Oggi dovremmo essere tutti attenti a che cosa sta succedendo alla nostra democrazia (2024)

Sintesi di ChatGPT

Canfora parte dall’osservazione che la democrazia greca è stata trasformata dalla tradizione occidentale in un mito fondativo dell’Europa, ma il suo significato originario era molto diverso da quello che oggi le attribuiamo. La stessa parola “democrazia” nasce infatti come termine polemico: per gli aristocratici indicava il dominio violento dei ceti popolari, poiché il termine kratos evocava un potere esercitato con forza. Non a caso Pericle preferiva parlare semplicemente di demos, cioè del popolo, evitando un vocabolo percepito come ostile. Tucidide, inoltre, mostra come persino nell’Atene democratica il potere effettivo fosse concentrato nella figura del leader politico: Pericle governava come un pròtos anèr, un primo cittadino il cui prestigio personale finiva per prevalere sugli stessi meccanismi istituzionali, tanto che la città era formalmente una democrazia ma sostanzialmente guidata da un capo riconosciuto. (pp. 11-12)

L’autore insiste poi sul fatto che la democrazia antica era inseparabile dalla piena sovranità della città e dalla cittadinanza militare. Essere cittadino significava appartenere alla comunità degli uomini armati che difendevano la polis. Tuttavia quella cittadinanza era estremamente ristretta: ad Atene ne godevano soltanto i maschi adulti, figli di padre e madre ateniesi e liberi di nascita, mentre donne, schiavi e stranieri ne erano esclusi. La democrazia antica nasce dunque come conflitto interno tra gruppi sociali, non come riconoscimento universale dei diritti. (pp. 31-33)

All’interno di questo sistema anche le classi dirigenti risultavano profondamente divise. Una parte dell’aristocrazia accettava il regime democratico e cercava di guidarlo, dando vita a quella competizione politica che vede protagonisti figure come Clistene, Pericle, Cleone, Nicia e Alcibiade. L’altra parte, gli oligarchici, considerava invece il governo popolare una degenerazione e aspirava a restringere nuovamente la cittadinanza ai soli proprietari in grado di armarsi a proprie spese, guardando a Sparta come modello di buon governo. In questo senso la politica ateniese non coincide con il dominio diretto del popolo, ma con la competizione tra élite che cercano di dirigere un sistema fondato sul consenso dei ceti popolari. (pp. 42-51)

La crisi della polis dimostra però anche il limite fondamentale della democrazia antica. Di fronte alle difficoltà militari e demografiche, Atene rimase incapace di allargare realmente il corpo civico. L’episodio della proposta di Iperide di liberare in massa gli schiavi per rafforzare la difesa della città fallisce proprio perché la democrazia ateniese preferisce conservare i propri confini sociali piuttosto che sopravvivere. La chiusura della cittadinanza diventa così una delle cause della decadenza del mondo greco. (pp. 51-52)

Il lascito dell’esperienza greca non consiste tanto nelle sue istituzioni concrete quanto nella straordinaria elaborazione teorica che essa ha prodotto. I concetti di libertà, uguaglianza, cittadinanza e partecipazione, pur nati all’interno di una società profondamente diseguale, acquistano un valore universale che influenzerà tutta la storia politica europea. Per questo i giacobini della Rivoluzione francese si richiamano continuamente all’antichità, pur sapendo che quella democrazia era fondata sulla schiavitù e sull’esclusione sociale. (pp. 70-73)

Con l’età moderna la riflessione si sposta sul liberalismo. Benjamin Constant contrappone la libertà degli antichi, fondata sulla partecipazione politica, alla libertà dei moderni, fondata invece sulle garanzie individuali e sul governo costituzionale. Tuttavia Canfora mostra come anche il liberalismo conservi profonde ambiguità: lo stesso Constant, pur celebrando il costituzionalismo, collaborò con Napoleone e sostenne sistemi rappresentativi fortemente controllati dall’alto. Dietro la retorica della rappresentanza rimane quindi una forte limitazione della sovranità popolare. (pp. 80-93)

Il tema centrale diventa allora il suffragio universale. La sua storia è segnata da un continuo conflitto tra estensione della partecipazione politica e tentativi di limitarne gli effetti. Fin dalla Rivoluzione francese emerge il fenomeno della compravendita dei voti, che secondo Canfora rivela come il mercato tenda a penetrare anche nella sfera politica. Da qui la critica alle concezioni liberali che riducono ogni rapporto umano a semplice scambio economico. (pp. 96-120)

Marx attribuisce al suffragio universale un valore profondamente rivoluzionario. Ogni elezione rimette infatti continuamente in discussione il potere esistente, costringendo la borghesia a confrontarsi con la possibilità che le classi subordinate conquistino democraticamente il governo. Per questo, sostiene Marx, quando il voto produce risultati indesiderati le classi dominanti cercano immediatamente di restringerlo o manipolarlo. Engels, pur riconoscendo il valore della partecipazione elettorale, mantiene invece un atteggiamento più prudente, vedendo nel suffragio soprattutto uno strumento di organizzazione e propaganda delle masse operaie. (pp. 131-165)

L’ingresso delle masse nella politica modifica però profondamente anche la natura dello Stato. Con l’età degli imperialismi la democrazia parlamentare viene progressivamente svuotata, mentre le masse vengono mobilitate al servizio della competizione tra grandi potenze. La guerra moderna diventa così una guerra dei popoli più che dei sovrani, e la partecipazione democratica finisce spesso per essere utilizzata come strumento di consenso verso politiche aggressive e nazionalistiche. (pp. 165-171)

Canfora riprende quindi Otto Bauer, secondo cui la democrazia moderna nasce all’interno della società capitalistica e contiene una contraddizione fondamentale: il suffragio universale consegna formalmente il potere politico alle classi popolari, mentre il controllo dell’economia resta nelle mani della borghesia. Nel corso dello sviluppo capitalistico questa contraddizione viene neutralizzata perché le istituzioni democratiche vengono progressivamente trasformate in strumenti del dominio della classe capitalistica. (pp. 171-178)

Le vicende del primo Novecento mostrano ulteriormente questa dinamica. Lenin concepisce il partito rivoluzionario come un’organizzazione ristretta di dirigenti capace di guidare una massa molto più ampia, mentre i suoi avversari socialdemocratici immaginano un semplice partito di lavoratori. La differenza riguarda il rapporto tra organizzazione e spontaneità e riflette due differenti concezioni della conquista del potere politico. (pp. 191-200)

L’affermazione del fascismo mette definitivamente in crisi l’idea romantica secondo cui il popolo sarebbe naturalmente orientato verso la libertà. Le masse possono infatti aderire anche a regimi autoritari, se il consenso viene costruito attraverso strumenti politici, culturali e propagandistici efficaci. La conquista del consenso non costituisce quindi una prova della bontà di un sistema politico. (pp. 215-231)

Analizzando il periodo compreso tra le due guerre mondiali, Canfora sostiene che il conflitto europeo non oppose soltanto fascismo e comunismo, ma vide come terzo protagonista decisivo le democrazie liberali, che spesso favorirono l’ascesa dei fascismi nel tentativo di bloccare il movimento operaio. In molti paesi i gruppi dirigenti liberali finirono infatti per sostenere soluzioni autoritarie quando giudicarono insufficiente la capacità della democrazia parlamentare di difendere l’ordine sociale esistente. (pp. 229-244)

Dopo il 1945 le nuove costituzioni democratiche incorporano molte conquiste sociali maturate durante il Novecento. Canfora richiama in particolare la Costituzione sovietica del 1936, che introduce diritti sociali come il lavoro, l’assistenza, l’istruzione e la tutela delle nazionalità, esercitando una notevole influenza sul costituzionalismo europeo del dopoguerra. Tuttavia anche le democrazie popolari finiranno progressivamente per perdere il consenso originario. (pp. 254-287)

Nell’ultima parte del libro l’autore concentra l’attenzione sull’evoluzione dei sistemi elettorali contemporanei. Le leggi maggioritarie, il collegio uninominale, gli sbarramenti e il rafforzamento dell’esecutivo vengono interpretati come strumenti che limitano gli effetti del suffragio universale. Pur mantenendo formalmente il voto di tutti, questi sistemi riducono la rappresentanza delle minoranze sociali e favoriscono stabilmente le forze moderate e i ceti economicamente più forti. Il sistema proporzionale rappresenta invece, secondo Canfora, l’unico meccanismo capace di riflettere fedelmente la pluralità della società. (pp. 311-322)

Infine la riflessione si sposta sul ruolo decisivo dei mezzi di comunicazione. Il vero potere della televisione e della pubblicità non consiste tanto nell’informazione politica in senso stretto, quanto nella costruzione quotidiana di un’immagine della società fondata sul culto della ricchezza e del consumo. La pubblicità, molto più degli spot elettorali, forma l’ideologia dominante e contribuisce a orientare stabilmente il consenso verso gli interessi delle élite economiche. In questo modo la democrazia contemporanea conserva le proprie forme esteriori, ma vede restringersi progressivamente la sostanza della sovranità popolare, sostituita dall’influenza crescente delle oligarchie economiche e mediatiche. (pp. 321-330)

Appunti

  1. 11- Una costituzione rivestita di grecità: Grecia, Europa, Occidente

12-[Nella città di Atene] DEMOCRAZIA era il termine con cui gli avversari del governo ‘popolare’ definivano tale governo, intendendo metterne in luce proprio il carattere violento (KRÁTOS indica per l’appunto la forza nel suo violento esplicarsi). Per gli avversari del sistema politico ruotante intorno all’assemblea popolare, DEMOCRAZIA, era dunque un sistema liberticida. Ecco perché Pericle, nel discorso ufficiale e solenne che Tucidide gli attribuisce, ridimensiona la portata del termine , ne prende le distanze, ben sapendo peraltro che non è parola gradita alla parte popolare, la quale usa senz’altro POPOLO (DÈMOS) per indicare il sistema in cui si riconosce.(…) Da Tucidide, Pericle era percepito come un vero e proprio PRINCEPS: un tipo di ‘primato’, o di ‘principato’, un potere personale accettato e riconosciuto che finisce con lo snaturare, pur senza violarli, gli equilibri dei poteri. Solo quattro secoli più tardi un tale tipo di potere fu instaurato da Augusto, il quale –pur divenendo ‘principe’- non esitò a rivendicare di aver restaurato la Repubblica a Roma. (…) Chi coniò il termine principe (pròtos anèr) a proposito di Pericle fu Tucidide. E perciò, delineando un suo ritratto, scrisse che sotto il suo governo ad Atene ci fu ‘a parole la DEMOCRAZIA, ma di fatto il governo del pròtos anèr’. Questa definizione è molto calibrata: ogni parola è accuratamente soppesata.

