nonostante le concettualizzazioni che ha prodotto e che lo sostengono. Il riscatto dell’uomo ‘se non lo faranno gli angeli, lo faranno i diavoli’, ha detto qualcuno. Lo faranno gli angeli del senso comune o i diavoli concettualizzatori?

113- Il concettualismo degradato della Grande Classe Media è diventato la malattia del secolo, una malattia antropologica che ha estraniato i semplici da se stessi, dal loro modo abituale di ragionare, dalla loro cultura, dando loro in pasto concetti che non potevano né elaborare, né digerire.

114 -Il concettismo di destra o di sinistra (…) [tutte le concettosità] alla fine omogeneizzabili nelle formalistiche formulazioni che irresistibilmente assumono, perché tutte parlano nel vuoto esperanto della modernità.

122- Mi sembra volgare ogni appartenenza, ogni identità sfegatata, e più piccola è , più gretta e meschina di solito si rivela.

125- Gli basta di essere un soggetto qualunque che quando è in grado di vedere ciò che gli sembra evidente non può fare a meno di testimoniarlo.

128- La frammentazione e la specializzazione del sapere ha creato qua e là isole di cultura esclusiva, come negli antichi monasteri medievali. Ma ha lasciato libero e incolto lo ‘spazio della vita’, quello in cui ogni giorno tutti si muovono e operano. Non c’è più a difendere quello spazio nessuna barriera e nessuna muraglia, e cioè nessuna cultura laica della comunità e nessuna cultura religiosa (come accadeva invece nel medioevo). In questo spazio ‘selvaggio’ separato da ogni etica e incapace di ogni comune senso estetico, dove ogni concettualizzazione perversa può penetrare attraverso la forza dei media, e dove dunque tutto è possibile, solo il senso comune rimasto, a suo modo resiste.

134-A me sembra che una mosca per uscire dalla bottiglia debba sapere come è fatta la bottiglia. Solo così potrà imboccare il collo della bottiglia e volarsene via, libera, nell’aria. Ma sapere com’è fatta una bottiglia quando uno ci sta dentro è una scienza molto complessa e richiede anzitutto la consapevolezza di essere prigionieri all’interno di una bottiglia -cosa che non tutti riconoscono. E poi richiede immaginazione, molta immaginazione. Perché non è facile, standone all’interno, concepire la forma della bottiglia che ci contiene. Forse è la trasparenza del vetro che a volte, come ho detto, ci inganna e ci dà l’illusione di star fuori. Perciò dobbiamo sottrarci a questa illusione non solo, ma anche a tutti gli altri inganni e miraggi cui siamo, consapevoli o no, sottoposti. / Insomma immaginare qual è la forma della bottiglia in cui siamo imbottigliati è altrettanto difficile che indovinare la forma di un sottomarino (ammesso che non l’avessimo mai vista) standoci dentro. Chi ci sta dentro quando il sottomarino naviga sott’acqua, vede solo un labirinto di tubi contorti, apparecchiature, strumenti di navigazione, un groviglio di manopole , leve, valvole, pistoni, comandi, insomma una somma di particolari così diversi confusi frantumati, dai quali solo con una forte capacità di astrazione è possibile risalire alla forma del sottomarino.

135- [La PRIMA BOTTIGLIA è il luogo in cui siamo nati e la mentalità che lo contraddistingue. (…) 137- La SECONDA BOTTIGLIA che ci condiziona è quella del linguaggio. Anche il linguaggio è un’eredità che riceviamo dalla nascita. (…) 138- La TERZA BOTTIGLIA è quella ideologica]

139- Per capire chi è malato e chi non lo è, il mio senso comune fa di solito una distinzione tra gli INDUTTIVI e i DEDUTTIVI. I primi, gli induttivi, sono quelli che partono dalle cose, dall’esperienza personale e diretta, anche se limitata, e da quella risalgono alle idee. Gli altri, i DEDUTTIVI, sono quelli che partono dalle idee delle cose e da quelle deducono le cose stesse. Deducono i sentimenti, le azioni, i pensieri, e deducono anche le persone, che diventano il simbolo, l’emblema di qualcosa , senza essere mai niente di per sé.

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