  • 31 – L’atto di nascita: la democrazia nell’antica Grecia

32- Anche nell’ambito dell’ancor più vasta cornice dell’Impero romano, una serie di comunità cittadine serberà procedure e istituzioni proprie del funzionamento della ‘polis’ democratica. Ma si tratterà per lo più di forme dimidiate: nelle quali è anche da aspettarsi, di tanto in tanto, uno ‘scatto’ verso l’antica INDIPENDENZA, che comporta anche, IPSO FACTO, una riappropriazione piena della pratica della DEMOCRAZIA. E’ il caso di Atene al tempo della guerra di Silla contro Mitridate ( 88/87 a.C.). Indipendenza (sovranità piena) e democrazia vanno insieme. Ciò per varie ragioni, ma soprattutto per una, essenziale, che ci porta alla radice stessa dell’antica nozione di cittadinanza e di democrazia,in quanto COMUNITA’ DI UOMINI IN ARMI. / 33- Il punto di partenza è infatti: chi ha la cittadinanza? Chi sono i tutti la cui libertà mette in essere la democrazia? La seconda domanda è :anche quando TUTTI i liberi hanno la cittadinanza, come la esercitano i socialmente più deboli? Questo secondo e controverso problema ne implica altri ancora: la questione degli strumenti necessari per poter esercitare EFFETTIVAMENTE la cittadinanza (pur in assenza di adeguate risorse intellettuali e materiali), la questione della validità del principio di ‘maggioranza’, il dilemma tante volte emergente nella concreta prassi politica se debba considerarsi prevalente la ‘volontà del popolo’ o la ‘legge’ e così via. / E’ nel fuoco di questi problemi che nasce la nozione – e la parola- DEMOCRAZIA, a noi nota, sin dalle sue prime attestazioni, come parola dello ‘scontro’, come termine di parte, coniato dai ceti elevati ad indicare lo ‘strapotere’ (KRÁTOS) dei non possidenti (DÈMOS) quando vige, appunto, la ‘democrazia’. // Partiamo dunque dalla prima questione. Chi ha la cittadinanza? PÒLIS è l’insieme dei POLĺTAI (…) i quali esercitano la cittadinanza. Dunque a rigore tutte le città nelle quali non vi è un tiranno, cioè una figura che avoca a sé do fatto, con o senza coperture formali, poteri che sono al di sopra delle leggi) sarebbero definibili allo stesso modo, in quanto è il corpo civico nel suo insieme che vi esercita i diritti politici. Il problema è come si definisce ( e perché eventualmente varia) il corpo civico. / Se consideriamo l’esempio più conosciuto e più caratteristico, cioè Atene, constatiamo che in epoca periclea, a possedere questo bene inestimabile sono relativamente in pochi: i maschi adulti (in età militare), purché figli di padre e madre ateniese, e liberi di nascita. È questa una limitazione molto forte, se si considera che, anche secondo i calcoli più prudenti, il rapporto liberi/schiavi era di uno a quattro.

42- Comunque non è errato assumere come fondato il punto di vista tucidideo e vedere in Pericle il LEADER capace di egemonia e perciò anche pronto all’impopolarità. Peraltro l’unico vero discorso politico che Tucidide fa pronunciare a Cleone è anch’esso un discorso che non arretra dinanzi a toni impopolari. Si dovrebbe dunque dire, a giudicare da quel discorso che anche Cleone ‘guidava più che essere guidato’[Cleone (in greco Κλέων, Kléōn; morto nel 422 a.C.) fu uno dei più influenti uomini politici di Atene durante la fase centrale della Guerra del Peloponneso. È ricordato come il principale leader del partito democratico radicale dopo la morte di Pericle.Cleone proveniva da una famiglia benestante di conciatori di pelli. Non apparteneva all’aristocrazia tradizionale, ma riuscì a conquistare grande popolarità presso il demos ateniese grazie a uno stile politico diretto, energico e aggressivo]: al punto che Demostene, nel secolo seguente, fa propri quei toni quando vuole assumere le vesti ‘periclee’ dell’impopolare ‘educatore del popolo’. Forse non si riuscirà a scavare fino in fondo nell’intreccio capi/popolo, leaders/masse: una circolarità in cui risiede l’essenza stessa del far politica. Quel che è qui importante rilevare è che la democrazia non determina ad Atene un ‘governo popolare’, ma una guida del ‘regime popolare’ da parte di quella non piccola porzione dei ‘ricchi’ e dei ‘signori’ che accettano il sistema. (…) Di fronte al fatto nuovo del potere dei non possidenti,i gruppi dirigenti, coloro che per elevata collocazione sociale sono anche i detentori delleducazione politica  e perciò possiedono larte della parola (e in virtù di queste capacità naturalmente si candidano a dirigere la città) SI DIVIDONO. Una parte si direbbe la più rilevante, ma non abbiamo strumenti di controllo quantitativo– accetta di dirigere il sistema di cui i non possidenti sono ormai la forza prevalente. Da questa consistente parte dei ceti alti (grandi famiglie, ricchi cavalieri ecc.) vien fuori il ceto politico che dirige la città: da Clistene a Cleone. Al loro interno si sviluppa una dialettica politica spesso fondata sullo scontro personale , di prestigio, di potere, di leadership. Ciascuno è sorretto e guidato dal convincimento di incarnare gli interessi generali: l’idea che la propria prevalenza sulla scena politica sia ANCHE il miglior veicolo per la miglior conduzione della comunità. Lottano gli uni contro gli altri per conquistare la guida politico-militare della città. Nessuno di loro è contro il sistema: sono dunque ‘democratici’ (nel senso, appunto, che accettano il sistema, stanno al gioco e puntano a dirigerlo) tanto Pericle quanto Cimone, Nicia e Cleone e Alcibiade. / Al contrario, una minoranza di ‘signori’ NON ACCETTA IL SISTEMA. Organizzati in formazioni più o meno segrete (le cosiddette ‘eterie’) essi costituiscono una perenne minaccia potenziale per il ‘sistema’, del quale spiano le possibili ‘incrinature’, soprattutto nei momenti di difficoltà militare. Sono i cosiddetti ‘oligarchi’. Il termine con cui gli avversari li denominano è ‘i pochi’ (oligoi) (…) essi parlano di ‘buongoverno’, di recupero della saggezza (sophrosyne) e propugnano una drastica riduzione della cittadinanza, una riduzione che daccapo estrometta dal beneficio della cittadinanza i non possidenti e riporti dunque la comunità allo stadio in cui i cittadini di pieno diritto siano solo i ‘capaci di armarsi a proprie spese’.In questo senso essi guardano a Sparta come al modello di eunomia (‘buon governo’).

51- [Sulla decadenza del mondo delle città greche] Cos’altro fu infatti causa di rovina sia per gli Spartani, sia per gli Ateniesi, nonostante la loro forza militare, se non il fatto che ESCLUDESSERO –dopo la vittoria- i vinti, trattandoli come di altra razza (pro alieni generis)? Tacito coglie bene il nesso tra chiusura della comunità e decadenza. Del resto lo stesso Polibio aveva parlato di OLIGANTROPIA (= carenza di uomini, scarsità di popolazione). / Il più celebre e istruttivo esempio di chiusura ostinata e suicida è l’effimero quanto maldestro tentativo di liberazione in massa degli schiavi dell’Attica, compiuto nel pieno del panico determinato dalla vittoria di Filippo il Macedone contro la coalizione greca capeggiata da Demostene nel 388 a.C. (…) Filippo che aveva la fama non immeritata di distruttore di città sconfitte, costituiva un pericolo talmente incombente che un politico di notevole prestigio e ben noto per la sua ostilità alla Macedonia, l’oratore Iperide, propose di creare per così dire dal nulla un’immensa armata per la difesa estrema di Atene: propose quindi la liberazione immediata di circa 150.000 schiavi agricoli e minerari presenti sul suolo attico (…) Ma fu immediatamente trascinato in tribunale con un processo ‘per illegalità’ (la più temibile delle procedure giudiziarie esistenti ad Atene). Chi fu il promotore dell’accusa? Il capo popolare per antonomasia, il ‘cane del popolo’. Aristogitone: insorto in difesa della democrazia ( è questo il senso del processo per illegalità) contro l’indebito, inaudito, straripante allargamento della cittadinanza.

  • 52 – Come ritornò in gioco e come alla fine uscì di scena la democrazia greca

70- [Il punto da non perdere di vista] In quel LABORATORIO DELLA POLITICA che fu la città antica, o meglio la civiltà politica antica col suo enorme lascito SCRITTO (oratorio, filosofico, storiografico), da un lato si svolgevano conflitti attuali e si esprimevano interessi contingenti molto forti, di QUEL tempo, di QUELLE classi sociali; al tempo stesso però si elaboravano modelli e concetti –ed è qui la peculiarità di quella grande fioritura di cultura politica SCRITTA- che hanno finito con l’avere, legittimamente, VALORE DI UN PIANO GENERALE: al di là del significato concreto che avevano avuto al tempo loro. Di qui la loro lunghissima e legittima ‘vitalità’. Di qui il ricorso a quella remota matrice da parte di una élite politica, quella giacobina e, prima ancora, della ‘setta filosofica’ dei loro maestri, Mably e Rousseau. Era l’unica civiltà politica che avesse prodotto un bagaglio ideologico-emotivo-aneddotico capace di valicare i confini temporali e in grado di riproporsi ancora come immediatamente utile per i VALORI GENERALI (uguaglianza e libertà, soprattutto) che aveva formalizzato e concettualizzato: al di là del fatto , fin troppo facile da scoprire, che quel prodotto intellettuale era anche lo strumento di auto-rappresentazione di una classe dominante in un determinato momento, di una determinata realtà storica duramente classista e, a ben vedere, profondamente antiegualitaria./ Ma i giacobini per primi ne erano consapevoli.

73- Eppure c’era un terreno di analogia più immediata con la politica delle antiche democrazie: la ‘democrazia’ come violenza, come coercizione esercitata da parte di un gruppo sociale di non possidenti (tale era la sanculotterie parigina) nei confronti delle classi privilegiate e delle classi abbienti: non espropriate queste ultime, ma messe sotto pressione, alla maniera della ‘dittatura popolare’ dell’Atene descritta con rabbiosa ostilità nella Costituzione degli Ateniesi. Di modo che non si va lontani dal vero osservando che coloro i quali denunciavano la falsa idea dell’antica repubblica vigente in epoca giacobina in realtà non della dolorosa schiavitù effettivamente si davano pensiero, ma dell’attacco sociale alla ricchezza che la dittatura giacobina innescava, ad esempio con lo strumento, passibile di molti sviluppi, dell’indagine sulle ‘ricchezze sospette’. Difendevano dunque di fatto la libertà della ricchezza, questi bene istruiti termidoriani, mentre tuonavano contro lantica schiavitù, occultata dai loro avversari.

  • 80- La prima vittoria del liberalismo

86- Sembra proprio che la vicenda di questi anni convulsi [post-Bonaparte] sia per [Benjamin] Costant un progressivo affermarsi, pur tra incidenti, eccessi e diversivi, di una ‘linea maestra’: quella del ‘governo costituzionale’, cioè della libertà dei moderni. / La continuità è anche nel suo impegno parlamentare. Contro il ‘tiranno’ ritornato in patria egli tuona nel Journal des débats del 19 marzo 1815. Non riesce a imbarcarsi a Nantes per riparare all’estero; allora fa di tutto per incontrare il ‘tiranno’ alle Tuileries il 14 aprile; folgorato dal magnetismo del redivivo imperatore, accetta di entrare nel Consiglio di Stato; scrive per lui l’Acte Additionel; ma già nel 1818 è candidato alle elezioni; gli riuscirà di essere eletto nella Sarthe l’anno dopo, appunto al tempo della Liberté des Anciens comparée à celle des Modernes. Ricoprirà altre due volte il mandato parlamentare (…), farà in tempo a vedere la rivoluzione di luglio; e gli toccheranno , l’8 dicembre 1830, funerali ‘nazionali’. Questa sì che è continuità.

90- Nel sistema elettorale instaurato col 18 brumaio [=Quando però si parla del “18 brumaio”, quasi sempre ci si riferisce al 18 brumaio dell’anno VIII, cioè al 9 novembre 1799, giorno del colpo di Stato con cui Napoleone Bonaparte rovesciò il governo del Direttorio e pose fine alla fase rivoluzionaria iniziata nel 1789. Da quel momento nacque il Consolato, con Napoleone come Primo Console, aprendo la strada al suo successivo Impero] i cittadini riuniti in assemblee cantonali scelgono i ‘candidati elettori’ (sic) tra i seicento più forti contributori dell’erario (le famose liste dei 600, i quali diverranno i ‘grand notables’ dell’Impero). I candidati elettori a loro volta si riuniscono in assemblee DIPARTIMENTALI per eleggere non già,  finalmente, dei deputati, ma dei ‘candidati deputati’ , tra i quali il primo console sceglie i ‘rappresentanti della nazione’. L’Acte additionnel dei 100 giorni , scritto dal maestro di libertà Benjamin Constant, riproponeva esattamente questa bruttura.

93- Ancora nel 1815 usciva presso un editore quale Delaunay [uno dei più importanti editori-librai della Parigi del tempo della Restaurazione e del Romanticismo] il Dictionnaire des Protées modernes ‘par un homme retiré du monde’: e anche qui le giravolte di Constant erano prese di mira , essenzialmente sulla base del testo della già ricordata invettiva sua contro Bonaparte rientrato dall’Elba. Quello che merita attenzione non è, qui, tanto la disinvoltura del pubblicista, sempre pronto –come scrive l’anonimo- a presentare [le sue idee come principi e i suoi sogni ad occhi aperti per verità], una vera ‘tete à constitutions’, come incalza il mordace lessicografo. Quello che più interessa rilevare è che nell’articolo del 19 marzo 1815 c’è già il succo del discorso dell’Athenée Royal del 1819: ‘Dalla parte del re –scrive Constant- c’è la libertà costituzionale, la sicurezza, la pace; dalla parte di Bonaparte la schiavitù (…) Noi godevamo, sotto Luigi XVIII, di un governo rappresentativo: C’ERA L’AUTOGOVERNO [‘noi governavamo noi stessi’]. Da Bonaparte subiremo un governo dei Mamelucchi ecc.’.

  • 96- Suffragio universale: atto primo

101- Mai come sotto Guizot [Guizot fu uno dei principali esponenti del liberalismo conservatore.

Durante la Monarchia di Luglio (1830–1848), sotto il re Luigi Filippo I, ricoprì diversi incarichi ministeriali fino a diventare, di fatto, il capo del governo dal 1840 al 1848.

Le sue posizioni erano:

  • difesa della monarchia costituzionale;
  • tutela della proprietà privata;
  • limitazione del diritto di voto ai cittadini più abbienti (suffragio censitario);
  • opposizione sia alla restaurazione dell’assolutismo sia alla democrazia di massa.

È rimasta celebre la frase che gli viene attribuita:

«Enrichissez-vous» (“Arricchitevi”).

Con questa espressione intendeva sostenere che chi desiderava partecipare alla vita politica avrebbe dovuto prima conquistare indipendenza economica attraverso il lavoro e il risparmio] la ricchezza mobile circolò con maggiore rapidità. Ma la tara dell’uso del voto come merce non era nata allora. L’articolo 32 della costituzione dell’anno III (entrata in vigore il 25 settembre 1975) prescriveva: ‘Ogni cittadino che la legge ha riconosciuto colpevole di aver venduto o acquistato un voto è escluso dalle assemblee primarie e comunali , e da ogni carica pubblica per vent’anni; in caso di recidiva lo è per sempre’.Dunque il fenomeno era già presente, altrimenti l’idea stessa di una tale sanzione non avrebbe avuto senso. E degno di nota come divenuto il sistema della compravendita del voto usuale anche in regimi a suffragio universale (più o meno corretto)- siano sorte teorie miranti a difendere tale prassi come aspetto particolare della generale vittoria planetaria del mercato cui inneggia il pensiero liberale dopo la sua più recente vittoria. E lanalogo delle teorie che difendono listituto della prostituzione in nome del diritto di vendere il proprio corpo: teorie che comportano linevitabile estensione , sul piano concettuale, in direzione della difesa della compravendita degli organi (quanto ai prezzi, è il mercato che decide, ed è logico che il traffico avvenga soprattutto nei paesi del Terzo Mondo); e come culmine concettuale di siffatta teorizzazione dovrebbe porsi il diritto di vendersi come schiavi ad un padrone (o magari di vendere un minore, che non è ancora persona giuridica). Come antidoto a siffatte aberrazioni valga la formulazione di un padre del ‘liberalismo’, ma obliato in questo caso dai suoi postremi epigoni, il barone di Montesquieu: ‘la libertà non può consistere che nel poter fare ciò che si deve volere’; il cui compimento –ricco di sviluppi in varie direzioni, ivi compresa la giustizia sociale- è: ‘e nel non essere costretti a fare ciò che non si deve volere’ (Esprit des lois Libro XI, cap.3). In questo spirito Robespierre scrisse, nella sua Dichiarazione dei diritti che la libertà consiste nel poter disporre di sé, ma ‘ha la sua regola nella giustizia’.

  1. 120- Suffragio universale: atto secondo
    1. 131 – Gli imbarazzi della “vecchia talpa”

132- La storiografia di sinistra non si è mai trovata a suo agio di fronte a questa sorprendente tappa della storia del suffragio universale [usato il 18 brumaio da Luigi Bonaparte per legittimare il suo colpo di stato contro l’Assemblea Nazionale, in modo del tutto analogo a come fu usato nel 1958 per varare la Costituzione della V repubblica: segno della durevolezza del fenomeno bonapartistico come variante sempre disponibile del gioco parlamentare]. ‘Per dissimulare la natura controrivoluzionaria del colpo di stato e per ingannare i circoli democratici della popolazione Luigi Bonaparte annunziò l’abrogazione della legge del 31 maggio 1850 che limitava il diritto di voto’ si legge nella Storia universale dell’Accademia delle Scienze dell’Urss. Ma l’imbarazzo risale indietro nel tempo, si può dire allo stesso Marx nei suoi straordinari e brillanti articoli sulla politica francese di quegli anni, apparsi sulla ‘Neue Rheinische Zeitung’ col titolo Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 e in parte nel periodico ‘Die Revolution’ (New York) col titolo divenuto celebre Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte. 133- S’è già osservato nelle pagine precedenti che la conquista della democrazia, identificata col suo principale strumento. Il suffragio universale, è al centro della parte propositiva, immediatamente operativa, del Manifesto. Autorevolmente lo conferma un suo interprete autentico, oltre che co-autore, qual è Engels, nello scritto suo dell’estrema vecchiezza, l’introduzione alla riedizione delle Lotte di classe in Francia di Marx (1895) / Come ogni grande storico che tratti di materia contemporanea, bruciante, Marx è profondamente coinvolto e non lesina larma del sarcasmo: tutto è fuorché un olimpico narratore ed al tempo stesso dimostra una conoscenza minuziosa dei fatti, delle polemiche, della pubblicistica e degli scontri parlamentari quali solo un contemporaneo, e fazioso, può avere. Unaltra conseguenza di questa sua posizione è che talvolta lo si nota portato a dare ad alcuni eventi un rilievo immenso , quale difficilmente a distanza meno ravvicinata sarebbe comprensibile.

134- Qui Marx, approssimandosi alla conclusione del suo saggio [Le lotte di classe in Francia] (‘il 10 marzo porta l’iscrizione: Aprés moi le deluge) già tenta UNA STORIA del suffragio universale,incentrata sul concetto –del resto pertinente- secondo cui quando le elezioni a suffragio universale vanno male le élites borghesi si affrettano a porvi dei limiti. Il che infatti accadde con l’infausta legge del 31 maggio. E formula un’osservazione assai penetrante: ‘ Il suffragio universale , sopprimendo continuamente il potere attuale dello Stato, facendolo di nuovo scaturire dal suo seno, non viene a sopprimere ogni stabilità, a porre a ogni istante in questione tutti i poter vigenti? (…) La borghesia, respingendo il suffragio universale, dal quale aveva ricavato la propria onnipotenza, confessa apertamente: La nostra dittatura è fino ad oggi esistita in forza della volontà popolare, ora essa deve esser consolidata contro la volontà popolare. (…) [Sulla] portata intrinsecamente eversiva del suffragio universale, in quanto rimette continuamente in discussione il potere attuale dello STATO E si ripropone come unica fonte dellautorità e del potere.

137- Nella prefazione alla ristampa del 1895 dei Klassenkämpfe, Engels –là dove traccia una sorta di profile storico del suffragio universale- rivela un analogo imbarazzo e se la cava con una frase alquanto vaga: ‘Il suffragio universale esisteva in Francia già da molto tempo, ma ERA CADUTO IN DISCREDITO PER L’ABUSO FATTONE DAL GOVERNO BONAPARTISTA’. / Alcuni critici porranno l’accento sul meccanismo plebiscitario cui Napoleone III ricorse per realizzare svolte quali la nuova costituzione o la creazione dell’Impero, approvata da un’immensa maggioranza di votanti. E’ un meccanismo cui viene imputata talora la eccessiva ‘semplificazione’ delle scelte, talaltra il ‘clima’ in cui il plebiscito si svolge. (Tra l’altro essendo un’opzione tra due scelte il plebiscito si sottrae agli effetti devastanti del paradosso di Condorcet). In realtà quel che conta è la MANIPOLAZIONE DEL VOTO, strumento essenziale, e sempre più sofisticato, che sarà argomento di gran parte delle pagine seguenti. [Il paradosso di Condorcet è uno dei risultati più sorprendenti della teoria delle decisioni collettive. Formulato dal matematico e filosofo Marie Jean Antoine Nicolas de Caritat, marchese di Condorcet nel 1785, mostra che una maggioranza può esprimere preferenze collettive incoerenti, anche quando ogni singolo elettore ha preferenze perfettamente razionali e coerenti.

  • Un esempio semplice

Supponiamo tre candidati: A, B e C, e tre gruppi di elettori.

GruppoPreferenza
1/3A > B > C
1/3B > C > A
1/3C > A > B

Confrontando i candidati a due a due:

  • A batte B (i gruppi 1 e 3 preferiscono A a B).
  • B batte C (i gruppi 1 e 2 preferiscono B a C).
  • C batte A (i gruppi 2 e 3 preferiscono C ad A).

Il risultato è:

A > B, B > C, ma C > A.

Si crea un ciclo: non esiste un vincitore che batta tutti gli altri.

  • Perché è così grave?

Le conseguenze sono profonde.

  1. 1. Non esiste una “vera” volontà della maggioranza

Siamo abituati a pensare che la maggioranza esprima una volontà collettiva coerente.

Condorcet dimostra che ciò può essere falso.

La volontà collettiva può essere internamente contraddittoria.

  • 2. L’ordine delle votazioni può decidere il vincitore

Immagina un parlamento.

Se il presidente mette ai voti:

  • prima A contro B,
  • poi il vincitore contro C,

può vincere C.

Se invece sceglie un altro ordine, può vincere A oppure B.

Chi controlla l’agenda dei lavori può influenzare il risultato senza cambiare le preferenze degli elettori.

Questo è uno dei risultati fondamentali della moderna teoria della scelta sociale.

  • 3. Manipolazione delle assemblee

In presenza di cicli di Condorcet:

  • il presidente dell’assemblea;
  • il governo;
  • chi stabilisce l’ordine degli emendamenti;

può spesso costruire una sequenza di votazioni che conduca al risultato desiderato.

Per questo motivo il controllo dell’ordine delle votazioni è una risorsa di potere.

  • 4. Instabilità politica

Se non esiste un vincitore stabile:

oggi può vincere A,

domani B,

dopodomani C,

senza che nessuno abbia cambiato opinione.

La politica può diventare estremamente instabile.

  • 5. Critica all’idea di “volontà generale”

Il paradosso mette in discussione l’idea, presente in autori come Jean-Jacques Rousseau, che esista sempre una volontà generale chiaramente identificabile attraverso il voto di maggioranza.

  • 6. Fondamento della teoria della scelta sociale

Da Condorcet derivano molte ricerche successive.

In particolare:

  • Kenneth Arrow dimostrò, con il suo teorema di impossibilità, che nessun sistema di voto può trasformare sempre preferenze individuali in una scelta collettiva soddisfacendo contemporaneamente un insieme di requisiti apparentemente ragionevoli.
  • Duncan Black studiò quando il paradosso può essere evitato (ad esempio con preferenze “a picco unico”, single-peaked).
  • William Riker mostrò come i politici possano sfruttare strategicamente questi fenomeni.
  • Quanto è frequente?

Il paradosso è relativamente raro nelle elezioni con due soli candidati, ma diventa molto più plausibile quando:

  • i candidati sono tre o più;
  • gli elettori votano su molte questioni;
  • i parlamenti decidono mediante numerosi emendamenti.

Per questo motivo è particolarmente importante nelle assemblee legislative, nei consigli comunali, nei parlamenti e nei comitati, più che nelle elezioni presidenziali a due candidati.

  • Perché molti studiosi lo considerano “devastante”?

Perché distrugge un’idea intuitiva ma molto radicata: che la democrazia maggioritaria produca automaticamente una decisione collettiva razionale e stabile.

Condorcet mostra invece che:

  • elettori razionali possono produrre una decisione collettiva irrazionale;
  • la maggioranza può essere ciclica e incoerente;
  • il potere procedurale (chi decide come e quando si vota) può diventare decisivo quanto il consenso stesso.

Questo risultato ha avuto un’enorme influenza non solo sulla matematica delle votazioni, ma anche sulla scienza politica, sull’economia e sulla filosofia politica contemporanee. In effetti, gran parte della moderna teoria della scelta sociale nasce proprio dal tentativo di capire come gestire o limitare i problemi messi in luce dal paradosso di Condorcet]

  1. 139- L’Europa in marcia

138- [100 anni tra l’iniziativa di Giolitti volta ad allargare il corpo elettorale in Italia (1912) e la nuova costituzione di Luigi Bonaparte (1812)] Fermo restando che in tutte il suffragio è solo maschile. L’estensione del diritto di voto alle donne avverrà solo con la Rivoluzione russa.

146- [Sulle elezioni del 1912 in Italia con Giolitti] Mancavano i partiti nel senso moderno, novecentesco del termine: essi costituiscono infatti , secondo una celebre definizione di Togliatti, ‘LA DEMOCRAZIA CHE SI ORGANIZZA’. Partito in senso moderno era quello bonapartista che presto poté avvalersi dell’apparato stesso dello Stato; e partiti divennero man mano , sotto la spinta dell’Internazionale, i partiti socialisti. Gli altri erano i liberali, cioè, nella società politica, l’’ordine naturale delle cose’ (con varianti terminologiche da epoca a epoca, da paese a paese).Essi non avevano bisogno di veri e propri partiti: i loro uomini erano DIRETTAMENTE la classe dirigente. Non è superfluo però insistere sull’efficacia dell’esperienza del nuovo Bonaparte come fonte di ispirazione e talvolta direttamente ‘modello’. [che affascinò Bismarck e Crispi]

149- Tutta questa ostinata e macchinosa limitazione della libertà politica [in Inghilterra] ebbe come risultato un fenomeno assai rilevante: che la rappresentanza politica delle istanze sociali passava per le mani del partito liberale, l’antagonista storico dei TORIES (il partito laburista nascerà soltanto nel 1899, col modesto nome di ‘Labour Representation Commitee’). Nelle pastoie del sistema elettorale incentrato sulla penalizzazione delle minoranze (grazie appunto al sistema del collegio uninominale) , i laburisti saranno a lungo un gruppo di minoranza che riesce a mandare rappresentanti ai Comuni solo in accordo coi liberali. Nel 1906 ebbero, e parve un successo, trenta deputati, ma rappresentavano di fatto la quasi totalità della classe operaia, la cui entità numerica, grazie al potente sviluppo industriale, era elevatissima.

  1. 152 – Dall’ecatombe dei comunardi alle “unioni sacre”

157- [Polemiche sull’ultimo scritto di Engels: Engels protesta contro chi vuole annettersi la sua autorità, per limitare la lotta al terreno parlamentare] Engels ha in mente –è ovvio- che tutte le insurrezioni del mezzo secolo che ha alle spalle sono state o snaturate o schiacciate. Solo un irresponsabile non trae un bilancio. Ma il bilancio è arduo, e lui non vuole approdare alla conclusione che la lotta elettorale è l’unica possibile. (…) Certo il suo scritto si prestava senza forzature a tale lettura.158- La sua ‘via d’uscita’ è nella famosa formulazione, che può apparire reticente, anche se è ricca di verità politica: ‘E quand’anche il suffragio universale non avesse dato altro vantaggio che quello di permetterci di contarci ogni tre anni, di avere, grazie alla regolare verifica del rapido e inatteso aumento dei voti, aumentato la fede degli operai nella vittoria e la paura dell’avversario , diventando così il nostro miglior mezzo di propaganda , di darci una nozione esatta delle nostre forze ; fornendoci così un criterio superiore a qualsiasi altro per regolare la nostra azione preservandola dalla pusillanimità inopportuna quanto dalla intempestiva temerarietà ; se questo fosse il solo vantaggio ricavato dal diritto di voto, sarebbe già più e più che sufficiente’. Ma –incalza- il suffragio elettorale ‘ha fatto molto di più: nell’agitazione elettorale ci ha fornito un mezzo che non ha eguale per entrare in contatto con le masse là dove esse sono ancora lontane da noi ; per costringere tutti i partiti a difendersi dai nostri attacchi davanti a tutto il popolo’. Inoltre ‘esso ha aperto ai nostri rappresentanti al Reichstag una tribuna’ dalla quale abbiamo parlato non solo al Parlamento ma al paese ‘con tutt’altra autorità e libertà che nella stampa e nelle riunioni’. E poco dopo osserva che le barricate –buone fino al ’48- sono invecchiate.

164- Ciò che sfuggiva al vecchio patriarca [Engels]del socialismo europeo che il giovanissimo Liebknecht metteva a fuoco, era il mutamento in radice dei caratteri strutturali dell’avversario: si trattava ormai di un potere ‘massiccio’, per usare un aggettivo caro a Gramsci, CON UNA SALDA PRESA SULLA SOCIETA’, fondato sulla centralità della casta militare. Una novità che avrebbe dato i suoi frutti, inediti, già durante gli anni decisivi della guerra mondiale e subito dopo.

165- Il vecchio patriarca apparteneva a un’altra generazione, che aveva avuto le sue illusioni, e le sue sconfitte, ed ora non intendeva pienamente il mondo che velocemente gli cambiava intorno a precipizio, verso l’era agghiacciante e senza scrupoli della lotta tra imperialismi, nella quale la democrazia politica sarebbe rapidamente diventata un gingillo superfluo.

166- ‘La democrazia è più vendicativa dei Gabinetti. LE GUERRE DEI POPOLI SARANNO PIU’ TERRIBILI DI QUELLE DEI RE’ [Winston Churchill]. Curioso impiego del termine ‘democrazia’ adoperato qui da uno che certo non l’amava, per significare la mobilitazione di grandi masse intorno alle politiche governative. Definizione adatta a un’epoca- quella degli imperialismi in lotta- in cui il coinvolgimento delle masse nella politica di potenza  avviene ormai attraverso formazioni politiche il cui principale compito era quello di sottrarre le masse all’influenza del socialismo. Era questo uno dei caratteri essenziali, e più pericolosi, dei nuovi imperialismi. [movimenti reazionari di massa in Germania venati di razzismo e antisemitismo, il caso Dreyfus in Francia, il genocidio dei Sioux in usa, benedetto ‘democraticamente’ da Theodore Roosevelt]

171 – ‘LA DEMOCRAZIA NASCE COME RISULTATO DELLE LOTTE DI CLASSE NELLA SOCIETA’ CAPITALISTICA. Nasce sul terreno dell’ordine sociale capitalistico. In questa società permane il capitalismo, permane nelle mani dei capitalisti la proprietà privata dei mezzi di produzione concentrati, permane quindi il dominio dei capitalisti sugli operai. Invece nello Stato viene soppresso il suffragio sulla base del censo, garanzia dell’egemonia politica dei capitalisti: operai, contadini e piccoli borghesi divengono cittadini con tutti i diritti, e con il numero dei loro voti dominano lo Stato. ‘La contraddizione però che investe tutta questa costituzione -dice Marx- sta nel fatto che le classi la cui schiavitù sociale essa deve eternare, proletariato, contadini, piccoli borghesi, sono messe, mediante il suffragio universale, nel possesso della forza politica, mentre alla classe il cui vecchio potere essa sanziona, alla borghesia, sottrae le garanzie politiche di questo potere. Ne costringe il dominio politico entro condizioni democratiche le quali facilitano in ogni momento la vittoria delle classi nemiche e pongono in questione le basi stesse della società borghese.’ [Crisi della democrazia, Otto Bauer, 1936] Ma tale contraddizione, che si dilata in periodi di gravi turbamenti sociali, nella prassi quotidiana dello sviluppo capitalistico in ascesa è stata superata in fretta e in modo indolore. LA CLASSE CAPITALISTICA HA SAPUTO TRASFORMARE ANCHE LE ISTITUZIONI DELLA DEMOCRAZIA IN STRUMENTI DEL PROPRIO DOMINIO DI CLASSE.

  1. 176 – La Terza Repubblica

178-  Con garbato cinismo, l’anonimo autore della voce SUFFRAGE nell’opera enciclopedica più caratteristica dello ‘spirito dominante’ della Terza Repubblica , La Grand Encyclopedie, negli ultimi anni del XIX secolo scrive: ‘ Il suffragio universale, con tutti i suoi vantaggi e i suoi considerevoli difetti, sembra tuttavia un’istituzione così essenziale che persino il conte di Parigi ha dovuto accettarlo nel suo programma di ricostituzione dell’antica monarchia. Il vero problema -aggiunge- è un altro: è vedere come esso funziona effettivamente. In teoria esso dovrebbe rappresentare il GOVERNO DEL NUMERO, ma in realtà, grazie alle altissime astenzioni ( dal 20 al 30 per cento), grazie al formarsi di minoranze talvolta molto forti, il risultato è che oltre la metà degli elettori non ha rappresentanza diretta nelle assemblee parlamentari’. La frase merita un commento. L’autore intende che il sistema elettorale uninominale ESCLUDE dalla rappresentanza parlamentare le minoranze; il che è ben noto: le minoranze, le formazioni politiche minoritarie o convogliano (quando possano riuscirci) i loro elettori verso altri candidati, di altre forze politiche, o ‘sprecano’ il voto (come elegantemente si usa dire), perché il voto dei loro elettori non sfocia in nessun eletto. Quando le minoranze sono consistenti ( e tuttavia ‘isolate’ nel gioco politico) una parte molto consistente dei voti ESPRESSI resta senza rappresentanza. (…) La maggioranza degli aventi diritto al voto resta senza rappresentanza.

187- [Il caso dell’aspirante golpista (1886), in senso bonapartista, il generale Boulanger, corteggiato da entrambi gli schieramenti e comunque, in origine, ‘creazione’ di Clemenceau]

  1. 191 – Il secondo fallimento del suffragio universale

195- [Polemica tra Lenin e i socialdemocratici ortodossi russi e tedeschi- sull’uso del termine giacobino Lenin contro la logora melodia bersteniana del giacobinismo, blanquismo ecc. I socialdemocratici usavano il termine giacobino come un DISVALORE, memori della durezza con cui Marx giudica il ceto politico giacobino. In una Russia capillarmente controllata dalla polizia segreta zarista, Lenin vedeva possibile solo un partito di rivoluzionari professionali la replica di Trockij scolastica: ‘i giacobini erano degli utopisti, erano dei puri idealisti] La replica di Lenin fu mordace e chiara: il compagno Trockij non ha capito il pensiero fondamentale del mio scritto Che fare? Quando dice che il partito non è  un’organizzazione di congiurati. Questa obiezione me l’anno già fatta in molti. Egli ha dimenticato che il partito deve essere l’ vanguardia e la guida della massa poderosa della classe (Trockij ha detto qui che se per l’arresto in massa di intere moltitudini, tutti gli operai dichiarassero di non appartenere al partito questo ci farebbe una strana figura. E’ vero il contrario; l’rgomentazione di Trockij che ci fa fare una figura strana. Egli trova triste cose di cui dovrebbe rallegrarsi ogni rivoluzionario dotato di qualche esperienza. Se migliaia di arrestati dichiarassero di non appartenere al partito , ciò verrebbe solo a significare la bontà delle nostre organizzazioni / Il nostro compito ci viene descritto, poco oltre, come raggruppare in una COSPIRAZIONE un gruppo più o meno ristretto di dirigenti e attrarre NEL MOVIMENTO una massa più o meno vasta. Edward Hallet Carr ha così sintetizzato il dissenso: gli uni consideravano un’ORGANIZZAZIONE DI LAVORATORI, gli altri un’ Organizzazione di RIVOLUZIONARI.

200- ‘Il momento più pericoloso per un cattivo governo è quello in cui comincia a riformarsi ‘ (Trockij) Una volta dichiarata, ed in parte messa in pratica, la volontà ‘riformatrice’, il governo procedeva parallelamente a sviluppare una sua azione politico-repressiva.

215- Ancora nel 1940 il Dizionario di politica edito, a cura del Partito Nazionale Fascista, dall’Enciclopedia Italiana sotto la direzione del segretario del partito, alla voce SUFFRAGIO avverte: ‘il sistema di suffragio universale, se risponde, in certo modo, ad un principio di giustizia, (…) dall’altra parte prescinde da un’esigenza più importante, per cui la concessione della capacità elettorale al cittadino deve adeguarsi alle condizioni di preparazione e di educazione politica delle masse’. Altrimenti si corre ‘il rischio di affidare a corpi elettorali non idonei il compito di concorrere alla formazione degli organi pubblici con risultati naturalmente dannosi all’organizzazione stessa cui si vuol provvedere’.

218- La domanda che molti, allora e dopo, si posero fu: dov’era finito, che fine aveva fatto, perché non aveva reagito il ‘popolo’? Soprattutto restavano delusi – vedendo il ‘popolo’ aderire al fascismo- i sacerdoti della ‘innata’ sanità delle ‘masse’, pregiudizio radicato nel democraticismo sentimentale. La riflessione  sulla creazione del consenso intorno ai fascismi, svolta nel vivo della vicenda da menti critiche (Rosenberg in Germania, Togliatti esule dall’Italia) spezzava un’illusione di matrice romantica e, insieme, il pregiudizio paralizzante  secondo cui il conseguimento del consenso è DI PER SÉ, controprova della validità di una politica.

  • 222 – La “guerra civile europea”

222- “Tutto ciò che io intraprendo è contro la Russia. Se in Occidente sono troppo stupidi e troppo ciechi per capirlo, sarò costretto a raggiungere un’intesa coi Russi per battere l’Occidente , per poi lanciare tutte le mie forze contro l’Unione Sovietica” [Hitler alla Commissaria della Società delle Nazioni]

223- Nella sua fervida fantasia istituzionale, Churchill aveva lanciato un piano, proposto alla meditazione degli Alleati [1919]per la trasformazione della Russia in uno Stato Federale retto da un governo di fiducia delle potenze occidentali , quello che fu poi attuato, nel 1991-1992, col governo Eltsin.

229- La vera questione da porsi di fronte al fatto, innegabile, dell’immane conflitto politico, sociale e militare (e talora tutte e tre le cose insieme)che ha scosso l’Europa dal 1914 al 1945, non è liberarsi dalle estemporanee connessioni stabilite da Nolte, sì piuttosto di capire quanti furono i soggetti di tale conflitto. Essi non furono due (Comunismo e Fascismo, nelle sue varie forme e isomorfosi) ma tre: e il terzo è il più importante , tanto che di esso si dice da ultimo, e si ripete, che uscì alla fine vincitore, essendosi la guerra civile protrattasi ben oltre il 1945 fino al crollo dell’Urss all’inizio degli degli anni Novanta del Novecento. E questo terzo soggetto, alla fine vincente, sarebbero appunto le ‘democrazie liberali’. / Questo soggetto è in effetti capitale, e senza di esso nulla si comprende.

231- Si considera sgarbato dire che nel primo dopoguerra le liberal-democrazie hanno via via ‘passato la mano ai fascismi al fine di sbarrare la strada alle sinistre. Ma eventualmente la cosa può dirsi anche in altro modo, più elegante e certamente più puntuale. I ceti che sorreggevano i partiti che fino ad allora avevano governato (liberali, radicali ecc.) hanno tolto loro man mano ogni credito , hanno perso fiducia nella ‘democrazia parlamentare’ , e hanno optato per il fascismo. Le tensioni sociali, la ‘paura’, il discredito dei sistemi parlamentari hanno spostato l’opinione centrista-moderata verso tale sbocco. L’appoggio di settori del grande capitale ai movimenti fascisti è stato, ovviamente, vitale e gli apparati i ‘ordine pubblico’ orientati da quelle decisive forze ‘retrosceniche’ che sono i gradi alti delle burocrazie degli apparati statali, hanno offerto la necessaria copertura ‘logistica e ‘militare’. Quando l’opinione pubblica resta, in maggioranza, estranea a questo smottamento in direzione del fascismo, interviene il GOLPE pilotato dall’esterno. E’ il caso dell’Austria, dove alle elezioni generali del  9 novembre 1930 il partito socialista ha oltre il 42% dei voti, ma il 4 marzo Dolfuss sospende il parlamento e già il 12 febbraio del 1934 il partito socialista e i sindacati sono messi fuorilegge: Schuschnigg instaura un regime fascista con lo sguardo rivolto a Mussolini , promotore dei ‘protocolli di Roma’: l’Anschluss ci sarà solo quattro anni più tardi. In Ungheria Horthy e in Spagna Primo de Rivera assolvono ad analoga funzione.

237- Il paese che aveva tentato di creare i fondamenti di una ‘democrazia sociale’ , non più solo ‘liberale’, cioè la Repubblica di Weimar fu stritolato nella morsa del conflitto tra nazisti e comunisti (che ebbe tratti non marginali di guerra civile). Quando la sconfitta fu consumata, la revisione ‘strategica’ da parte del movimento comunista internazionale  e della stessa Urss (soggetti indissolubili) non potè più attendere. Pur assertore -come si sa- della possibilità, e ormai necessità, di dar vita al ‘socialismo in un paese solo’, Stalin aveva continuato a ritenere possibile -secondo il linguaggio dell’epoca- la ‘rivoluzione’ in Germania, a ritenere insomma che la partita non si fosse chiusa lì con la sconfitta del 1918-1919. Si spiega così il grande investimento di uomini e mezzi per il partito tedesco, unico partito veramente di massa in Europa occidentale, capace di portare al Reichstag una forte rappresentanza (grazie alla legge elettorale non punitiva come quella francese). Tutta la tattica della KPD, di opposizione frontale alla socialdemocrazia, si spiega sulla base di questo colossale errore di valutazione, di cui la linea del ‘socialfascismo’, affermata al VI Congresso dell’Internazionale comunista, era il quadro teorico.

242- Si discuterà ancora a lungo sulle cause immediate e remote della spettacolare svolta diplomatica che va sotto il nome di ‘patto russo-tedesco’ (23 agosto 1939). Quel che appare chiaro ormai, alla luce soprattutto dei DIARI di Dimitrov, è che quella fu una scelta stragegica, non un espediente tattico di Stalin [con effetti devastanti sulla politica di ‘fronti popolari] (…) 244- La diagnosi più realistica la diede Churchill nel primo volume della sua Storia della seconda guerra mondiale : ‘Francia e Inghilterra avrebbero dovuto accettare l’offerta sovietica , proclamando la ‘triplice alleanza’ [Urss, Inghilterra, Francia]: solo questo avrebbe reso impossibile il patto. Si sa che i sovietici si sentirono giocati dalla maniera volutamente inconsistente con cui gli anglo-francesi condussero quelle trattative, e replicarono la scelta di Brest-Litovsk in una situazione totalmente diversa: tirarsi fuori dalla guerra imminente, come allora erano venuti fuori dalla guerra interimperialista. A distanza di anni non è stato difficile costruire un mito intorno alla Polonia ‘spartita’ tra Hitler e Stalin, ennesimo capitolo di una storia di spartizioni. La verità è che la Polonia nel 1939 è uno stato istericamente anti-sovietico e accondiscendente di fronte alla Germania hitleriana sui cui comportamenti il ministro polacco Beck regola i suoi (compresa la rottura nei confronti della Società delle Nazioni l’11 agosto 1938). Dopo l’accordo di Monaco la Polonia aveva conpartecipato alla spartizione della Cecoslovacchia  fagocitata dal Reich ed ha avuto, come sua parte del bottino, il distretto minerario di Teschen. ( …) Per parte sua l’Urss col patto recuperava i territori perduti per effetto della pace impostale dalla Germana nel 1918 (cui Versailles non pose rimedio)./ Ma questa non poteva restare una scelta puramente diplomatico-militare. Inevitabilmente rimetteva in discussione tutto. [Anche la politica impressa al Komintern dal VII congresso]

  • 254- Democrazie, democrazie progressive, democrazie popolari

256- La storia, insomma, non ricominciava con un HERI DICEBAMUS, superata la parentisi del fascismo, ma proseguiva, arricchita di tutto ciò che era accaduto nel frattempo, DA UN PUNTO COMPLETAMENTE DIVERSO. Anche quanto il fascismo aveva posto in essere – nel suo interclassismo , per vari versi non lontano dal NEW DEAL- doveva entrare a far parte della vasta e varia ‘materia prima’ da cui ricominiare; così come ineludibile era tutto quello che sul piano delle conquiste concrete avera realizzato e CODIFICATO IN UNA CARTA COSTITUZIONALE, quella del ’36, l’esperienza sovietica. Quell’immenso laboratorio, che una falsa storiografia oggi riduce a una specie di gigantesco campo di detenzione, aveva destato interesse negli anni Trenta – prima che l’hitlerismo trascinasse il mondo verso la catastrofe- e adesione critica o adesione TOUT COURT, nei più diversi ambienti, sia per quanto attiene alla forma del tutto insolita per un testo costituzionale, sia per la pianificazione economica e i suoi effetti. Se Silvio Trentin dedica un imponente e ammirativo saggio di ‘commento’ alla costituzione sovietica del ’36, la rivista ‘Europe’ dell’editore radicale parigino Rieder aveva dedicato nel 1931 puntate su puntate al ‘primo piano quinquennale’. La novità radicale di quella costituzione era la priorità accordata , appunto nel Capitolo I, alla descrizione dell”organizzazione sociale’ , della disciplina della proprietà e dei diritti sociali , dettagliati in forma assai minuziosa nel capitolo X  (si pensi in particolare agli articoli 121, 122 e 123, dove fra l’altro è prevista la punizione a termine di legge del reato di ‘disprezzo di razza o di nazionalità’. E’ la prima volta che una carta costituzionale include , nel suo articolato  il ‘diritto all’assistenza materiale nella vecchiaia, e parimenti in caso di malattia o di perdita della capacità lavorativa’ (art. 120) ovvero il ‘diritto all’istruzione gratuita, compresa l’istruzione superiore’ (art. 121), ovvero ‘il diritto di ricevere un’occupazione garantita con un compenso corrispondente alla quantità e qualità del lavoro’ (art.118), fermo restando il principio generale asserito nell’art.12: ‘il lavoro nell’URSS è dovere di ogni cittadino idoneo al lavoro, secondo il principio CHI NON LAVORA , NON MANGIA’, singolare riecheggiamento paolino. E’ una novità assoluta nello stile costituzionale. [Cfr pure il pensiero sociale innestato nella costituzione della Repubblica di Weimar]

275- Né è fuor di luogo ricordare quanto sia stato, fino al 1943, vicino al Reich hitleriano quello che poi divenne il simbolo del socialismo nordico, cioè la Svezia. Il 5 luglio 1940 il governo socialdemocratico di Hansson, ampliato a coalizione di unità nazionale, aveva firmato un accordo col Reich che metteva il paese nordico a disposizione del traffico militare tedesco. Il consenso, nel paese era largo; e restò tale anche quando nella seconda metà del 1943, la guerra cominciò ad andar male per l’Asse ed il governo Hansson si spostò da una neutralità filo-nazista a una neutralità filo-Alleati.

275- Sempre l’atto di nascita di regimi politici consiste nella presa del potere da parte di un gruppo di forze che costruiscono uno ‘stato di cose’ nuovo, entro cui -se l’opera ha successo- si svilupperà la successiva vicenda e si affermerà una nuova legalità. E’ così che si afferma, e deve poi sapersi far legittimare, un nuovo ordine. Così fecero -non senza l’imprevisto della lunga guerriglia denominata ‘brigantaggio meridionale’- i Piemontesi quando si annessero l’Italia centro-meridionale nel 1861.

287- Sul momento comunque il ‘colpo di Praga’ ebbe, a Occidente, l’effetto esattamente contrario a quello immaginato dai suoi autori [in Italia la sinistra passò dal 39,7% al 31%]. Ma certo il più lacerato dallo ‘scisma’ di Tito -e dall’allarme di Stalin che il nuovo scisma avesse un seguito ben più dirompente che la lotta a suo tempo compiuta contro Trockij- fu proprio il fiorente e autorevole partito cecoslovacco. Il carattere accanito (e al limite suicida) dello scontro è, tra l’altro, una delle conseguenze della visione che sorregge l’avvio delle ‘democrazie popolari’: che cioè il consenso che conta è quello della ‘massa politicamente attiva’, e che, comunque, vale per un’intera fase storica. La storia delle ‘democrazie popolari’ -cui accenneremo nei capitoli seguenti- è essenzialmente la storia di come , irreparabilmente, il consenso fu dissipato, proprio presso quella base sociale che era considerata per sé legittimante.

  • 288- Guerra fredda e arretramento della democrazia

295- Il disagio della francia dinanzi a tutto ciò [la guerra fredda e i provvedimenti di restringimento della democrazia in Germania con lo sbarramento elettorale al 5% che esclude il KPD che era nelle elezioni precedenti al 5,7%] è crescente. Disagio accresciuto dalla persistente e corrosiva azione politica del generale De Gaulle [nuova costituzione, nuovo governo con esponenti della resistenza come Malraux e non pochi ex pétainisti, guerre coloniali incessanti]

  • 311- Verso il “sistema misto”

313- Nel collegio uninominale [si scontravano in Francia] almeno quattro formazioni, due di centro -destra e due di sinistra (Ps e Pc). Al primo turno ognuno prende i suoi voti; al secondo che dovrà correre? Non certo, o quasi mai, il comunista, perché non tutto l’elettorato del Ps lo voterà e certamente non avrà forza d’attrazione sul centro, dunque sarà votato alla sconfitta, lui e il suo schieramento. Per converso l’elettorato del Pc sarà pronto a convergere sull’altro candidato per disciplina, per ‘male minore’, per senso unitario e così via. Così dal 1958 in avanti il PCF ha continuato a fare, specie quando l’alleanza col Ps è diventata stabile, il portatore d’acqua o il donatore di sangue. E lo ha fatto magari per varie ragioni, di sicuro per una più forte di tutte: perché non aveva altra scelta. Ma dopo quasi mezzo secolo di tale ginnastica filantropica è quasi un miracolo che esso esista ancora. Ovvio che i suoi elettori abbiano via via preso atto della propria natura di elettori di serie B, o ‘subalterni’. Col passar del tempo si fanno avanti o si impongono come preferibili, per un tale elettore votato alla frustrazione del portatore d’acqua, le altre due opzioni: diventare DIRETTAMENTE elettore del partitoche comunque avrebbe beneficiato del suo voto o disertare le urne. / Sul versante opposto la faccenda è diversa: si tratta tra pari e la questione della scelta è legata ad altri fattori, dall’alchimia dell’equilibrio tra i due alleati alla scelta del candidato meglio dotato di clientele e così via. Il notabile è tornato a dominare la scena elettorale e ciascuno dei due soci dell’alleanza di centro-destra può vantarne gran dovizia. / Anche fuori della Francia, che nel dopoguerra fu antesignana di tale svolta, la sempre più sofisticata ricerca di leggi elettorali di tipo maggioritario non è che un aspetto dello sforzo mirante a impedire la validità ERGA OMNES della democrazia rappresentativa o, per dirla in un altro modo, un modo per porre riparo agli effetti tuttora sgraditi del suffragio universale. Secondo i loro promotori queste alchimie mirano a ‘razionalizzare’ l’espressione della volontà popolare, evitando che essa si esplichi allo stato puro: limitando, appunto, l’arco delle opzioni. Si costringe -il verbo può apparire ruvido, ma il risultato è quello- l’elettore a scegliere, se vuole esprimere un voto ‘utile’, non indiscriminatamente, ma tra QUELLE DETERMINATE OPZIONI. E poiché le opzioni ‘utili’ convergono verso il centro -la cui conquista è, nei paesi ricchi, la vera posta in gioco elettorale, è tendenziale che gli eletti siano, in larga misura, espressione degli orientamenti moderati; e che, dato il COSTO della elezione, appartengano , per lo più ai ceti medio-alti, tradizionalmente moderati. Così si determina daccapo, per altra via, il fenomeno caratteristico dell’epoca in cui vigeva il suffragio ristretto: il drastico ridimensionamento della rappresentanza dei ceti meno ‘competitivi’  Il sistema del suffragio ristretto, con la variante del voto ‘plurale’, è di per sé lo strumento canonico per realizzare il ‘sistema misto’: un po’ di democrazia e molto di oligarchia. Esso conbina il PRINCIPIO elettorale (istanza democratica) con la RELTA’, opportunamente garantita, della prevalenza dei ceti medio-alti. I sistemi maggioritari pervengono, in modo più tortuoso, allo stesso risultato. La rappresentanza delle minoranze socialmente più inquiete è considerata un fattore di instabilità, e perciò si è proceduto a porre riparo, ormai senza timore di contraccolpi propaganistici (ancora possibili quando esistevano consistenti forze di opposizione sociale) a tale ‘difetto’. Pur essendo numericamente maggioritari, i ceti moderati, anche perché suddivisi in partiti e schieramenti variamente gareggianti, hanno bisogno di completa sicurezza sul terreno parlamentare. Perciò si sono rimessi in moto i meccanismi limitativi del suffragio universale.

318- L’abrogazione SOFT del suffragio universale viene comunque compensata dalla graziosa concessione di continuare a farsi ciclicamente legittimare attraverso tornate elettorali. / Insomma, nell’odierno funzionamento delle ‘democrazie’ parlamentari il sistema misto si afferma su due piani: come limitazione dell’efficacia effettiva degli organismi elettivi ( che finiscono con l’assolvere ad una funzione di contorno o di ratifica rispetto a poteri di tipo oligarchico: soprattutto nel campo dell’economia e della finanza), e come ritocco tecnico (leggi elettorali maggioritarie: si teme infatti che il proporzionalismo inceppi il meccanismo). L’eliminazione del sistema proporzionale fu la prima preoccupazione di Mussolini appena nominato presidente del consiglio , con gli effetti che si sono ricorati nei precedenti capitoli.

320- [Duverger su Quinta Repubblica Francese->] ‘ Dov’è meglio assicurata l’uguaglianza? Nel paese che fa ricalcare la percentuale dei seggi su quella dei voti, ma lascia che i partiti giochino a loro piacere le carte così distribuite, che permettono decine di combinazioni diverse con in comune solo l’impossibilità di governare?Oppure quei paesi meno fedeli all’apparente rigore di questi calcoli matematici, ma nei quali è certo che una vittoria elettorale della sinistra porta al potere la sinistra e una vittoria elettorale della destra porta al potere la destra, senza che possa cambiare di mano se non tramite nuove consultazioni popolari? Da quale parte sta la vera democrazia? Da quella delle nazioni che attribuiscono agli elettori la reale titolarità del potere, permettendo loro di investirne il governo, oppure dalla parte di quelle nazioni che trasformano gli elettori in cittadini passivi appena deposta la scheda nell’urna, riservando la scelta della classe dirigente a un piccolo nucleo di cittadini attivi, costituiti in classe politica? / In quest’anno del bicentenario della Rivoluzione Francese IL PIU’ GRANDE FILOSOFO VIVENTE [Karl Popper] giustifica l’idea di presentare la V Repubblica come conclusione del ciclo apertosi nel 1789. ‘Credere che la rappresentanza proporzionale sia più democratica del sistema inglese o americano è una posizione indifendibile, poiché per farlo bisognerebbe FAR LEVA SULLA TEORIA SORPASSATA DELLA DEMOCRAZIA COME SOVRANITA’ DEL POPOLO. Questa teoria è stata soppiantata da quella secondo la quale la cosa fondamentale è solo il diritto e il potere della maggioranza [popolare] di destituire il governo’ / Non si sa se l’autore di questa tirata fosse in vena di facezie in quel giorno di marzo 1989 o volesse EPATER un pubblico troppo ‘all’antica’ (in Italia vigeva ancora all’epoca il sistema elettorale proporzionale), certo rientra nella categoria del grande umorismo  sostenere che la Rivoluzione Francese si compie quando finalmente ci si è convinti che LA DEMOCRAZIA NON CONSISTE AFFATTO NELLA SOVRANITA’ POPOLARE. Il ragionamento sarebbe perfetto se evocasse la perfetta efficienza del monarca come soluzione ideale e conclusiva per il problema politico, problema su cui si arrovella l’Occidente almeno dal tempo di Erodoto. / In fondo anche Demostene invidiava Filippo di Macedonia per la straordinaria efficienza consentitagli appunto dal fatto di essere un monarca e di poter dunque decidere prontamente ogni cosa dopo una rapida discussione con se stesso, ed inveiva contro il sistema ateniese che , essendo democratico, era appesantito anzi paralizzato dall’assemblea e dalle sue discussioni. / Per liberarsi del monarca c’è pur sempre il tirannicidio (il potere di ‘destituire’ il governo), e dunque cosa vi è di più democratico della monarchia? Per il ristabilimento della quale la Rivoluzione Francese fu fatta.

322- E’ appunto il sistema elettorale proporzionale, nella sua rigida e indistruttibile ‘equità’ che consente alle minoranze radicali (se lo desiderano) di trovare una rappresentanza. Inoltre esso INVOGLIA al voto (in linea di principio) per la ragione ovvia che è l’unico che consenta alle varie pieghe e stratificazioni della società di rivelarsi. / Ma l’idea che proprio questo non debba farsi è così diffusa che ormai anche gli ultimi stanchi difensori del sistema proporzionale  (che è quanto dire del suffragio universale nella sua piena realizzazione) si affrettano a dichiarare che va benissimo ‘correggerlo’ con lo sbarramento alla tedesca. Come se fosse ovvio negare rappresentanza a una forza che rappresenta il 5% della società, cioè milioni di elettori.

324- Lo svuotamento delle ‘democrazie progressive’ , cioè del contenuto concreto dell’antifascismo tradotto in norme costituzionali, è avvenuto in due direzioni convergenti: sul piano istituzionale col rafforzamento dell’esecutivo e con leggi elettorali che spostano l’elettorato verso il centro e selezionano con criterio censita rio il personale politico; sul piano sostanziale con l’accentuarsi della ‘presa’ delle oligarchie che contano sull’intera società (impoverimento dell’efficacia legislativa dei parlamenti, accresciuto potere degli organismi tecnici e finanziari, diffusione capillare della cultura della ricchezza, o meglio del mito e idolatria della ricchezza attraverso un sistema mediatico totalmente pervasivo] / Di solito ci si indigna quando qualcuno solleva il problema della costruzione dell’’opinione pubblica’ attraverso il potente mezzo televisivo [-> in Italia il proprietario di quasi tutta l’emittenza privata, che è anche il più grande pubblicitario del secolo, ha in pochi mesi creato un partito e vinto per ben due volte le elezioni, nel 1994  e nel 2001]

321- A ben vedere tutta la ormai annosa questione della disputa sull’’efficienza’del sistema elettorale e, più in generale, ‘politica’ del potere mediatico si basa su un equivoco. Si finge di credere che la prevalenza politico-elettorale venga posta (dagli sconfitti) in relazione con il possesso dell’informazione politica. Ma questa costituisce un aspetto minimo della questione (…) è la dose di potere mediatico che concerne l’élite politicizzata. TUTTO IL RESTO DELL’IMMENSA PRODUZIONE (…) è ormai un colossale veicolo dell’ideologia, o per meglio dire, del culto della ricchezza. Il dominio della merce è diventato un culto della merce ed è tale culto che quotidianamente crea, e alla lunga consolida, il culto della ricchezza. La colossale massa di emissioni consacrate alla promozione delle merci è, a ben considerare,IL PRINCIPALE CONTENUTO, della gigantesca macchina televisiva (…) Quello che a una minoranza di fruitori appare come un disturbo (di cui attendere la conclusione per riprendere il filo) è invece il TESTO PRINCIPALE.

330- I grandi creatori di pubblicità sono dunque i veri, e a modo loro geniali ‘intellettuali organici’ della vincente ‘dittatura della ricchezza’. Non ha molta importanza la patetica battaglia per pareggiare più o meno equamente gli spot elettorali: TUTTO IL RESTO sono i veri spot elettorali. Essi indirizzano milioni di utenti a simpatizzare per quelle forze che gridano con santo sdegno: ‘Lasciateci godere della nostra ricchezza!’e come unica ideologia trasmettono il più sollecitante dei messaggi: ‘cercate di diventare come noi!’. / Al potere incontrastabile dell’’ideologia della ricchezza’ si associano anche altre mitologie di massa : i grandi ‘miti analfabeti’ di cui lo sport è il massimo esempio: divenuto infatti ormai, non a caso, un fattore DIRETTAMENTE POLITICO, oltre che unica occasione di mobilitazione spontanea delle masse.

331- L’epilogo è stato la vittoria, che ha prospettive di lunga durata, di quella che i Greci chiamavano ‘costituzione mista’, in cui il ‘popolo’ si esprime, ma chi conta sono i ceti possidenti: tradotto in linguaggio più attuale, si tratta della vittoria di una oligarchia dinamica e incentrata sulle grandi ricchezze ma capace di costruire il consenso e farsi legittimare elettoralmente tenendo sotto controllo i meccanismi elettorali. Scenario beninteso limitato al mondo euro-atlantico e ad ‘isole’ ad esso connesse nel resto del pianeta. Pianeta che altrove viene rimesso in riga con le armi in pugno.

  • 339- Fu “novella storia”?

339- Questa volta io dissi: ‘A partire da oggi comincia una nuova era della storia del mondo, e voi potete dire di esserci stati’ (Goethe) / Simone Weil: ‘Perché avete fatto sparare sui marinai di Kronstadt? Trockij: ‘Siete dell’esercito della salvezza?’ / La moderna storia d’Europa è racchiusa o scandita tra date emblematiche che dovrebbero – secondo i diversi punti di vista- indicarne il senso o addirittura rappresentarne il provvisorio epilogo. Si prospettano diverse coppie di date  in ragione di differenti diagnosi, le quali, come è ovvio, producono diverse scansioni e diverse periodizzazioni. La prima coppia è 1789/1917, la seconda è 1789/1989. / Nel primo caso c’è l’idea di MOVIMENTO VERSO QUALCOSA ad avere la meglio. C’è alla base la nozione di storicità di tutte le forme politiche, inclusa la ‘democrazia parlamentare’. Nel secondo caso c’è la visione, o se si vuole l’ideologia, di una superiorità innata, ‘extratemporale’ della ‘democrazia parlamentare’ e la convinzione che compito di tutti i popoli sia di giungere, prima o poi, a quell’approdo: a partire dall’Europa, culla di tale modello eterno.

363- [Aristotele sull’IRRILEVANZA DELLE FORME POLITICHE IN QUANTO FORME]

Appendice dello storico Barbero su ‘Democrazia e dittatura’

  1. [KRATOS = COMANDO (-> democrazia, aristocrazia) vs ARCHÈ = GOVERNO (-> monarchia, oligarchia)] vs RE SACRALE DEL MEDIOEVO E POI DELL’IMPERO ROMANO, dove l’imperatore governa per il bene di tutto il popolo ed è re sacro.
  2. La rivoluzione politica papale con Gregorio VII mette in discussione il potere sacrale del re
  3. Per molto tempo ‘democrazia’ (come ‘furore del poplo’) è stata una parolaccia.
  4. Democrazia riacquista un significato positivo in USA nella prima metà dell’Ottocento -> discorso di Lincoln dopo la battaglia di Gettysburg-> democrazia = “governo del popolo, attraverso il popolo, per il popolo’.
  5. Oggigiorno nessuno è contro la democrazia (nominata anche nella voce ‘fascismo’ dell’Enciclopedia Treccani, stesa dal filosofo Gentile e da Mussolini)
  6. Oggi dovremmo essere tutti attenti a che cosa sta succedendo alla nostra democrazia!

Rispondi